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Vi presento Roberto Baggio, il migliore

By 25 Febbraio 2020

A colloquio con Fabio Fagnani, autore de “Roberto Baggio, il divin codino”, una lunga lettera d’amore al numero 10 più forte della storia del calcio italiano

 

Fabio Fagnani ha sempre scritto (anche) di sport, con competenza, passione e cura. Dalla sua prosa asciutta e calda lo capisci subito quanto del pallone in particolare ami l’aspetto estetico quanto quello più terreno, carnale. Il suo libro, “Roberto Baggio, il divin codino”, uscito per Diarkos nella collana Storie è una felice sintesi di questi suoi talenti e sensibilità, è un tributo innamorato ma obiettivo a un giocatore che ha abitato questo sport come un poeta, ricamando parabole che sembravano versi e sonetti, facendo gol che avevano la plasticità dei capolavori della pittura, sfidando la fisica e un po’ anche la biologia, scolpendo partite indimenticabili.

E quest’autore bravo e preparato, ora direttore di www.cisiamo.info, cerca, narrando le sue gesta, di spiegare perché tutti, nessuno escluso, amiamo Roberto Baggio. In fondo ha vinto solo con la Vecchia Signora, la più amata ma anche la più odiata d’Italia e con la maglia azzurra ha attraversato un decennio di cavalcate finite sempre con cocenti delusioni mondiali. Ma nei nostri cuori quel 10 brilla di luce propria, ancora oggi.

LaPresse.

 

Fabio, poche smancerie. Roby è stato il migliore di tutti, almeno in Italia?

Uno dei migliori due in Italia e se non si fosse infortunato sarebbe stato tra i primi cinque della storia del calcio mondiale.

 

Da dove nasce il tuo amore per questo numero 10?

Ho vissuto gli ultimi anni di Baggio: Bologna, Inter e Brescia, sono del 1992. Ho vissuto la terza fase della sua carriera, la più difficile, la meno spumeggiante ma la più mitizzata. Nasce in quel momento questo sentimento, quando il più grande va in provincia o fa panchina solo per inseguire un sogno, l’ennesimo mondiale. Maldini nel 1998 glielo darà, Trapattoni quattro anni dopo, nonostante un recupero miracoloso da un infortunio, lo lascerà a casa.

 

Qual è la rete che ami di più delle sue 320?

Il mio gol, quello che non dimenticherò mai, è datato 1 aprile 2001: lancio di Pirlo e aggancio e smarcamento di Van Der Sar al volo, rete. Impossibile farlo con quella destrezza, raffinatezza e velocità per uno con quell’età e con quelle gambe. Ma lui ci riesce.

 

Perché in un calcio sempre più polarizzato e incattivito, Baggio ancora lo amiamo tutti?

Lo potevano etichettare come mercenario, si pensi al contratto faranoico che firmò con la Juventus. Ma lui allora andò in conferenza stampa per presentarsi ai bianconeri mogio, triste. Per lui lo scopo non sono mai stati i soldi, come lo è invece per i giocatori attuali, tanto che a Bologna ci andò decurtandosi lo stipendio. Per lui la maglia vera era quella della Nazionale, l’unica che racchiude tutti noi. Quando arrivi a Coverciano sei il calciatore di tutti. Non ha vinto il mondiale, ma ne ha segnato in modo indelebile due edizioni: è stato il ragazzino fenomeno del ’90, l’uomo e il leader nel ’94.

 

Cos’è il rigore di Pasadena? Il grande rimpianto o la grandezza nella sconfitta?

Quel rigore sbagliato in finale a Pasadena è la metafora della vita del supereroe, che fallisce e si rialza più forte di prima. E che sa anche prendersi in giro, in una pubblicità lo ritirerà segnando. Mica facile per uno che ha ammesso che ancora se lo sogna e che ci sta male pure un quarto di secolo dopo.

 

Quale pensi sia stata, oltre al piede fatato, la sua più grande qualità?

