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V per Vicenza

By 31 Marzo 2020

Nel 1997/1998 il Vicenza di Guidolin è arrivato fino alla semifinale di Coppa delle Coppe. Abbiamo provato a rigiocare quella stagione su CM 97/98. Ne è uscito qualcosa di bellissimo

La storia potrebbe essere presa da un libro di China Mieville, con due entità simili e in qualche modo sovrapponibili che sono destinate a non incrociarsi mai. Da una parte il Vicenza in carne e ossa, quello che sotto la guida di Francesco Guidolin, ventidue anni fa, è riuscito ad arrivare fino alla semifinale di Coppa delle Coppe prima di arrendersi al Chelsea. Dall’altro il nostro Vicenza, una squadra cibernetica e virtuale che vive nel mondo del preistorico mondo del DOS di CM97/98. Spinti dalla noia di queste giornate in isolamento forzato abbiamo deciso di rigiocare quella stagione, in un continuo pingpong fra presente e passato. L’obiettivo? Capire se quell’annata è davvero replicabile o resterà qualcosa di ineguagliabile.

Calciomercato

Getty Images/Claudio Villa Archive

È il 21 luglio del 1997 quando Francesco Guidolin decide di lanciare l’allarme rosso. Il suo Vicenza, infatti, ha bisogno di rinforzi. E anche alla svelta. «Mi manca un difensore centrale, forte e di esperienza. In questo momento non sono pienamente soddisfatto della campagna acquisti anche se, viste le condizioni in cui la società ha operato, capisco che è stato fatto tutto il possibile. Con la rosa attuale però sono obbligato a schierare la difesa a cinque, senza alternative e senza particolare entusiasmo», dice il mister prima di salire sul pullman che porta la squadra nel ritiro di Enego.

Repubblica riporta un’indiscrezione interessante. A Vicenza starebbe per arrivare “un libero olandese, attualmente in forza a una squadra di Serie A non di primo livello”. Troppo poco per calmare il mister. «In A ogni allenatore ha diritto di poter scegliere tra più moduli di gioco. E questo diritto penso di averlo anch’io. Gli impegni sono molti, Supercoppa, Coppa delle Coppe, Coppa Italia con il titolo da difendere, campionato. Una rosa ampia consentirebbe di affrontare meglio gli impegni, anche se per noi l’unico importante sarà la salvezza in campionato».

Un concetto che l’allenatore ribadisce anche a inizio agosto. «Da dove riparte il Vicenza? Dal quintultimo posto, o meglio, quello è il nostro obiettivo, come sempre – dice in conferenza stampa – Quest’anno poi mi sembra che qualcuno abbia voglia di prenderci in giro. Sento dire che saremo impegnati su tre fronti, considerando anche la Coppa Italia e la Coppa delle Coppe. Roba da ridere, ovvio che ci proveremo, so bene che si tratta di vetrine importanti, ma qui non vendiamo miracoli, né illusioni. Se riuscissimo a restare in A per il terzo anno consecutivo, allora sì, avremmo fatto qualcosa di molto importante».

LaPresse.

Ma c’è anche un altro rospo che Guidolin proprio non riesce a mandare giù. Perché nonostante quel capolavoro che si chiama Coppa Italia con il Vicenza, nessun grande club ha deciso di chiamarlo. «Non è mancata la voglia di confrontarmi con una grande piazza, ma la possibilità. Ad un certo punto sembrava ci fosse anche qualche soluzione alternativa, ma alla fine si è trattato solo di chiacchiere. Quello dell’allenatore è diventato un mestiere strano, mi sono reso conto soprattutto quest’anno che non è poi così vero che siano i risultati a pagare. Perché tutto mi si può dire, ma non che non abbia ottenuto dei buoni successi in questi anni di Vicenza. Invece non solo non sono stati sufficienti per ottenere una chance importante, ma se mi guardo intorno, mi rendo conto che gente che non solo non ha vinto, ma anzi ha perso di brutto, siede su fior di panchine. E non penso solo all’Italia. All’estero si è visto di peggio».

Appena prendo possesso del Vicenza mi accorgo che Guidolin non aveva poi torto. La rosa è costruita in maniera poco equilibrata (almeno secondo i ruoli riportati in CM97/98): 4 portieri (Brivio, Mondini, Zerman e Verdi), 2 soli esterni bassi (Coco e Beghetto), 5 difensori centrali (Belotti, Dicara, Canals, Stovini e Mendez), 9 centrocampisti (Ambrosini, Viviani, Zauli, Iannuzzi, Lombardini, Firmani, Pallaini, Barionio e Di Carlo), due esterni offensivi (Schenardi e Ambrosetti) e 3 attaccanti (Otero, Luiso, Di Napoli).

