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Una coppa per quattro

By 12 Giugno 2020

Sarri, Pioli, Conte e Gattuso non hanno mai vinto la Coppa Italia da allenatori. E visto che sono tutti al primo anno di esperienza sulle rispettive panchine, con la Coppa lustrerebbero le loro bacheche, ma darebbero anche slancio ai progetti sportivi dei club. In più, è il primo trofeo post-Covid: oltre al valore sportivo, c’è anche quello simbolico.

Secondo Maurizio Sarri, il nuovo calendario consente di “pensare meglio alle competizioni da affrontare”. Perché è ordinato, prima una (la Coppa Italia), poi l’altra (la Serie A) e infine l’ultima (la Champions, o l’Europa League, per chi le ha). Per un uomo come Sarri, che ama l’ordine e la programmazione, contrariamente a quanto si possa pensare – il suo calcio è “artistico” perché è risultato di una serie di automatismi meccanici -, la rivisitazione del calendario è il vero e unico lusso della sospensione.

Prima la Coppa, quindi, che rimarrà sempre il trofeo minore dei tre, ma di certo sarà meno distante rispetto al passato. Perché nessuno la snobberà a livello di formazione, come invece poteva accadere se fosse stata in mezzo alle altre competizioni, nel bel mezzo della stretta finale. Si riparte invece dopo tre mesi di sospensione, e quindi con un pregresso di forma fisica, mentale e infortuni azzerato, e con la testa libera da altri pensieri.

La Coppa Italia, poi, è distante solo due partite per tutte e quattro le squadre, e pochi giorni: la finale infatti è in programma mercoledì 17 giugno, anch’essa prima della ripresa del campionato, che per altro solo per l’Inter tra le quattro semifinaliste sarà nel successivo finesettimana (per via del recupero contro la Sampdoria). Per le altre ci sarà qualche giorno in più a disposizione per rituffarsi nel campionato.

(AP Photo/Vadim Ghirda)

E quindi è una Coppa Italia inedita, mai così comoda per il momento e i modi con cui cade nel calendario, e mai così attraente per lo slancio che darebbe alla stagione delle quattro partecipanti. Essendo infatti una prova generale, vincere significherebbe guadagnare sicurezza in vista di un campionato che inevitabilmente vedrà sfumati i contorni competitivi pre-sospensione e ribaltate alcune gerarchie. E siccome sarà un mini-Mondiale, come alcuni l’hanno definito, la Serie A post-pandemia diventa una di quelle competizioni in cui l’aspetto mentale incide molto, soprattutto perché c’è poco tempo per ribaltare l’inerzia: se cominci bene, quindi, se a metà dell’opera, se non oltre.

Ma la Coppa non darebbe solo slancio alla stagione: lustrerebbe anche la bacheca degli allenatori alla guida delle quattro partecipanti, perché nessuno tra Sarri, Pioli, Conte e Gattuso ha mai vinto questa competizione (dalla panchina). E vincendo questo trofeo darebbero forza ai progetti sportivi che, più o meno saldamente, hanno tra le mani.

Foto LaPresse – Spada

Tra i quattro moschettieri, è forse Sarri a giocarsi di più. Proprio perché sembra sia quello che si gioca di meno: la Juve, in teoria, punta al bersaglio grosso e in anni di scorpacciate, una “coppetta” in più o in meno non fa differenza. Non per Sarri, che in Italia ai massimi livelli non ha mai vinto ed è chiamato a farlo per convincere e convincersi di poter andare oltre, di poter fare il salto di qualità nella carriera.

E farlo alla prima stagione alla guida della Juve, dopo aver vinto l’Europa League alla prima (e unica) annata al Chelsea, non è scontato: è semmai un atto di continuità che trasforma l’eccezione nella regola. Sarri deve dimostrare di essere cambiato, vincendo senza il suo calcio prediletto ma adattando se stesso e la sua religione alla rosa a disposizione, come fece a Londra e come sta facendo a Torino. Vincere senza convincere se stesso, vincere rinunciando al calcio ispirato raggiunto a Napoli, vincere dimostrando di poterlo fare passando per vie traverse: ecco perché un trofeo, questo trofeo in questo momento, per Sarri, vale doppio. Sarebbe la certificazione di un’evoluzione.

