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Un’idea per ripensare la Coppa Italia. Una volta per tutte

By 7 Maggio 2020

Ecco una proposta per trasformare la Coppa Italia e in una competizione più inclusiva, ma allo stesso tempo più affascinante

 

Riscrivere il calendario della Serie A. Riscrivere il calendario della Serie B. Riscrivere il calendario della Champions League. Riscrivere il calendario dell’Europa League. In questi giorni di progetti più o meno innovativi per cercare di far ripartire ad ogni costo la macchina del grande calcio, c’è costantemente una grande assente. Lanciamo un urlo di dolore in stile Helen Lovejoy dei Simpson: perché nessuno pensa alla Coppa Italia? È vero, per quanto riguarda la stagione in corso il problema è oggettivamente ridotto – restano da giocare le semifinali di ritorno e la finalissima, e trovare una soluzione per una grana di questo tipo sembra davvero comodissimo se rapportato agli altri problemi del calcio italiano, per non parlare di quelli del Paese, in questo momento – e potrebbe realmente prendere piede la possibilità di accorpare queste sfide all’inizio della prossima stagione, ma poi? Perché non cogliere l’occasione per ripensare un torneo che, sin dai suoi primi vagiti, è stato visto più come un problema che come un palcoscenico?

 

Un breve excursus

In molti quasi non considerano la prima edizione della Coppa Italia, competizione nata nel bel mezzo dello scisma del calcio italiano: la vinse il Vado, nel 1922, ma non vi presero parte tutte le formazioni di maggior rilievo dello Stivale a causa della lotta intestina che aveva portato addirittura all’istituzione di due campionati distinti. Una volta risolti i problemi, la Coppa Italia venne riposta in soffitta in pianta stabile fino al 1935, ad eccezione di un naufragato tentativo di rinascita nella stagione 1926-27.

(Photo by Marco Rosi/Getty Images)

Era ancora presto per la gloria: interrotta bruscamente dalla Seconda guerra mondiale, la competizione riprese vita solamente nel 1958, in buona parte su impulso degli organismi internazionali che avevano deciso a loro volta di istituire la Coppa delle Coppe a partire dal 1960 e in minima parte a causa dell’inatteso flop azzurro nel cammino di qualificazione per Svezia 1958, che lasciò una fetta di calendario libera per disputare la prima parte del torneo a ridosso dell’estate e la fase decisiva al suo tramonto, nel mese di settembre. In quegli anni la Coppa era vista come un male necessario, con le partecipanti ridotte all’osso (solo club di A e B) e addirittura l’istituzione del terribile girone finale per assegnare il trofeo, stratagemma rivedibile che portò al pastrocchio dell’edizione 1970-71: con Milan e Torino a pari punti, fu necessario un ulteriore spareggio, risolto soltanto ai calci di rigore nella sfida tra Maddé e Rivera con il successo dei granata.

La formula è stata poi ritoccata di volta in volta nel corso dei decenni: dalla maxi fase a gironi della metà degli anni ’70 (sette gruppi da cinque squadre in cui passavano le prime, permettendo al detentore di entrare in gara solo dai quarti di finale) all’approvazione delle doppie sfide andata e ritorno con la regola dei gol segnati fuori casa, aprendo ai club di Serie C1 all’inizio degli anni ’80.

Negli ultimi decenni, è stato rapidamente archiviato l’esperimento della stagione 96-97, forse il più “inglese” dell’epoca moderna: sfide in gara secca per i primi tre turni con ripetizione del match in caso di pareggio, con le squadre di Serie A in campo già dal secondo turno e costrette a giocare fuori casa. Un format che fece saltare presto alcuni club di livello: Sampdoria, Roma e Parma fuori per mano di Genoa, Cesena e Pescara, Milan costretto al replay con l’Empoli, Inter e Lazio avanti solo di misura contro Ravenna e Avellino; addirittura la Juventus fresca vincitrice della Champions League chiamata alla ripetizione nel terzo turno dopo aver pareggiato 0-0 in casa della Nocerina.

 

 

La descrizione del video su Youtube riporta erroneamente la dicitura “ottavi di finale di andata”, ma in realtà la Juve fu costretta al replay, poi vinto 2-1 a novembre in rimonta dopo il vantaggio ospite siglato da Franco Marchegiani

 

Quell’edizione, vinta poi dal Vicenza di Francesco Guidolin (e forse non fu un caso, ma un prodotto di quella formula così rivoluzionaria per le abitudini italiane), è rimasta un atto unico di una competizione tornata ben presto sui binari della normalità, fino alla strutturazione attuale che permette alle migliori otto del campionato precedente di entrare in gara soltanto in occasione degli ottavi di finale: quattro partite (inclusa la semifinale andata e ritorno) bastano per accedere all’ultimo atto del torneo, un’autostrada più o meno spalancata per la gloria. Una concentrazione di big tra quarti e semifinali fa soprattutto il gioco della tv, che può contare su ascolti da record per le fasi calde del torneo.

