Feed

Una favola lunga 56 anni

By 14 Maggio 2019 Maggio 15th, 2019
Atalanta coppa italia 1963

Il 2 giugno del 1963 l’Atalanta ha vinto la sua prima e (finora) unica Coppa Italia. Ecco il racconto di un giorno destinato a rimanere nella storia

Ogni morte di papa. E no, stavolta non è un’iperbole. Giovanni XXIII muore alle 19.49 di lunedì 3 giugno 1963. «Per forza, l’Atalanta ha vinto la Coppa Italia il giorno prima, non poteva mica essere una settimana normale». A Bergamo ci scherzano su da sempre: «Anche perchè il ‘Papa Buono’ era uno dei nostri, lo sa? In tre ore di pellegrinaggio a piedi e siamo a Sotto il Monte, il suo paese. Ogni tanto per lui e per quella meravigliosa Dea» giusto per restare in tema.

E che saranno mai diciotto chilometri di cammino davanti all’eternità? Quella che l’Atalanta quantifica in un’attesa lunga 56 anni. Più di mezzo secolo di solitudine in bacheca per quella Coppa Italia vinta con il Torino, spolverata e tirata a lucido in questi giorni giusto per rendersi presentabile al cospetto di un’agognata sorellina. Piano. Per le presentazioni ufficiali c’è tempo, c’è una finale da giocare 23 anni dopo quella persa con la Fiorentina e soprattutto c’è una Lazio che non ha nessuna intenzione di avere sulla coscienza Benedetto XVI. Si scherza, eh.

Nel 1963 Milano è la capitale europea della cultura calcistica. Con due sindaci e due partiti. Quello interista campione d’Italia per l’ottava volta, guidato dal ‘Mago’ Helenio Herrera, e quello milanista del ‘Paron’ Nereo Rocco, primo italiano ad andare in luna di miele con la Coppa Campioni. Premessa necessaria per tre motivi: 1) per la curiosa eliminazione delle due potenze agli ottavi, entrambe in casa, Inter con il Padova (quell’anno in B) e Milan con la Sampdoria, 2) perchè San Siro è sede della finale di quella stagione, 3) perchè l’Atalanta qualche mese prima recita il prequel della finale sullo stesso set. Qualcosa di speciale, qualcosa di magico seminato sul prato del Meazza il 28 ottobre 1962: Inter-Atalanta 1-2, unica sconfitta casalinga dei campioni d’Italia in quel campionato. Tra l’altro replicata anche al ritorno (1-0). E giusto per onore degli annali, quella squadra incastrò anche i campioni d’Europa in un doppio pareggio in campionato. Mica male come biglietto da visita. Quello che i bergamaschi lasceranno poi nelle mani del Torino il 2 giugno ’63.

«Vi stupirò» racconta Vittorio Feltri, direttore di Libero, in una recente intervista a Tiki Taka (Canale 5): «Mi ricordo la formazione intera di quel giorno, non può essere altrimenti per un bergamasco doc: Pizzaballa, Pesenti, Nodari, Veneri, Gardoni, Colombo, Domenghini, Nielsen, Calvanese, Mereghetti, Magistrelli, allenatore Tabanelli. Vincere quel trofeo fu una soddisfazione enorme. Anche oggi, se dovessi scegliere, meglio la coppa che il quarto posto buono per la Champions». Gli occhi semi-lucidi di un Feltri allora ventenne qualificano ancora l’evento come unico e, finora, irripetibile. Il Toro, ancora fenice in cerca di resurrezione post Superga, è al terzo anno di Serie A dopo la retrocessione del ’59. “Cinto” Ellena ha preso il posto dell’argentino Benjamin Santos in panchina, in campo rubano l’occhio i vari Lido Vieri, capitan Enzo Bearzot, quella ‘Faccia d’angelo’ di Rosato, la ‘pantera’ Danova, tutti sulle spalle della ‘Diga’ Ferrini. Targhe umane, non soprannomi.

atalanta coppa italia 1963

«Irriconoscibili i granata quel giorno» scrive Vittorio Pozzo, l’ex ct campione del mondo nella doppietta azzurra 1934-38, è inviato per La Stampa: «Forse stanchi per la partita giocata cinque giorni prima con l’Admira in Mitropa Cup, dominati e soggiogati, imprecisi e mal pratici, lenti e sfuocati. La brutta copia del Torino brioso e vivace ha perso con merito contro un’Atalanta dal gioco semplice, diretto e pratico». Salvato con nome nelle pagine di storia del nostro calcio dalla scontata, ma non trascurabile, presenza di un eroe di giornata.

