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Una squadra perfetta senza lieto fine – intervista a Giuseppe Pastore

By 27 Maggio 2020

Abbiamo intervistato Giuseppe Pastore, autore del libro “La squadra che sogna”, uscito per 66thand2nd

 

Sono le mani protese di Cantagalli, Gardini e Giani, presenti nell’illustrazione di copertina, ad accoglierci all’inizio di un viaggio a ritroso nei “migliori anni della nostra vita”, se per nostra vita intendiamo la storia a tratti travagliata della pallavolo italiana. Al resto ci pensa Giuseppe Pastore, firma della Gazzetta dello Sport ed ex autore de L’Ultimo Uomo, Esquire ed altre riviste, con il suo “La squadra che sogna”, edito da 66thand2nd.

Una definizione coniata da Julio Velasco, l’uomo che ha plasmato un gruppo irripetibile, per allontanarsi dal peso dell’etichetta di “Dream Team” attaccata alla spedizione azzurra di Barcellona ’92 scimmiottando la raccolta di stelle del basket americano. Non c’era mai stata una squadra così forte, così rivoluzionaria. Ma l’agognato oro olimpico non arrivò, unico neo in un percorso di otto anni ai limiti della perfezione. Una doppia sconfitta – fuori ai quarti a Barcellona ’92 e a un passo dalla vittoria ad Atlanta ’96 – che ha reso più umana la “generazione di fenomeni” ma che non riesce neanche lontanamente a scalfire il mito di un gruppo amato anche da chi non ha grande dimestichezza con il volley.

Un collettivo divenuto un fenomeno pop, capace di riscrivere il cammino della pallavolo azzurra incidendo anche sulle generazioni a venire. Pastore, con il suo stile inconfondibile, ci fa vivere passo dopo passo gioie e dolori, analizzando nel dettaglio ogni singolo punto e mettendo tutto nel calderone del suo bagaglio culturale: cinema, musica e letteratura si fondono nel racconto di una schiacciata di Bernardi, di un muro di Gardini, di una ricezione di Papi, di una citazione di Velasco, perché anche un gesto tecnico, in fin dei conti, è qualcosa di riconducibile all’arte. Con lui abbiamo scavato nei meandri di quegli otto anni magici.

Julio Velasco © MARCO ROSI/LAPRESSE

Mi interessava partire da una frase di Zorzi che viene ripescata nella prima parte del libro: “Nel 1990, improvvisamente, siamo diventati imbattibili”. Se a esporre un concetto di questo tipo è uno dei protagonisti di quell’ascesa, vuol dire che ci fu davvero qualcosa di simil mistico nella trasformazione che Velasco seppe portare a termine in così breve tempo dal suo arrivo?

«Questa è una domanda interessante perché mette l’accento su uno degli aspetti molto particolari, unici, di quella squadra. Zorzi è uno dei giocatori più riflessivi e speculativi a livello intellettuale di quella squadra. Ora siamo abituati al campione che parla come un bollettino del traffico, in maniera asettica, senza mai sbilanciarsi e senza dare opinioni personali. Invece molti di loro, andavano nel profondo, dicendo frasi come questa. La squadra ruota attorno a quelle tre-quattro questioni che valgono per ogni gruppo: si diventa imbattibili per motivi tecnici, perché banalmente si è più forti degli altri; per motivi tattici, perché l’allenatore trova la strategia e riesce a ripeterla ripetutamente; per motivi umani, motivazionali e psicologici: e poi, come hai detto tu, c’è un lato mistico, che per la pallavolo è ancora più strano perché non è come il calcio, uno sport in cui il risultato a sorpresa spesso è la regola. Questo è uno sport che vede vincere 99 volte su 100 la squadra più forte. Che questo sia capitato a una squadra reduce da decenni di figuracce è molto strano ed è forse l’aspetto più peculiare di un gruppo diventato il più forte di tutti i tempi. Proprio questa frase di Zorzi forse è il segreto di questa squadra: continuare ad avere dubbi, sia perché se li davano loro, sia perché glieli inculcava sapientemente Velasco, che era un genio della psicologia motivazionale e in grado di raffreddare una squadra che nei momenti di estasi di titoli e vittorie rischiava di montarsi un po’ la testa. L’equilibrio è il segreto di questi otto anni: l’ottimismo di dire “possiamo farcela” ma anche il realismo di tenere in considerazione che tutto poteva sparire, che si poteva tornare a essere quelli del 1989. È l’importanza del non dare nulla per scontato e di fare in modo di continuare a essere imbattibili. Oggi Zorzi, che è una persona molto più compiuta e realizzata, ha una visione più ampia del periodo e ti dice che erano soprattutto motivi umani, di alchimia sia con Velasco che tra di loro, visto che molte volte Velasco nello spogliatoio non era neanche ospite gradito».