Tale formula venne introdotta per l’edizione 2008-09: quel che stupisce, andando a scavare negli archivi, è che venne presentata come un tentativo di avvicinare la Coppa Italia al format utilizzato dalla Coppa di Francia. «Vogliamo avvicinarci al modello francese: avremo le 42 squadre di A e B e 36 club di C1, C2 e Interregionale», dichiarava Antonio Matarrese, omettendo però il fatto che la Coppa di Francia fosse quanto di più inclusivo in Europa insieme alla Fa Cup, con i turni preliminari che vedevano in gioco i club di CFA2, CFA e Championnat National, facendo entrare in tabellone le formazioni della Ligue 1 (tutte, senza distinzione) a partire già dai trentaduesimi di finale.

Coppa Italia

(Photo by Giuseppe Bellini/Getty Images)

 

Come ripartire?

Il calcio italiano, come già accennato, avrà ben altri problemi di ripartenza: i club di A e B già accusano perdite devastanti, tutto ciò che è al di sotto delle prime due categorie rischia di saltare in aria a causa della crisi provocata dall’epidemia. Proviamo, per qualche momento, a pensare a una nuova struttura: A e B immutate, e al di sotto una mini rivoluzione, già paventata da Gravina. Una sorta di C1, ancora professionistica, da 20 squadre, e due gironi di C2, categoria basata sul semiprofessionismo e ultimo cuscinetto prima del passaggio verso i dilettanti, con 40 squadre complessive. La Serie D ha visto al via dell’ultima stagione 166 club divisi in 9 gironi (sette da 18, due da 20): è alquanto realistico ipotizzare una robusta riduzione delle società in grado di rispettare i futuri paletti imposti dalla LND.

Per poter rilanciare la Coppa Italia, immaginando una stagione 2020-21 con i calendari iper compressi, scegliere di prendere un anno sabbatico può essere la strada vincente. Con un calcio italiano ristrutturato, la stagione 2021-22 sarebbe perfetta per il grande rilancio della Coppa Italia. Primo turno preliminare in gara secca (supplementari e rigori) e con fattore campo assegnato tramite sorteggio, che vedrebbe al via le 112 squadre della rinnovata Serie D, ripensata con 7 gironi da 16 squadre. Stessa formula per il secondo turno preliminare, fino a tenere in corsa 28 formazioni di Serie D.

 

Coppa Italia

Un breve recap delle prime fasi della “nostra” Coppa Italia.

 

Le sopravvissute accedono alla “fase finale”, dove non esiste tabellone ma soltanto il sorteggio integrale turno per turno: ogni club si porta dietro un numero di ranking dettato dalla posizione in campionato della stagione precedente, e il fattore campo, da qui in poi, si assegna a chi ha il numero più alto, per dare ai club delle serie minori almeno questo vantaggio (prendendo le classifiche attuali, avremmo Juventus 1, Lazio 2, Inter 3, Benevento 21, Crotone 22 ecc). Alle 28 superstiti si aggiungono i 60 club professionistici di A, B e C1 e i 40 semipro di C2, procedendo sempre in gara secca con supplementari e rigori: almeno nella prima edizione, immaginando comunque problemi di calendario, sconsigliamo alla Federazione di varare i replay, per arrivare senza intoppi all’attesissima finale di Roma.

Sappiamo che una rivoluzione del genere sarà difficilissima, perché per tutelare gli ascolti delle gare che contano si vorrà evitare la possibilità di una marcia inattesa di quelle squadre che in Inghilterra vengono chiamate “Giant-Killing”: prima che il calcio si fermasse, Inter-Napoli aveva fatto registrare poco meno di 7 milioni di spettatori con uno share del 26,37%, dato ulteriormente ritoccato in positivo da Milan-Juventus, scollinata oltre quota 8 milioni con il 30,80% di share. Per fornire un parametro in questo stesso punto del torneo, la doppia semifinale imprevedibile del 2016, Alessandria-Milan, aveva messo insieme 4,3 milioni di spettatori per la sfida in Piemonte e 3,2 in occasione del match di San Siro: due dati che, pur sommati, non riescono a raggiungere il boom del Milan-Juventus di quest’anno. Quello stesso torneo aveva avuto una gara imprevista già nei quarti di finale: Spezia-Alessandria era stata confinata su Raisport (595.000 spettatori) pur non avendo sovrapposizioni con altri incontri.

Gli interessi televisivi ci stanno comunque garantendo una fase finale della Coppa Italia tendenzialmente gradevole, con le big che, a differenza di qualche stagione fa, danno maggior peso al torneo. Ne risentono, inevitabilmente, tutti i sogni di gloria delle piazze meno in vista, per cui riempire uno stadio per un trentaduesimo di finale contro una grande squadra sarebbe l’evento di una vita. Chissà se ci arriveremo mai.

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