Di quelli a chilometro zero, come da tradizione bergamasca. Pozzo lo sottolinea: «Essa indica una via a tante consorelle, composta com’è da nove giuocatori lombardi, di cui ben sei bergamaschi» compreso quel bagài (ragazzo in dialetto) del ‘Domingo’, uno che “Vengo dal niente, voglio tutto” per dirla alla Coma Cose. Angelo Domenghini da Lallio, un quarto d’ora in macchina da Sotto il Monte, il paesino del papa. Tutto fatto in casa. Come all’osteria di famiglia. «Non avevamo niente, quel lavoro di famiglia non bastava per sfamare altre cinque sorelle e tre fratelli» racconta in un’intervista a Germano Bovolenta sulla Gazzetta dello sport: «A tredici, quattordici anni ero uno senza legge, facevo diventare tutti matti» come in campo qualche tempo dopo. Ma ancora non lo sapeva. E neanche a farlo apposta sarà un prete ad arrivarci prima degli altri.

Don Antonio di Verdello, il suo scopritore, l’uomo della benedizione (sportiva) per i 28 mila di San Siro che rendono onore alla sua prima e unica tripletta in carriera. Numero 7, Domenghini si emancipa dalla solitudine dell’ala destra, ingobbita e fedelissima della linea laterale, segnando 93 gol in Serie A. Oggi farebbe l’esterno alto, il trequartista, la seconda punta, l’indefinito. Un po’ come in quella finale, dove allestisce una temporanea del repertorio. L’1-0 vale il vale il taglio del nastro: incrocia da sinistra (ecco l’avanguardia di cui sopra) sale di testa fino al secondo anello per colpire il cross del danese Nielsen, il calciatore-giornalista di quella squadra. Uno che tra un allenamento e l’altro trova il tempo di fare il corrispondente dall’Italia per giornali danesi.

Il Torino cammina, l’Atalanta corre, Pizzaballa si fa trovare pronto. Non come la sua figurina. Visto che per sfilare con il piede destro Domenghini sceglierà passerelle più nobili, come la notte della finale degli Europei del ’68 pareggiando su punizione il vantaggio della Jugoslavia e mandando l’Italia al replay, al provino con la storia entra col piede sinistro: prima al volo al limite dell’area piccola al 3’ del secondo tempo, poi dribbla Vieri a tre metri dalla porta dopo aver mandato in rianimazione Buzzacchera con un doppio dribbling. Ferrini, da bandiera qual è, leva lo zero dal tabellone del Torino ma non basta.

La coppa sfila sulla via sotto il casello della A4 in direzione Bergamo. Dalla parte opposta una lunga, amarissima, coda granata. È il trionfo dell’allenatore Paolo Tabanelli, del libero Gardoni, del cervello Mereghetti e di quella roccia di Umberto Colombo anche se «alla coppa manca il lustro di cui viene circondata all’estero: niente musica, niente consegna del trofeo da parte di un’alta autorità» scrive sempre Pozzo, il giorno dopo. Sono passati 56 anni e cinque papi, metà di quella squadra non c’è più, mentre gli altri, insieme a una città e a un popolo fiero, aspettano quella sorellina da una vita. E anche a sto giro, non è un’iperbole.

 

Franco Piantanida

About Franco Piantanida

Giornalista Mediaset, team Tiki Taka. Prima Tutti Convocati (Radio 24) e Gazzetta Tv. Mangio e scrivo di notte e credo nel “momento perfetto per il risveglio, per prendere ciò che è già stato fatto e farlo meglio” (cit)

Leave a Reply

Leggi un altro articolo
Leggi un altro articolo
Marione mio, ma che fine hai fatto? C’è stato un...