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V per Vicenza (seconda parte)

By 2 Aprile 2020

Nel 1997/1998 il Vicenza di Guidolin è arrivato fino alla semifinale di Coppa delle Coppe. Abbiamo provato a rigiocare quella stagione su CM 97/98. Ne è uscito qualcosa di bellissimo

La storia potrebbe essere presa da un libro di China Mieville, con due entità simili e in qualche modo sovrapponibili che sono destinate a non incrociarsi mai. Da una parte il Vicenza in carne e ossa, quello che sotto la guida di Francesco Guidolin, ventidue anni fa, è riuscito ad arrivare fino alla semifinale di Coppa delle Coppe prima di arrendersi al Chelsea. Dall’altro il nostro Vicenza, una squadra cibernetica e virtuale che vive nel mondo del preistorico mondo del DOS di CM97/98. Spinti dalla noia di queste giornate in isolamento forzato abbiamo deciso di rigiocare quella stagione, in un continuo pingpong fra presente e passato. L’obiettivo? Capire se quell’annata è davvero replicabile o resterà qualcosa di ineguagliabile.

 

Leggi la prima parte

 

L’Europa chiamò

Francesco Guidolin fatica a trattenere il nervosismo. È il 17 settembre del 1997 e il suo appuntamento con la Storia è fissato per il giorno successivo. Diciotto anni dopo Paolo Rossi e l’eliminazione al primo turno di Coppa Uefa per mano del Real Madrid, infatti, i biancorossi tornano in Europa. E nei sedicesimi di finale di Coppa delle Coppe se la devono vedere con il Legia Varsavia. «Anche per me – spiega Guidolin in conferenza stampa – è un debutto assoluto. Ci vorrà più determinazione che in campionato, ma siamo tutti consapevoli dell’opportunità storica di questa sera». A preoccuparlo, però, è soprattutto la scarsa esperienza internazionale dei suoi giocatori. D’altra parte quello ad aver giocato più partite in Europa è Ambrosini (7 gettoni con la maglia del Milan), Coco e Schenardi sono fermi a due, Baronio a una soltanto. «Hanno esperienza europea sulla carta – si lascia andare Guidolin – ma se ci affidiamo ai ventenni siamo fritti».

Mimmo Di Carlo, invece, di anni ne ha 33 (e mezzo). E anche lui si sta preparando a un esordio che fino a qualche mese prima sembrava destinato a restare un sogno. «Sarà un’altra grande emozione – dice –  In parte me lo merito questo esordio, in parte c’e’ un po’ di fortuna, in parte… non ci posso ancora credere quando ci penso».

La sfida contro il Legia finisce 2-0. Gol di Pasquale Luiso e Gabriele Ambrosetti. Un risultato che è una piccola garanzia in vista del ritorno. E due settimane più tardi, in Polonia, il Legia Varsavia non centra l’impresa. Il finale recita 1-1, con Lamberto Zauli che pareggia il vantaggio iniziale segnato da Jacek Kacprzak.

Si vola agli ottavi, dunque. Dove ad attendere il Vicenza c’è lo Shakhtar Donetsk, allora praticamente sconosciuto. «Siamo a posto – commenta il  d.g. Sergio Gasparin – così farà ancora più freddo, di questa squadra dell’Ucraina non sappiamo niente, ma adesso ci mettiamo subito al lavoro. Mi spiace per i nostri stupendi tifosi che stavolta non potranno di sicuro prendere il pullman per seguirci come avevano fatto in Polonia». E ancora: «Mi hanno detto – spiega Gasparin – che è la città più a est dell’Ucraina, da Venezia 5 ore e mezzo di volo, faremo di sicuro un charter. So che il loro stadio ha una capienza di 40 mila posti. Una cosa è certa: se hanno eliminato i portoghesi del Boavista vincendo prima in trasferta e poi pareggiando in casa, non sono squadra da sottovalutare».

Mimmo di Carlo, invece, ha deciso di imparare subito qualcosa su i suoi prossimi avversari. «Sono andato a cercare sull’Atlante questa città, come si chiama? Donetsk? Non sono riuscito a trovarla».