Ma la prima cosa che mi colpisce esaminando i giocatori che dovrò mandare in campo è nascosta a centrocampo. Perché il povero Viviani è stato declassato da mediano a refuso. Chi ha tradotto il gioco ha sbagliato a scrivere il suo nome. Non Fabio, ma Fabrio, con una incomprensibile “r” a creare più di qualche interrogativo.

Il budget a disposizione per la campagna acquisti è di 12 miliardi di lire. Praticamente una miseria, visto che un giocatore di livello medio costa fra gli 8 e i 12 miliardi. Così per rafforzare la squadra sono costretto a rovistare fra le ultime pagine dei giocatori il lista per il trasferimento. O, peggio, fra gli svincolati. Alla fine decido di toccare la rosa il meno possibile. Fra i suggerimenti del talent scout mondiale scelgo Carlos Gamarra, acquistabile da una non meglio identificata “squadra minore” per 10 milioni. Di lire. Praticamente l’equivalente di un anticipo per una macchina. Poi offro 400 milioni di lire per Tommy Svindal Larsen, centrocampista sinistro/centrale dei norvegesi dello Stabaek, 600 milioni per Teddy Lucic, centrale dell’IFK Goteborg, e 1,1 milardi per Marc Emmers, centrocampista belga in forza a un’altra “squadra minore”.

Lucic non ne vuole sapere di venire a giocare a Vicenza. Ma visto che sono al corrente dell’immotivata passione di CM97/98 per i giocatori provenienti da Svezia, Norvegia e Danimarca, mi trasformo in uno stalker trovando in continuazione l’accordo con la sua squadra. Viste le mie attenzioni, mi dico, alla fine dovrà pur accettare. Non lo farà.  Ma anche se la dirigenza mi dice che la situazione economica non è delle migliori, decido di puntare tutto il mio budget su due giocatori: Albert Ferrer, terzino destro del Barcellona (una volta si è accasato addirittura all’Empoli) e Alessio Pirri, centrocampista offensivo della Salernitana e dell’Under 21. 

Ma mentre i blaugrana accettano subito gli 8 miliardi per il cartellino dell’esterno, Ferrer non ha nessuna intenzione di scendere di livello. Con Pirri, che CM 97/98 definisce “Stella dell’Under 21 italiana” la situazione è molto diversa. Così con 6 miliardi alla Salernitana e 40 milioni mensili al giocatore chiudo l’accordo. 

 

Supercoppa

Il 23 agosto 1997 il Vicenza è impegnato nel primo impegno stagionale. La Supercoppa italiana. Contro la Juventus. Nessuno si fa molte aspettative su come andrà a finire. «Senza nulla togliere ai meriti della squadra di Guidolin, capace lo scorso anno di superare nel suo cammino di coppa Milan, Bologna e infine il Napoli, proprio la targa storicamente “provinciale” del Vicenza toglie involontariamente (ma ingiustamente) un po’ di fascino a questo appuntamento. Troppo evidente, infatti, resta il divario tecnico tra le due squadre per immaginare in partenza il brivido dell’incertezza», scrive Alberto Cerruti sulla Gazzetta dello Sport.

Un pensiero condiviso in pieno proprio da Guidolin. «Noi – spiega l’allenatore vicentino – non siamo abituati a questo tipo di manifestazioni. Cercheremo però di fare bella figura, con umiltà e nello spirito di chi dovrà vendere cara la pelle». Ma i biancorossi si presentano all’appuntamento con una formazione in grande difficoltà. Mendez (che poi sarà comunque fermato da una colica) e Otero sono appena tornati dal Sud America, Luiso è reduce da un problema alla caviglia, Dicara e Belotti sono squalificati. Sperare in una vittoria diventa un atto di fede. Che puntualmente non arriva.