Andrea Zorzi e Pasquale Gravina a muro nella finale persa contro l’Olanda nel 1996 (Photo by Mark Sandten/Bongarts/Getty Images).

 

Quell’Italia è anche e soprattutto una storia di uomini. Che idea ti sei fatto delle esclusioni di due personalità forti come Vullo e Lucchetta?

«Quello che hanno detto, soprattutto Vullo, è che Velasco non sopportava chi lo contraddicesse o provasse anche solo a voler discutere quello che diceva. Dalla parte del giocatore escluso c’è sempre, in qualsiasi sport e in qualsiasi storia, questo aspetto. Bisogna fare una distinzione: Vullo, che peraltro aveva già avuto scontri o comunque frizioni con il gruppo nel 1988, viene escluso inizialmente per venire incontro al gruppo, che non vuole averci a che fare. Lui e Velasco avevano già lavorato insieme, c’era grande stima anzi. Vullo viene accantonato quindi per “accontentare” il gruppo. Nel 1992 Velasco prova ad allungare la rosa da 6 a 12 affinché tutti siano intercambiabili ma la cosa non funziona, perché Vullo semina il dubbio e l’insicurezza nel ruolo più delicato, quello del palleggiatore, minando le certezze di Tofoli, situazione che si ripeterà nel 1996 quando Tofoli sarà messo in discussione nel momento più importante, vale a dire Atlanta 1996, da Meoni. Proprio Tofoli sarà quello che riserverà le parole più dure e velenose nei confronti di Velasco, pur dovendogli tutto visto che il c.t. lo aveva scelto quando era un palleggiatore di medio-alta classifica ma non al livello di Vullo. 

Per Lucchetta vale un discorso diverso: era il capitano, il leader assoluto della squadra e come personalità non si stenta a crederlo. Velasco lo fa fuori, e usiamo un’espressione non elegante ma calzante, quando è ancora un signor giocatore visto che farà finale e semifinale di playoff con Milano. Lo fa per mandare un segnale secondo me: nel 1992 percepisce la volontà sua e del gruppo di mirare già ad Atlanta, se vogliamo era una piccola follia sportiva iniziare a pensare al 1996 con quattro anni di anticipo. Sfoglia le carte di identità e quello che gli dà meno certezze e garanzie è proprio Lucchetta, che è un giocatore anche ingombrante. Tagliandolo manda un messaggio: questa non è più l’Italia che siamo stati fino a Barcellona ma una squadra diversa, un progetto in evoluzione, e io Velasco me ne prendo la responsabilità, facendovi capire che non prendo la scelta più comoda in modo che voi capiate chi è che dirige la barca. È una scelta che ha anche motivi tecnici ma soprattutto di gestione dello spogliatoio per dare uno shock dopo un torneo come quello di Barcellona che aveva tagliato le gambe al gruppo. La decisione è interessante perché va oltre l’immagine del Velasco padre di famiglia, uomo buono che prende sempre la via della diplomazia e del dialogo, qui entra pesantemente nelle dinamiche del gruppo. Gli va bene, perché tranne Atlanta ha ragione lui: con il senno di poi, una scelta che fece così tanto discutere, fino a fargli meditare le dimissioni, si è rivelata giusta».

 Vigor Bovolenta (Photo by Mark Sandten/Bongarts/Getty Images)

 

Nei paragrafi dedicati ai singoli giocatori, si ha la percezione di un gruppo composto da tanti piccoli leader, ognuno con sfaccettature diverse. È l’ennesimo lato straordinario di quella generazione o Velasco ha provato scientemente a creare un gruppo del genere?

«Velasco ha acceso la luce: quella squadra era già lì, arrivata in gran parte seconda ai Mondiali juniores di Milano, aveva solo bisogno di qualcuno che mettesse insieme tutto e che avesse l’autonomia e l’autorità di fare come voleva. La pallavolo italiana in quel momento è in crisi non solo di risultati ma anche gestionale e dirigenziale. Velasco sopperisce fino al 1994-95 ai buchi clamorosi economici e dirigenziali grazie a quelle vittorie che fruttavano milioni di dollari. Quel gruppo andava soltanto riconosciuto, diretto nel modo migliore. Velasco lo fa e non dissipa il patrimonio umano, facendo in modo che da quello ne nasca uno successivo, il gruppo dei Papi, dei Sartoretti, dei Meoni, dei Bovolenta, chiamiamola una seconda generazione. Non inventa nulla, semmai migliora, suggerisce, sposta Bernardi opposto, fa in modo che Giani migliori come centrale: prende accorgimenti tattici ma non inventa, erano tutti leader naturali e persone intelligenti. Sta tutto lì il vero salto di qualità della pallavolo italiana, che crea una distinzione con gli altri sport: è gente che sa parlare, sa pensare, in alcuni casi aiuta anche il fatto che siano di buona famiglia. L’espressione di un’Italia in buona parte agiata, borghese, che sta bene, figlia del boom degli anni ’60. Non è solo una combinazione di fortunati eventi ma il frutto di un’Italia che produce quella generazione che poi ha la fortuna di incontrare un uomo venuto dall’Argentina, cresciuto in un contesto sociopolitico diversissimo e ha gli strumenti per mettere in piedi una sorta di piccolo parlamento, un piccolo consiglio di amministrazione, con dei giocatori di pallavolo, ed è la cosa più eccezionale di tutte». 

