Silent Check

Uno spagnolo, un argentino, un tedesco e un italiano

By 13 Maggio 2019

Questo lunedì, giusto per iniziare la settimana con una risata, vi racconto una barzelletta. Ci sono uno spagnolo, un argentino, un tedesco e un italiano. Lo spagnolo aveva vinto tre Europa League di seguito con il Siviglia (record) e, subito dopo, era finito ad allenare il giocattolo parigino dello sceicco annoiato.

Da lì fu cacciato dopo due stagioni e l’Arsenal lo scelse per succedere a sua maestà Arsène Wenger. In passato fu anche vicino ad allenare il Napoli; dopo Benitez, De Laurentis provò a portarlo all’ombra del Vesuvio, ma poi non se ne fece nulla. Alla fine, lo spagnolo, allenando i Gunners, ha conquistato alla prima stagione una finale di Europa League. Non male. E l’ha conquistata perché, mi correggo, non è proprio uno spagnolo, ma un basco. E i baschi non li devi dare mai per morti, fino all’ultimo respiro.

L’argentino, nato a 300km dalla città di Santa Fe, fece le sue fortune allenando la seconda squadra di Barcellona, l’Espanyol. Per molti anni, nella Liga, sotto la sua egemonia i Periquitos hanno rovinato i fine settimana di molti squadroni zeppi di ingaggi stellari. Il suo metodo è semplice: fa giocare a pallone le squadre che allena.

Questo perché, essendo nato nella provincia di Santa Fe, nel suo sangue scorre quello degli antenati colonizzatori iberici, che denominarono la città “Puerto Preciso”. Vi spiego: visto che da quelle parte scorre il fiume Paraná, gli spagnoli, nel 1663, stabilirono che il porto di Santa Fe fosse scalo obbligatorio di tutte le imbarcazioni che navigavano il Paraná, che lì sarebbero dovute fermarsi per registrare carico ed equipaggio. Così il suo Tottenham: tappa forzata di chiunque vuole sentirsi grande, oggi, in Inghilterra come in Europa.

Il tedesco aveva osato sfidare in terra natia l’impero del Kaizer Beckenbauer: il Bayern Monaco. Padroni assoluti del suolo germanico, si sono visti minacciare dall’armata gialla del mister nato a Stoccarda, che tempo prima era persino riuscito a portare il piccolo Mainz, la squadra dove aveva militato da calciatore, in Europa League.

Furono anni di spade e scudi infranti, fino alla finalissima di Champions perduta contro l’Impero Bayern, a Wembley. Già, l’Inghilterra, dove poi lo spilungone tedesco è finito ad allenare il Liverpool: la squadra più veloce, imprevedibile, con i muscoli fin nel cervello, che c’è, oggi, in Europa. E il mago tedesco dai capelli biondi se la vedrà proprio con l’uomo di Santa Fe nella finale Champions di quest’anno al Wanda Metropolitano. Sarà lotta all’ultimo sangue. Krauti, asado e fantasia.

 

Infine, l’italiano. Senza giacca e cravatta, ciancicando il filtro dell’ultima sigaretta fumata prima di uscire sul rettangolo di gioco, l’ex banchiere portatore di gioia e rivoluzione, al suo primo anno oltre Manica ha condotto il Chelsea all’ultimo atto dell’Europa League, dove incrocerà i guantoni con il basco, quello che non muore mai. E c’era chi l’italiano lo aveva pure criticato, dopo l’addio dal suo Napoli, unico vero sfidante italiano della Juve-acchiappa-tutto dell’ultimo decennio. Gliene hanno dette di tutte: in Inghilterra il suo gioco non funziona, è provinciale, non è un allenatore in grado di competere in Europa. Seh, come no.

La parte divertente della barzelletta arriva ora, so che non dovrei spiegarla, ma lasciatemi finire. Emery, Pochettino, Klopp e Sarri, sono uomini, prima che allenatori, con delle idee. Con dei credi, umani oltre che calcistici. Hanno innovato per anni, nell’ombra, senza riempirsi le bocche di dichiarazioni a effetto. Il lavoro, giorno dopo giorno, abbinato alle notti insonni passate a disegnare nuove geometrie tattiche, tutte al servizio della bellezza. E la risata, alla fine della barzelletta, è per tutte le fesserie scritte sul conto di quattro geni del pallone che, in quest’annata di grande calcio europeo, si sono presi le loro personali rivincite. Ah-ah-ah. Dedicato, con tanto gusto, a chi gli ha rotto le scatole.

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