Anche contro gli ucraini la squadra di Guidolin riesce a dare spettacolo. All’andata, in Ucraina, finisce 1-3 (doppietta di Luiso e gol di Beghetto), mentre nel return match i biancorossi si impongono 2-1 (reti di Luiso e Viviani). Proprio sul più bello, però, l’appuntamento con l’Europa viene rimandato al marzo del 1998, quando il Vicenza dovrà vedersela contro il Roda.

 

Nel primo turno di Coppa delle Coppe il mio Vicenza deve affrontare l’Aalborg. Ormai ho trovato lo schema che sembra adattarsi meglio alla mia squadra: il 4-4-2 difensivo. Visto che di turnover nemmeno se ne parla, schiero Mondini in porta, Beghetto, Gamarra, Belotti e Coco in difesa, Schenardi, Emmers, Ambrosini e Svindal Laresn a centrocampo e, ovviamente, Otero e Luiso in avanti. In 20′ segno due volte: prima con Otero e poi con Luiso. Sembra tutto facile, eppure vengo raggiunto dai gol di Andersen e Hasselgreen. Nel secondo tempo mi riporto in vantaggio cambiando l’ordine dei fattori: prima Luiso e poi Otero. È 2-4. Un risultato utile per portare a casa il risultato in tutta tranquillità. E invece Andersen e Quade (all’82’) mi riprendono per la seconda volta. Il rammarico per la mancata vittoria è forte, ma almeno il bicchiere è mezzo pieno, visto che con i 4 gol realizzati in Danimarca non dovrei avere problemi con i gol fuori casa.

 

Nella gara di ritorno non c’è storia. Tiriamo 19 volte, 7 in porta, contro appena una conclusione nello specchio dei danesi. Gamarra è un gigante (voto a fine partita: 9), al resto ci pensano come al solito Luiso e Otero. Il finale recita 2-0 per noi. E ci consegna il pass per gli ottavi di finale, dove affrontiamo gli svedesi dell’AIK. 

L’andata si gioca in casa. E con Alexandersson che torna dall’infortunio, dirotto Beghetto a sinistra e spedisco Coco in panchina. Per il resto Ivanov forma la coppia centrale con Gamarra, Zauli si prende la fascia destra con Ambrosetti dall’altra parte e in mezzo spazio a Viviani e Ambrosini (diventato addirittura capitano).  È un match a senso unico. Nel primo tempo Luiso segna una doppietta. Poi, al 66′, Pirri inchioda il risultato sul 3-0. 

Anche se il ritorno si gioca in Svezia, ho più di un piede nel turno successivo. Decido allora di far giocare chi ha trovato meno spaizo. Belotti sostituisce Ivanov, Di Napoli fa rifiatare Luiso e Pirri prende il posto di Ambrosetti. Stavolta, però, non va tutto liscio. Al 74′ Manglind porta in vantaggio l’AIK, mentre due minuti più tardi si ferma Svindal-Larsen. 

Niente in confronto alla brutta notizia che arriva nel finale. Le ultime otto squadre rimaste in corsa sono Betis, Chelsea, Grasshopper, Stoccarda, Boavista, Partizan e Wacker Moedling. E il sorteggio non è affatto benevolo. Riesco a evitare il Chelsea, ma dovrò affrontare il Betis. Un accoppiamento che sa già di sentenza. 

 

Serie A, di nuovo

Il percorso che va dalla nona alla diciassettesima giornata è piuttosto complesso per la squadra di Guidolin. In 9 partite, infatti, il Vicenza mette insieme appena 7 punti, precipitando dal sesto all’undicesimo posto, con 21 punti totali in classifica.

La prima partita di questo secondo rettilineo che porta al giro di boa del campionato si gioca all’Olimpico, contro la Roma di Zeman. Finisce 2-2. Gol di Luiso, prima Balbo e poi Paulo Sergio ribaltano il risultato, Ambrosetti al 45′ inchioda il finale sul 2-2. La decima giornata mette fine al mese di novembre. E il Vicenza si ritrova a ospitare l’Inter. I biancorossi partono forte e trovano anche il gol, solo che l’arbitro annulla tutto per un fuorigioco di Giacomo Dicara che cerca di deviare in porta un tiro di Zauli. Alla fine sarà 1-3 per i nerazzurri, con Guidolin che proprio non riesce a darsi pace.