U (Photo by Mark Sandten/Bongarts/Getty Images)

L’incredibile vicenda umana di Velasco è chiaramente dominante sulle altre. Come ti spieghi la sua seconda parte di carriera dopo l’azzurro?

«Non credo potesse avere una carriera normale. Se arrivi a quel punto, anche se il tarlo dell’Olimpiade rimarrà sempre, più di così non puoi fare. Si sviluppa quasi parallelamente alla carriera di Sacchi: sono diversi per metodologia di allenamento ma anche molto amici, e alla fine avranno un percorso simile. Sacchi arriva a vincere tutto con il Milan, quasi a vincere il Mondiale con l’Italia, poi la candela si consuma. Anche Sacchi si reinventa dirigente e poi si ricicla commentatore e opinionista, cerca di battere altri sentieri. Velasco, che è un uomo magari più sereno, ha però questo bagaglio che non si può dimenticare. Bisogna anche ricordare che già all’apice del suo lavoro da ct ci sono molte persone extra pallavolo che lo tirano per la giacchetta perché vorrebbero vederlo nel calcio, nella politica, e lui, che è un po’ vanitoso come tutti i grandi leader, non dice di no. Prova con la Lazio, poi con l’Inter ed entra in conflitto con un mondo, come quello del calcio di 20 anni fa, che era molto contorto, con giochi di potere che non capisce e non concepisce. Società piene di dirigenti che si fanno la guerra, mentre Velasco per dieci anni era stato il capo della pallavolo italiana. Una figura del genere deve comandare, avere pieni poteri esercitati in maniera illuminata. All’interno di quel mondo non poteva avere lunga vita. È il problema di chi arriva a grandi traguardi da giovane, peraltro traguardi meritati e non un po’ frutto di circostanze particolari, penso ad esempio a Di Matteo nel calcio. Poteva andare avanti ancora 15 o 20 anni ma forse non c’era più il sacro fuoco: il massimo era stato già raggiunto e non si poteva che tornare indietro, e per un uomo dalla personalità titanica come Velasco forse non era intimamente accettabile. Meglio fare altro se non si può allenare a quei livelli: conferenze, consulenze, monologhi, tornare a esplorare il lato del manager che già aveva messo in pratica da ct. Rifare semplicemente quello che aveva già fatto in panchina poteva forse sporcare quell’immagine, costruita con merito, di uomo vincente e guru assoluto». 

 (Photo by Mark Sandten/Bongarts/Getty Images)

 

Alle spalle del calcio, nella storia d’Italia, c’è sempre stato spazio per grandi passioni fugaci: l’era degli Abbagnale, l’epoca d’oro di Tomba, anche i flirt con il mondo della vela. La Nazionale di Velasco diventa un fenomeno pop, insidia addirittura il calcio per gli ascolti televisivi, ma possiamo dire che il vero lascito di quel periodo sia da rintracciare nell’ottimo livello delle squadre dei decenni a venire?