Il Vicenza regge un tempo, poi perde la bussola. La Juventus vince 3-0 grazie alla doppietta di Inzaghi e al gol di Antonio Conte. E il peggio, per Guidolin, deve ancora venire. Perché l’allenatore decide di tornare a Vicenza già nella notte. Non una buona idea. «Guidolin, allenatore del Vicenza, domenica mattina molto presto (le 3.30) rientrava a Castelfranco Veneto da Torino, dove la sua squadra aveva poche ore prima perduto (3-0) la Supercoppa italiana contro la Juventus – scrive La Repubblica – Sulla strada statale Postumia, dove il limite di velocità è fissato a 50 all’ora, Guidolin viaggiava a 105 chilometri orari: l’ autovelox ha immediatamente fotografato la sua auto e una pattuglia della Polstrada è intervenuta, sequestrando la patente dell’allenatore e comminandogli una multa di 587 mila lire».

 

Il mio primo colpo in uscita si chiama Alessandro Iannuzzi. Il Diavolo stacca un assegno di 8,2 miliardi di lire e se lo porta a Milanello. Una parte di quei soldi l’ho investita per puntellare la difesa. Così ecco che dal Rapid Vienna è arrivato l’iconico Trifon Ivanov. Costo del trasferimento: 1,2 miliardi. Il bulgaro è extracomunitario proprio come Mendez, Gamarra e Otero, quindi a turno uno dei tre difensori dovrà restare fuori. A destra, mentre continua il pressing su Ferrer, mi sono coperto portando a casa, per 650 milioni di lire, Niclas Alexandersson dell’IFK. Il suo ruolo è multiforme: difensore/centrocampista/attaccante (destro/sinistro/centrale). Una specie di Luis Enrique senza otpional. 

La Supercoppa assomiglia molto a una gara a senso unico. Anche perché la Juventus si è rafforzata con Sol Campbell, Robert Pires e Christian Wörns. Fanno 61,8 miliardi. Senza vendere nessuno. Pensare di poter vincere davvero è quanto meno utopico. Ha ragione Guidolin. Bisogna cercare di fare almeno bella figura. Sono indeciso fra un 4-4-2 bilanciato e un 5-3-2 con Dicara libero e Schenardi e Pirri pronti a fare da racconto con Luiso e Otero. Opto per quest’ultima opzione, schierando Alexandersson terzino destro, Ivanov al fianco di Mendez e Pirri a centrocampo. 

 

Il mio fortino regge 39′ minuti. Poi Ivanov liscia clamorosamente il pallone in area e regala un gol a Del Piero. Per i bianconeri, però, è meno facile del previsto. Nella ripresa Zidane si fa espellere per doppia ammonizione, così cambio tattica e schiero un 4-4-2 bilanciato. E il cambio di modulo dà i suoi frutti. Ivanov riesce miracolosamente a trovare il gol del pareggio. Calcio di punizione dalla trequarti e zuccata vincente del bulgaro. Si vola. Solo che la Juventus è una squadra ingiocabile, così piena di risorse da potersi permettere di vincere grazie a un comprimario.  All’85’, infatti Nick Piede caldo trova il gol che vale il definitivo 1-2 per i bianconeri. La Coppa va  a Torino. A noi restano soltanto i complimenti e la consapevolezza di aver fatto meglio del Vicenza in carne e ossa. Almeno per questa partita. 

 

 

 

L’esordio in Coppa Italia

Nella Coppa Italia 1997/1998 il Vicenza non è riuscito a eguagliare l’exploit dell’anno precedente. Anzi, è stata eliminata subito. Ai sedicesimi di finale, Guidolin  e soci hanno pescato il Pescara. I biancorossi hanno vinto all’andata, il 3 settembre all’Adriatico, grazie a una rete di Di Napoli in pieno recupero. due settimane più tardi, al Menti, perderanno 2-3, venendo così eliminati per la differenza reti.

Championship Manager, invece, mi fa iniziare dal turno precedente. E il sorteggio mi assegna l’Ancona, ancora lontana dalla Serie A e dell’acquisto di Mario Jardel. Questa volta mi schiero con un 4-4-2 classico, consegnando le chiavi del centrocampo alla coppia Viviani – Di Carlo. Dovrebbe essere una partita semplice, ma la mia retroguardia soffre le incursioni di Giorgio Bresciani e Lorenzo Scarafoni. Molto più di quanto sia lecito. Alla fine del primo tempo siamo sull’1-1, con Mendez che ha pareggiato il gol iniziale di Scarafoni.