«Questo risultato non è giusto per quello che ha fatto il Vicenza – dice il mister nel post partita – perdere 1-3 in casa non è spiegabile a chi non ha visto. Non ho niente da dire ai miei, hanno fatto tutto il possibile, ma non è bastato. Contro una grande squadra non basta fare bene, ci vuole anche l’ aiuto della sorte, e questa volta la sorte è stata amica dell’Inter. Abbiamo attaccato di più, li abbiamo messi in difficoltà, ma loro quando si sono presentati in avanti hanno fatto gol. Eravamo pronti a giocare un finale al massimo per rimontare, il risultato era in bilico. Invece è arrivato quel terzo gol di Ronaldo».

(Photo by Andreas Rentz/Bongarts/Getty Images)

La vittoria contro il Lecce nel turno successivo è un brodino caldo. Perché alla dodicesima giornata va in scena il tracollo del Vicenza. Il 14 dicembre i biancorossi ospitano la Fiorentina di Alberto Malesani. Finisce 1-5. A fine partita Guidolin si presenta davanti alle telecamere con la serenità di chi ha visto il suo mondo implodere e cadergli addosso. «È colpa mia – dice – tutta colpa mia. In settimana ho sbagliato l’ impostazione tattica della partita. I ragazzi si sono impegnati, ma non hanno responsabilità, vanno assolti. Merito anche alla Fiorentina che ha fatto una grandissima partita».

Il giorno l’allenatore torna a parlare con Alberta Mantovani della Gazzetta. «Questa sconfitta fa male – spiega Guidolin – è una mazzata dura e resterà per sempre un ricordo negativo». Il mister, però, sbotta quando la giornalista gli domanda se una simile disfatta può diventare una lezione. «Macché, non ho mai pensato che per capire le cose si debbano prendere sberle, anzi mi da’ fastidio quando vengono fuori certi discorsi. E’ come se picchiare i figli fosse utile per insegnar loro le cose giuste, assurdo». Ma Guidolin difende anche la sua pubblica autoflagellazione. «La verità anche se amara va detta, io la penso così, se proprio non posso dirla allora preferisco tacere, ma le bugie non le sopporto. Ovvio che avrei potuto aggrapparmi alle assenze di Mendez, Ambrosini e Dicara. Così come avrei potuto sottolineare che Otero rientrava dopo mesi di assenza dal campo di gioco, che Canals tornava in campo dopo quattro domeniche, che alcuni non erano in perfette condizioni fisiche… stupidaggini, la verità  è quella che ho detto e ci tengo che la mia gente la sappia. In questa pesante sconfitta c’e’ molto di mio, ho fatto confusione involontariamente ai mie giocatori, pensando di trovare la soluzione migliore ho invece tolto quelle certezze che fino ad ora sono state una nostra arma».

Ma i dispiaceri non sono ancora finiti. La domenica successiva, 21 dicembre, il Vicenza torna all’Olimpico. Stavolta si gioca contro la Lazio. Stavolta il risultato è molto diverso. Finisce 4-0 per i biancocelesti. Non esattamente il modo migliore per prepararsi al Natale. Stavolta l’analisi di Guidolin è molto più stringata. «Ci mancavano tre titolari in difesa, la prima ammonizione di Stovini resta un mistero, a metà incontro abbiamo reagito e messo in difficoltà la Lazio. Con questo schema ci era andata bene, la classifica era bella e ci siamo sentiti appagati. Invece non possiamo giocare ancora alla pari con squadre come la Lazio. Fossimo rimasti in undici, chissà».

L’incubo non è ancora finito. Prima del ritorno alla vittoria (sedicesima giornata, Vicenza – Empoli 1-0 con gol di Luiso all’88’), c’è ancora tempo per le sconfitte con Bari e Juventus. Ma, soprattutto, nell’ultima giornata del girone di andata arriva un altro scivolone clamoroso: a Udine finisce 3-0 per i padroni di casa (grazie alla doppietta di Bierhoff e al gol di Locatelli). A fine partita Brivio lascia un commento lucido ma allo stesso tempo inquietante. «Il mister ci aveva avvertito che dovevamo stare attenti – dice – ma noi a livello inconscio non abbiamo mai pensato che dovevamo lottare per salvarci».