Lui è uno che non si è mai tirato indietro, se non davanti a Mareggini quando si rifiutò di tirare un rigore contro la Fiorentina nella sua prima partita da avversario al Franchi. Riconquista i viola con quel gesto, poi i bianconeri li porterà ad amarlo con la vittoria della Coppa Uefa. Anche nelle avventure più complesse mette la sua firma: segna la rete scudetto al Milan, una doppietta al Real con l’Inter e un’altra nello spareggio Uefa dei nerazzurri contro il Parma. Tutto questo essendo sfortunatissimo non solo con gli infortuni ma pure nella collocazione temporale della sua vita sportiva: troppo giovane per gli anni ’80 dei fantasisti, che sfiora appena, diventa campione nei ’90, ossessionati dalla tattica. Ancelotti lo rifiutò perché non sapeva cosa farsene nel suo 4-4-2. Dirà poi che fu un errore, da cui imparò. E infatti nel Real della Decima mise Angel Di Maria sulla trequarti, sia pur decentrato e a Napoli voleva James Rodriguez. I Baggio facevano paura ai sacchiani di ferro, che infatti a Usa ’94 lo soffrì, valorizzandolo. O viceversa, chissà.

 

Difficile trovare uno col suo talento, ma così umile.

Basta un aneddoto: al Milan arriva e trova l’unico alla sua altezza in quel calcio, Dejan Savicevic. E infatti non chiede la 10, prende il 18. Questo ci dice chi è.

 

 

Lo hanno accusato di non essere un leader.

Falso. Il gol nel 3-2 contro il Napoli è un Maradona che fa il Diego nel suo tempio al San Paolo, chi avrebbe avuto gli attributi solo per tentare una follia del genere? Era un mattatore già in giovanissima età. Nel giorno del primo scudetto del Napoli (quanto l’hanno corteggiato i tifosi azzurri, che peccato non vederlo con quella maglia), Antognoni lascia la punizione decisiva per il pareggio (e la permanenza in serie A) a lui, al ragazzino.

Se un campione mondiale si fa da parte per farti tirare, come lo chiami se non carisma? Bergomi mi ha parlato di un leader silenzioso: lo guardavi e sapevi che dovevi dare la palla a lui, che ci avrebbe pensato lui. I pubblici avversari non lo fischiavano, bergamaschi esclusi e lo fecero per paura in quel famoso derby 3-3 che ricordiamo per la sua tripletta e per la corsa rabbiosa di Carletto Mazzone. Aveva un’aura. Mi viene in mente Kobe Bryant e la lettera del presidente dei Boston dopo il suo addio al basket. E alle sue parole dopo la sua morte. Hanno qualcosa in comune nel rispetto affettuoso che hanno sempre provato per lui anche i nemici giurati.

 

Perché tranne la parentesi sofferta in Federazione, ha lasciato il calcio?

Baggio ha inaugurato a Corsico, la mia città, un tempio buddista. Un giorno parlai con lui, e capii che non amava discettare di calcio, solo giocarlo, solo esserne protagonista. Ora lo vedi schivo, e lo era pure nello spogliatoio (anche se le sue barzellette le raccontava, ci dice Bergomi). Per lui senza pallone quel mondo ha perso d’interesse. Non era e non è tuttora un uomo di spettacolo, lui ha piacere di stare con la famiglia, con i suoi cani, di andare a caccia, bersi un bicchiere di vino.

In Federazione ci è andato per una mozione degli affetti e perché pensava di poter cambiare qualcosa per chi il calcio lo ama davvero e ne costituisce l’anima più vera, i giovani. E poi i grandi campioni raramente diventano grandi allenatori, come è successo a Johann Cruijff e a Zinedine Zidane.

 

Quanto manca il Divin Codino a questo calcio?

Tanto. Le persone vorrebbero più sue parole, un contatto maggiore con lui. Alla festa dello sport di Trento tutti aspettavano lui, anche i campionissimi di questi anni, quando parla lui emoziona come quando calciava il pallone.

 

Si dice spesso che conta solo l’albo doro. Eppure Roberto Baggio lo ricordiamo con affetto anche e forse soprattutto per gli errori o presunti tali, non ha mai vinto mondiali o Champions. Forse perché chi è divino diventa umano quando sbaglia.

Verissimo. E poi le cicatrici rimangono più delle gioie e lui ne ha avute tante, sul corpo e non solo. Alla fine siamo tutti come i pokeristi: si ricordano le loro mani sfortunate, mai quando hanno sculato. Ci tornano in mente sempre di più le cose che ci hanno fatto male. Proviamo affetto per il dolore con cui abbiamo vissuto quegli episodi. Il dolore è segno di quanto hai amato e sperato. E poi come fai ad avercela con lui per il rigore di Pasadena? Nel 1994 ci tirò lui giù dall’aereo battendo da solo la Nigeria. E prima di lui, contro il Brasile, avevano già sbagliato Massaro e Baresi. Non avremmo mica vinto se avesse segnato, probabilmente avremmo solo prolungato di qualche secondo quella lotteria.