Nella difficile ricerca di un’identità tattica, all’intervallo cambio ancora e mi metto con un 4-2-3-1. Le cose non migliorano affatto. Scarafoni segna ancora, Pirri pareggia. Poi, grazie a un clamoroso errore di Wilson, Luiso trova il gol che vale il 2-3. Una partita che si è trasformata in una indicibile sofferenza e che ci regala due infortunati: Mendez e Alexandersson (frattura delle costole, sei settimane di stop). L’unica buona notizia arriva dopo il fischio finale, quando ci comunicano  l’accoppiamento per i sedicesimi. Siamo stati sorteggiati contro il Lecce. Se ne riparla a ottobre, ma o troviamo subito una identità tattica oppure faremo molta fatica ad andare avanti. 

 

Finalmente Serie A

Francesco Guidolin era stato piuttosto chiaro: l’obiettivo finale del suo Vicenza è il quintultimo posto. Una frase che, durante il precampionato, suonava un po’ come un tentativo di mettere le mani avanti. Una frase che, trentaquattro giornate più tardi, suonerà profetica. Perché i biancorossi terminano davvero quintultimi. Sono salvi per un punto, per un battito d’ali di una farfalla dall’altra parte del mondo che deve aver fatto perdere un punto per strada al Brescia, che sprofonda in B insieme ad Atalanta, Lecce e Napoli.

Pasquale Luiso, Vicenza (Photo by Mike Egerton/EMPICS via Getty Images)

Che sarebbe stata un’annata particolare si era capito fin dalla prima giornata, quando la Sampdoria di Menotti si era imposta 2-1 in casa grazie alle reti di Boghossian e Tovalieri, inframezzate dal gol di Di Napoli. Il secondo turno, invece, aveva regalato un incrocio suggestivo. Perché Vicenza – Piacenza è anche la sfida fra Pasquale Luiso e Roberto Murgita. Colpa della complicatissima trattativa che in estate aveva portato il Toro di Sora in Veneto e il centravanti di Genova in Emilia. Uno scambio di mercato che aveva lasciato scontenti tutti, a Piacenza. Tanto i tifosi, quanto il presidente del club. La trattativa sembrava incagliata. Anche perché il calciatore era partito in viaggio di nozze con la moglie Kira. «Non volevano proprio lasciarmi partire – ha raccontato Luiso – Così ho dovuto impormi e chiedere un “regalo di nozze” al direttore sportivo del Piacenza Giampiero Marchetti».

Una volta a Vicenza, però, per l’attaccante è arrivato il momento dei paragoni con il suo predecessore. «No, non mi è di peso questo confronto – spiega alla Gazzetta – e poi parlano i numeri: io a Piacenza ho lasciato 16 gol, lui qui ne ha lasciati 6. Comunque l’ho già detto, non voglio far dimenticare nessuno, semmai desidero entrare anch’io nel cuore dei tifosi e da questo punto di vista ho già avuto delle buone risposte».

Grazie anche a un gol di Luiso, il Vicenza piega il Piacenza 3-2 e inizia una striscia importante: pareggio in casa con il Napoli, vittoria a San Siro contro il Milan, pareggio col Parma. Fino all’incredibile sconfitta per 4-0 in casa del Brescia alla sesta giornata. «Se continueremo a giocare con questi ritmi così blandi, faremo ben pochi punti – dice Guidolin a fine partita – Questa sconfitta deve servirci da lezione». E così è. Perché dopo il naufragio di Brescia, il Vicenza comincia a nuotare con una andamento piuttosto sostenuto. Le vittorie contro Atalanta e Bologna spingono in altro i biancorossi, che dopo 8 turni, praticamente un quarto di campionato, sono sesti in classifica con 14 punti.

Il calendario non è stato particolarmente generoso. Perché dopo la sconfitta contro la Juventus in Supercoppa, il debutto in campionato può trasformarsi in un’altra mazzata. Perché al Romeo Menti arriva il Parma. E il rischio di finire sul fondo della classifica è altissimo. Un rischio che diventa certezza al fischio finale: il Parma tira due volte verso la nostra porta e segna due gol. Noi centriamo 5 volte il bersaglio ma dobbiamo accontentarci dell’illusorio vantaggio di Luiso, che pareggia momentaneamente la rete di Crespo prima di farsi superare una volta per tutte da chiesa. 

La partita contro il Brescia, dunque, diventa subito una gara da ultima spiaggia. E per fortuna di pensa Luiso, al 15′, a fissare il risultato sullo 0-1 (13 i nostri tiri totali, 4 quelli nello specchio) e a darci una boccata d’ossigeno. Una partita piuttosto triste, una prestazione piuttosto incolore, un risultato incredibilmente vantaggioso.