 

Le prime otto giornate sono state piuttosto chiare. Perché se non segna Luiso, per il mio Vicenza è un dramma. E anche l’arrivo di Romario non sembra aver cambiato molto le cose. Una legge  ferrea che trova nuova applicazione alla nona giornata, quando ospitiamo l’Udinese. Al Menti finisce 2-0, frutto della doppietta del Toro di Sora che ci trascina in alto e che mi consente di vincere il premio di allenatore del mese di ottobre. 

Il decimo turno, invece, assume contorni surreali. All’Olimpico, contro la Roma, il gioco mi segnala in ordine una “papera galattica” di Mondini, un retropassaggio suicida di Fabio, anzi, Fabrio Viviani, una traversa colpita da Luiso, un gol annullato a Romario e un palo centrato ancora da Luiso. Il risultato finale? 2-1 per i giallorossi, che capitalizzano gli unici due tiri in porta grazie alle reti di Balbo e Berretta che ribaltano il vantaggio iniziale di Luiso (ovviamente).

Una vera e propria oscenità che riesco a riscattare la domenica successiva, quando volo a Bergamo, contro l’Atalanta. È una partita complicatissima. E, soprattutto, durissima. La Dea perde Persson e Carrera per infortunio, io devo sostituire un Ambrosini vittima di un problema fisico. Alla fine vinciamo 0-3 con Luiso che sblocca la partita e Romario che segna le due reti della tranquillità. 

L’infortunio di Ambrosini, alle prese con una contrattura alla gamba, e la contemporanea assenza di Baronio mi costringono a cambiare il centrocampo. Il ballottaggio è fra Emmers, ancora zero presenze in campionato, e Mimmo Di Carlo. Contro la Sampdoria decido di mandare in campo Di Carlo, facendo prevalere il cuore alla ragione (visto che da quando è arrivato in Italia il belga ha addirittura riconquistato la maglia della Nazionale). Mentre Otero spedisce sopra la traversa una quantità spaventosa di palloni, Ekstrom porta in vantaggio la Sampdoria. Decido di schierare un 4-4-2 meno difensivo e le cose sembrano migliorare. Ambrosetti pareggia quasi subito, ma Baronchelli allo scadere del primo tempo porta in vantaggio i blucerchiati. Decido di pescare il jolly. Fuori Luiso, peggiore in campo, dentro Romario. È come una bestemmia urlata in chiesa. Il brasiliano non tocca palla, Ekstrom segna ancora. Finisce 1-3 e con due vittorie e altrettante sconfitte nelle ultime 4 partite comincio a essere un preoccupato. Proprio come la dirigenza, che mi manda a dire che la sconfitta contro la Sampdoria è stata un risultato deludente.

Mentre ci avviciniamo alla trasferta di Firenze, Romario pensa bene di slogarsi un polso in allenamento. Per carità, è questione di un paio di giorni, però la sua condizione fisica cala all’87%. Non esattamente una buona notizia. Contro la Fiorentina mando in campo una squadra sfrontata: Otero largo a sinistra, Luiso e Romario tandem offensivo. Al 27′ il Toro di Sora scavalca la difesa e mette il brasiliano da solo davanti a Toldo. E stavolta, almeno, Romario non sbaglia. Edmundo pareggia, ma il gol viene annullato. Non sarà così al 47′, quando il brasiliano con la passione per il carnevale di Rio segna il gol del pareggio. Ma anche qui è solo questione di minuti. Perché il Vicenza domina la partita e Luiso segna il gol che vale i tre punti. 

Intanto, il mercato è piuttosto fiacco. Ho ancora una decina di milioni per migliorare la squadra, ma nessun nome alla mia portata mi convince davvero. Certo, c’è sempre Savicevic, ma il “Genio” è extracomunitario, così dovrei rinunciare a uno fra Gamarra (ormai ministro della difesa, con un valore del cartellino che è salito a 11 miliardi di lire), Otero e Romario. Senza dimenticare Trifon Ivanov, infortunato e ormai sostituito in pianta stabile da Belotti. Decido di prendere ancora un po’ di tempo per pensarci, mentre la mia squadra volta a Parma per la gara di andata dei quarti di finale di Coppa Italia. L’obiettivo, anche senza turnover, è limitare i danni. E lo centriamo alla grande. Al 90′ è 0-0, un risultato che tiene ancora in piedi la qualificazione e che la dirigenza reputa addirittura “ottimo”.