Per Pioli, suo avversario, il valore della Coppa Italia è ben più evidente. È l’uomo sotto esame in una società che cambia e non si mette d’accordo con se stessa. Se esiste una possibilità per una sua permanenza, è la Coppa, che garantirebbe per altro l’accesso all’Europa League. Con due partite, Pioli otterrebbe il massimo, se non di più: sono due obiettivi che a lungo, durante la stagione, sembravano irraggiungibili. Il tecnico rossonero ha anche l’occasione di uscire dal limbo in cui è ormai prigioniero, quello di allenatore-aggiustatore, da grandi squadre solo quando queste sono in crisi. Così è stato con l’Inter, prima del Milan.

(Photo by Marco Luzzani/Getty Images)

Il rischio è diventare un allenatore specializzato nelle emergenze, che è un’etichetta che nessun tecnico gradisce perché non consente di lavorare da inizio stagione, di costruire la rosa e un progetto duraturo, di lavorare bene, anche se di contro il beneficio è l’approdo nelle grandi squadre, che sul curriculum male di certo non fa. Pioli può anche aiutare il Milan ad uscire dall’anonimato in cui è scivolato negli ultimi anni e per paradosso, vincendo, farebbe il gioco di Elliott, che possiede il Milan per rivalutarlo sul mercato globale e che a quanto pare pensa di riuscirci senza Pioli.

La Coppa Italia sarebbe un salvagente anche per il Napoli e la sua stagione grottesca. Vista la distanza dalla Champions, e l’incertezza in zona Europa League sommata alle incognite della ripresa, aggiudicarsi un posto in Europa grazie al trofeo nazionale consentirebbe di giocare con più leggerezza in A, e magari di sfruttare scivoloni altrui, visto che la rosa azzurra è ben strutturata.

Per Gattuso, poi, vincere certificherebbe la bontà del suo impatto sul Napoli, e darebbe prospettiva al suo lavoro. De Laurentiis ha avviato i contatti per offrirgli un triennale, ma con una trofeo in tasca Rino si siederebbe al tavolo con più credibilità e con il sostegno della piazza, che in lui si riconosce. Gattuso, poi, ha bisogno di trovare nel Napoli una squadra che può portarlo oltre se stesso, più in alto. E la possiede perché non è più il vecchio Napoli, sta cambiando con lui, con nuovi giocatori che rispettano le sue indicazioni. È quindi un responsabile della squadra che verrà perché ne sta curando la transizione, altrimenti non si spiegherebbero gli acquisti di Demme e Politano. Gattuso con un trofeo acquisterebbe credibilità agli occhi di De Laurentiis, ma anche di se stesso: avrebbe prova che il suo calcio non è un eco di quello di Sarri, ma è autentico, suo, oltre che vincente.

(Photo by Alessandro Sabattini/Getty Images)

La Coppa Italia per Conte è invece un tabù. Nei tre anni di scudetti con la Juventus non è mai riuscito a vincerla, come se ad un certo punto dovesse sacrificarla sull’altare dello scudetto per una rosa che non era ancora larga e solida tra le riserve come quella attuale. Manca alla sua bacheca, e per coincidenza la Coppa nazionale è anche l’ultimo trofeo alzato dall’Inter, ormai nel lontano 2011. Lo 0-1 casalingo dell’andata contro il Napoli non è semplice da recuperare, ma l’impressione è che Conte abbia caricato la squadra sfruttando il nuovo calendario: se il ritorno fosse stato disputato come da programma, difficilmente l’Inter avrebbe dato il meglio di sé, se è vero che prima della sospensione stava accusando una flessione mentale in alcuni uomini chiave.

L’Inter può anche dimostrare di essere cresciuta all’interno della stagione, approcciando con personalità ad uno scontro diretto di alto livello e gestendolo fino in fondo, cosa che è parzialmente mancata nei momenti decisivi della Champions, con il Borussia e il Barcellona. Se la crescita nerazzurra procede senza intoppi, la Coppa Italia può far impennare la curva verso l’alto, restituendo all’Inter un’immagine vincente che negli anni si è appassita. E sarebbe il primo trofeo per Conte, ma anche il primo per Marotta a Milano, e per Suning, quindi il certificato per la nuova gestione, la certezza che il meglio debba ancora venire.

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