«Senza alcun dubbio. La pallavolo italiana, e non solo, vive un prima e un dopo Velasco. Prima del 1989, l’Italia aveva ottenuto un episodico argento mondiale e un bronzo olimpico altrettanto episodico perché non erano presenti le nazionali dell’Est. Da lì in poi è stata sempre con grande regolarità sui podi europei e mondiali. La differenza con gli altri sport è anche la maggiore diffusione per esempio nelle scuole, c’è una pratica femminile anche superiore a quella maschile forse. Che poi sia più o meno divertente non sta a me dirlo, c’è chi lo ritiene meno interessante di basket e rugby, con quest’ultimo che ha avuto una parabola simile anche senza ottenere nemmeno un decimo dei risultati ottenuti dalla pallavolo, diventando più un fenomeno modaiolo. Sicuramente Velasco ha aperto un’autostrada, ricordo sempre una scena citata nel libro: nel 1995 è ospite in questo programma di Chiambretti, “Il Laureato”, ed è accolto da un migliaio di studenti che lo ricevono come fosse una rockstar o un politico navigato. La dimensione del volley in quel momento aveva davvero oltrepassato le pagine sportive dei quotidiani. Se posso, lo dimostra anche l’attenzione che stiamo ricevendo con il libro in questi giorni, tra il Venerdì di Repubblica e il Foglio. Vuol dire che quella squadra ancora oggi, anche se in una fascia di età dai 40 in su, è rimasta nell’immaginario. In un momento in cui lo sport è tutto fermo e l’uomo della strada fatica a conoscere due giocatori della nazionale, tranne magari Zaytsev che è quello un po’ più mediatico, di quella squadra ancora si ricordano cinque, sei nomi. Un mito nato in un momento davvero florido dello sport italiano, si raggiungevano risultati di eccellenza in tutte le discipline con ottimi risultati alle Olimpiadi, è anche l’ultima vera epoca di benessere sportivo, con il Coni che poteva ancora cavalcare gli introiti del Totocalcio. Le Federazioni avevano tanti soldi e forse c’è anche un effetto nostalgia». 

 

©FABRIZIO ZANI / LAPRESSE

Nel libro possiamo rivivere tutte le vittorie di quel ciclo splendido, eppure parte di quel mito risiede nelle due mancate vittorie olimpiche. È un aspetto che potrebbe aver avvicinato ulteriormente gli italiani a quella squadra?

«Avevo anche pensato a un finale alla Tarantino, cambiando il corso della storia come in C’era una volta a Hollywood, poi chiaramente ho evitato. Il finale a lieto fine non avrebbe cambiato molto in quel momento, la squadra era già arrivata alla conclusione del ciclo e non avrebbe potuto spostare di una virgola il giudizio complessivo, anche se magari un’eliminazione ai gironi avrebbe destato sorpresa. Perdere in quel modo cambia poco, in questo momento va di moda The Last Dance e il finale “da Hollywood” avrebbe previsto la vittoria. È un finale contraddittorio, la perfezione non ha difetti ma sono quelli che ci attraggono. È perfetto così: lo sport non è prevedibile, neanche facendo le cose al meglio si può essere certi del risultato. Se avessimo vinto, come previsto da tabella di marcia stipulata dopo Barcellona, sarebbe stata una storia per certi versi banale, un programma di informatica, un business plan aziendale. Invece anche i migliori sono sottoposti all’imponderabile: Bernardi che si fa male il giorno prima della finale, Bovolenta che si rompe il naso, tutte quelle palle mezze fuori-mezze dentro di cui una partita di pallavolo è piena. Questo spiega, ma me ne sono accorto dopo, che la citazione di Stephen King inserita all’inizio del libro ha perfettamente senso: non esiste mai il bene o il male assoluto. I buoni alla Chicago Bulls o i cattivi alla Krause, rimanendo a The Last Dance, anche se sappiamo che Krause aveva tantissimi meriti, sono ottimi per una narrazione all’americana. Spostandoci in Europa o in Italia, tutto è più sfumato. Dal punto di vista narrativo, è quasi meglio che sia andata così, nonostante la tristezza del momento: vista vent’anni dopo, è affascinante che l’ultima pagina sia triste». 

 

 

Barcellona ’92, più di Atlanta ’96, rimane il momento più amaro di quel gruppo?

«Assolutamente sì. Ad Atlanta non si poteva fare di più, l’Italia gioca in maniera un po’ trattenuta perché schiacciata dal peso della sua stessa gloria. Barcellona è il grande rimpianto, lo dimostra anche la decisione di estromettere Lucchetta subito dopo il torneo e di aver sconfessato la scelta di richiamare Vullo, subito accantonato dopo la richiamata: per il palleggiatore fu un’onta addirittura peggiore di quella della prima esclusione. Due passi indietro che denunciano un errore, un ragionamento in cui Velasco si assume delle colpe. È il vero punto dolente degli otto anni: in tantissime interviste, anche a distanza di tempo, lui la cita ancora, è il nervo scoperto. Barcellona è la superbia di andare lì da campioni del mondo, di giocare i quarti convinti di passare senza problemi dopo aver dominato il girone e di ritrovarsi alle prese con una sconfitta atroce, in un momento della gara in cui si era sul match point per entrambe per il regolamento dell’epoca: una situazione ancora più fastidiosa. Penso sia la perdita dell’innocenza, come la notte delle luci di Marsiglia per il Milan di Berlusconi. Il modo in cui l’Italia cade a Barcellona, litigando, perdendo l’unità dello spogliatoio nel momento più importante, è la cosa più fastidiosa. Ma da grandi uomini, da lì sono ripartiti per superare un trauma che pure tornava costantemente alla mente».

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