Mentre cerco un motivo valido per non provare a comprare Savicevic, ospitiamo il Lecce. Il computer mi segnala che Romario “si muove in maniera elegante”, ma poi spara in curva il pallone a tu per tu con il portiere avversario. Neanche il 4-4-2 offensivo sembra scalfire la difesa dei salentini. Poi al 68′ Luiso serve un pallone filtrante a Romario che finalmente segna il gol del vantaggio. Poca roba, ma comunque sufficiente a portare a casa i tre punti (anche grazie a Mondini che vince il premio di uomo partita). 

Il 10 dicembre ricevo il Milan primo in classifica. La vittoria esterna a Firenze e il successo contro il Lecce mi convincono a schierare la stessa formazione, con Ambrosetti ancora in panchina e Otero chiamato a sacrificarsi in difesa (tanto la porta non la vede poi molto). I rossoneri partono bene, ma per un’ora è dominio totale del Vicenza, con Romario e Luiso che fanno letteralmente impazzire Costacurta. Il Milan tira solo una volta verso Mondini, poi ecco che all’87’ Kluivert segna il gol che mi costa la sesta sconfitta stagionale. Praticamente un copione che si ripete sempre uguale contro le big o comunque contro le squadre che mi precedono in classifica. 

Il cammino verso la penultima gara del girone di andata è agitata da un fuoriprogramma. Prima Otero e poi Mendez vengono nella mi stanza e chiedono a gran voce di essere ceduti. Vicenza, dicono, ormai gli sta stretta. Hanno bisogno di una sfida più grande. Li accontento (tanto ormai Mendez non gioca più) e faccio visita all’Empoli. Vinco 0-2. Con doppietta di Luiso. Tutto molto semplice. Proprio come nella gare di ritorno dei quarti di finale di Coppa Italia, dove riparto dallo 0-0 dell’andata con il Parma. La partita inizia subito male: al 14′ si fa male Beghetto. Deve essere sostituito. Così opto per la “Locura”, come direbbero quelli di Boris. Significa che al posto del terzino faccio entrare, come esterno sinistro basso nientepopodimenoche Alessio Pirri, un esterno offensivo. Mi aspetto gol a grappoli da Chiesa, Asprilla e Crespo, ma alla fine vico 2-0 grazie alle reti dell’insostituibile Ambrosini e a un’autorete di Fabio Cannavaro. Una vittoria che mi spalanca le porte della semifinale, dove incontrerò la Roma (mentre l’altra semifinale vedrà affrontarsi la Juventus e il Padova).

L’ultima del girone di andata sarebbe contro la Lazio. Ma a causa di non meglio identificati impegni, la partita è stata spostata e mi ritrovo a giocare ancora una volta contro il Parma, in trasferta. Al 7′ Luiso prova addirittura una mezza rovesciata che si perde alta. Il Parma gioca meglio, così a fine primo tempo decido di cambiare Viviani, peggiore in campo, con Di Carlo. E magicamente dopo appena un minuto passo in vantaggio grazie ad Ambrosini, bravo a ribattere in rete una conclusione di Otero smanacciata da Buffon. È il gol che decide l’incontro. Batto per la seconda volta il Parma, ma, soprattutto, batto per la prima volta in campionato una squadra che mi precede. La dirigenza non perde tempo e mi manda a dire che la vittoria esterna al Tardini è stata un risultato “eccellente”. Anche perché, grazie a quella vittoria, sono salito al quarto posto in classifica con 33 punti, praticamente 12 in più del Vicenza in carne e ossa.

Ma ci sono due dati particolarmente interessanti. Il primo è che in 17 partite (quindi in metà campionato visto che la Serie A è a 18 squadre) ho messo insieme 11 vittorie e 6 sconfitte, senza mai neanche un pareggio. L’altro riguarda Pasquale Luiso. Il Toro di Sora ha segnato 17 reti in campionato, esattamente le stesse di George Weah e 2 in meno di Enrico Chiesa. Significa che tutti gli altri miei giocatori insieme hanno fatto appena 4 reti. Un po’ poco per una squadra che vuole raggiungere traguardi importanti. Ma ci sarà tempo per pensarci. Ora l’importante è godersi per un poco questo quarto posto in solitaria.

 

(continua)

 

 

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