La sfida casalinga contro il Bari, alla terza giornata, è una lezione importante. Ci spiega che non c’è limite al numero di palloni che Otero può scagliare in curva a tu per tu con il portiere avversario. E ci insegna anche che, a turno, almeno un difensore della nostra squadra deve obbligatoriamente lisciare un pallone in area/esibirsi in un retropassaggio rovinoso/falciare qualche avversario lanciato a rete. Per fortuna Francesco Mancini si fa cacciare dopo 34′ per un fallo in area su Luiso, che poi trasforma il penalty che ci consegna i tre punti. 

Giusto il tempo di fare il pieno di autostima che bisogna tornare con i piedi per terra. Perché il 21 settembre si vola a San Siro, in casa dell’Inter. I nerazzurri mandano in campo una squadra piuttosto disturbante, con un 5-3-2 composto da Pagliauca, Zanetti, Anaclerio, Bergomi, Fresi, West, Paulo Sousa, Strada, Djorkaeff, Ronaldo e Winter. Non esattamente la loro miglior formazione della storia. Eppure è sufficiente a spazzarci via. Strada segna il vantaggio nerazzurro al 13′ e Otero pareggia al 51′. Sembra l’inizio di una nuova partita. E invece Djorkaeff ci mette meno di un giro di lancette per regalare la vittoria ai nerazzurri (che comunque hanno tirato 21 volte, 9 in porta). 

Più si va avanti, più è chiaro che servirebbero quanto meno un portiere di livello e un attaccante capace di inquadrare la porta. Anche perché Di Napoli, le volte che è subentrato, non ha mai dato grandi garanzie. L’idea sarebbe di dirottare Otero sulla sinistra in uno schieramento ultra offensivo con Zauli a dare equilibrio a destra. Il fatto è che non ci sono poi molti attaccanti che possano andare bene per le mie tasche.

Punto Jardel (12 miliardi), ma dopo aver ottenuto il sì del Porto incasso il suo due di picche. Stessa cosa per Trezeguet (8 miliardi) e Bebet0 (3).  Intanto che sono impegnato nella ricerca di un attaccante vinco la trasferta di Bologna (1- 2 gol di Luiso e Otero) ma, soprattutto, quella di Piacenza: a realizzare il gol che vale tre punti è Ambrosini, ma Otero si segnala per non essere riuscito a saltare Marcon in uscita, per ben due volte, mentre nella stessa azione Luiso e Di Napoli colpiscono i due pali della porta.

Segnali positivi. Che vengono confermati dal nuovo acquisto per l’attacco. Sì, perché per 4 milioni mi porto a casa Romario. Contro la Juventus, alla settima giornata, lo schiero titolare con Otero largo a sinistra. Ne esce un primo tempo clamoroso, con 4 tiri in porta del Vicenza e zero della Juve. Un inno alla gioia che dura fino al 40′, quando Amoruso, ancora lui, segna il gol dello 0-1. Alla squadra di Lippi basta per portarsi via i tre punti e per lasciarci impantanati a metà classifica. 

L’ultima gara del primo blocco è contro il Napoli. Un Napoli che nella realtà è retrocesso dopo aver messo insieme appena 14 punti in tutto il campionato e che qui, invece, è inspiegabilmente primo. La sfida del San Paolo è delicatissima. Anche perché tutto potrei accettare tranne che perdere con un gol di José Luis Calderon (uno che, nel 1996, era descritto così da El Grafico:  «Predatore dai capelli corti, testa di toro, corpo di leone e volo d’aquila». Il primo tempo è un inno all’immobilismo, con zero occasioni per parte. Poi, al 48′ butto dentro Romario per Ambrosetti e scalo Otero esterno sinistro. Una mossa che dà i suoi frutti: dopo 13′ Romario segna e fissa il risultato sullo 0-1. Niente Calderon, al San Paolo si parla brasiliano. 

Dopo 8 giornate ho messo insieme 15 punti, uno in più del Vicenza in carne e ossa. Eppure mentre la squadra di Guidolin era sesta, io mi ritrovo all’ottavo. Colpa anche del mio attacco, il peggiore della Serie A con appena 8 gol segnati, compensato solo in parte dalla seconda miglior difesa del torneo (6 reti incassate, appena una in più della Lazio).

 

 

(Continua)

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