Rendiamoci conto: lui in tre Mondiali viene eliminato senza perdere mai una partita! Un segno: se hai Baggio in campo non perdi.

 

E poi Francia-Italia, nel 1988.

Quello contro la Francia è il più bel non gol di Roberto Baggio, è lo specchio di una carriera. Quel gesto tecnico è sublime, perfetto, ma la palla esce di due centimetri. Lo rappresenta perfettamente: meraviglioso e sfigato. Baggio è amato perché ha fatto sacrifici enormi per la Nazionale, scelse squadre minori per rimanere o tornare in azzurro. Si tagliò pure il codino per il record di gol che lo portò in Francia.
Quel pallone, per questi e tanti altri motivi, doveva entrare. E invece.
D’altronde parliamo di uno che mancò per pochi voti il suo secondo Pallone d’oro consecutivo a favore di Hristo Stoichkov, ottimo col Barcellona ma da lui surclassato in semifinale mondiale contro la Bulgaria.

 

Baggio è stato lultimo eroe romantico, l’ultimo esponente di un altro calcio?

Sì. Per carità anche Del Piero e Totti, che adoro, sono eroi romantici come lui. Ma loro per diventarlo hanno dovuto vestire una sola maglia, mentre lui ha trasceso colori, tifo, tutto: è dovuto essere solo Roberto Baggio. E poi era un calcio in cui anche i ricchi piangevano e i poveri potevano essere belli. Nel Brescia di Corioni c’erano Pirlo, Guardiola, Baggio, Toni. Nella stessa squadra. Capite che serie A era? Come faremo a tornare a quel livello? Per questo il regalo più bello mai avuto dal sottoscritto è stata la 10 di Baggio del Brescia (un mio amico me la diede in dono perché gli facessi da testimone al matrimonio, la indosso prima di ogni partita con la mia squadra), per quello che rappresenta. Lì si fa male due, tre volte anche in maniera grave, ma recupera in 60 giorni l’ennesimo grave infortunio e segna una doppietta pazzesca contro la Fiorentina al ritorno in campo solo per andare ai mondiali del 2002. Il Trap gli negherà quella gioia. Per fortuna, aggiungerei, quello che fece Byron Moreno per lui sarebbe stato troppo doloroso.

 

Un difetto lha avuto però: un fisico fragile.

Era il contrario: il suo fisioterapista, Pagni, dice nel libro che aveva muscoli d’acciaio. Lui si rompe al Vicenza giovanissimo, quando il crociato rotto e operato male – gli mettono 220 punti! Una cerniera da borsone di motocross – poteva significare la fine di una carriera. Voleva la morfina per il dolore, arrivò a chiedere alla madre di ucciderlo per quanto ne provava. Era uno che in meno di 10 secondi al San Paolo fece tutto il campo palla al piede, un atleta perfetto, altroché. Pagni lavorò su bicipiti e quadricipiti per via di quelle ginocchia ballerine, fragile era il suo DNA al massimo. E ha avuto fortuna con Pagni, perché senza di lui sarebbe finito come Pato. La fortuna è che aveva già curato Mennea, ottimizzò i suoi muscoli per non affaticare più del dovuto le ginocchia. Ventuno anni tra i professionisti, 700 partite, gli infortuni erano inevitabili statisticamente. Un fisico pazzesco, guarda i gol in acrobazia che faceva. Era forte in tutti i sensi, tecnicamente e fisicamente. Certo, non era Cristiano Ronaldo, ma non gli serviva esserlo.

 

In una frase: chi e cosera Roberto Baggio?

Baggio è la rappresentazione calcistica della metafisica. Un giocatore così non lo avremo più: io amo Francesco Totti, ma rimane un passo indietro. L’epica, la mitologia di Baggio è inarrivabile. Nella quarta di copertina cito la sua frase “io volevo solo giocare a pallone”.

Una frase da Holly e Benji.

Non a caso è stato tra i più amati all’estero, e lo è ancora adesso.

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