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Victor Osimhen, il nuovo Messia del calcio nigeriano

By 12 Dicembre 2019

A 20 anni l’attaccante del Lille ha avuto un impatto devastante sulla Ligue 1, con 9 reti in 16 partite. Ecco come, grazie anche all’incontro con mister Christoph Galtier, un ragazzo dall’infanzia più che difficile e che aveva fallito al Wolfsburg si è trasformato in un prodigio

Al termine della Coppa d’Africa in Egitto, conclusa con le Super Eagles sul gradino più basso del podio, sulla stampa nigeriana si era aperto il dibattito sulla questione della pesante eredità di Odion Ighalo. Chi sarebbe stato in grado di farsi carico dell’attacco nigeriano, raccogliendo il testimone lasciato libero dall’ex centravanti dell’Udinese, ritiratosi dalla nazionale dopo essersi laureato capocannoniere dell’ultima Coppa d’Africa con 5 reti? E, soprattutto, quanto tempo la Nigeria calcistica avrebbe dovuto attendere il suo nuovo Messia?

Tutte le risposte ai dilemmi generazionali dell’opinione pubblica nigeriana sono arrivate prima del previsto, nella partita con il Lesotho, la seconda delle Super Eagles nell’ultimo ciclo di qualificazioni alla Coppa d’Africa. Una partita messasi subito in salita per la nazionale allenata dal tedesco Gernot Rohr, passata a sorpresa in svantaggio nei primissimi minuti di gioco. Il Lesotho, però, non aveva fatto i conti con il fattore Osimhen, tagliato da Rohr nella lista dell’ultima Coppa d’Africa per far posto a Kalechi Iheanacho.

Con l’arroganza tecnica tipica dei predestinati, l’attaccante del Lille ha trasformato la rimonta della Nigeria nel proprio show personale, portando il corso degli eventi su binari congeniali alle Green Eagles come solo i leader navigati sanno fare. Victor Osimhen è entrato in tutti i 4 goal rifilati dalla Nigeria al Lesotho e lo ha fatto con una nonchalance da fuoriclasse. Prima ha servito due assist convertiti in oro da Iwobi e Chukwueze, poi si è messo in proprio e ha realizzato una doppietta, restituendo la sensazione di essere avvolto da un’aura di onnipotenza tecnica come mai finora gli era capitato in nazionale maggiore.

Un qualcosa a cui i tifosi del Lille sono piuttosto abituati. Sbarcato quest’estate nel nord della Francia, Osimhen si è abbattuto come un tifone sulla Ligue 1, riuscendo nella difficile missione di sostituire le figure di Nicolas Pépé e Rafael Leão nei cuori dei tifosi del LOSC. E lo ha fatto a suon di prestazioni: nelle prime 16 partite di campionato, per dire, ha segnato 9 reti e servito 3 assist. In Champions League, manifestazione in cui era al debutto assoluto, non è stato da meno, trovando due volte la rete con Chelsea e Valencia (la prima in trasferta), nonostante le difficoltà incontrate finora dai Dogues in Europa: «È un sogno – ha confessato Osimhen alla tv nigeriana Oma Sports – poter giocare questa competizione. Non mi perdevo nemmeno una partita e un giorno speravo di potere essere tra i protagonisti».

LaPresse.

Le origini

Il feeling con la Ligue 1 è stato immediato, con due doppiette rifilate a Nantes e Saint-Étienne nelle prime tre giornate, ma un’esplosione del genere era piuttosto prevedibile, anche se magari non proprio di questa portata. Anzi, sarebbe stato strano il contrario, considerando il lussureggiante pedigree giovanile di Osimhen, nonostante da bambino abbia avuto una vita a dir poco difficile.

In molti punti la sua parabola personale combacia con l’archetipo del calciatore emerso dalla povertà, del calcio usato come trampolino di riscatto sociale, ma con risvolti intimi forse ancora più drammatici rispetto alla storie di favelas e villas provenienti dal Sudamerica.

Nato a Olusosun, uno dei quartieri periferici più degradati di Lagos, Osimhen ha trascorso un’infanzia complicata, di cui conserva un triste ricordo: «Una volta, mentre giocavo con i miei amici, un tipo dell’altra squadra nell’intento di insultarmi mi ha detto “Non hai soldi a casa e tuo padre viene a trovare mia madre per elemosinare del cibo”. Ricordo solo che in quel momento scoppiai a piangere», ha ricordato in una recente intervista a France Football. Come se questo non bastasse, all’età di sei anni ha perso la madre nello stesso periodo in cui il padre Elder Patrick veniva licenziato dal suo lavoro di poliziotto. Una serie di circostanze negative che lo hanno costretto a rimboccarsi le maniche e andare a caccia di un lavoro molto presto. In famiglia, del resto, tutti si davano da fare per mandare avanti la baracca: «C’è stato un periodo in cui vendevo bottiglie d’acqua agli automobilisti, nel bel mezzo del traffico, vicino ai semafori. Era la cosa più facile da fare per racimolare qualche soldo», ha aggiunto.

 (Photo by Naomi Baker/Getty Images)

A salvarlo, come spesso accade in questi casi, è stato il calcio. Il turning point per Vic, come lo chiamano affettuosamente gli amici, è arrivato quando alcuni scout locali lo hanno invitato a sostenere un provino per la Ultimate Strikers Academy, una delle tante accademie calcistiche di cui è popolato il panorama nigeriano: «È stata la mia socia, Shira Yussuf, a scoprirlo in un incontro regionale», racconta oggi Gerard Benoît Czajka, il suo agente. Da lì in poi l’ascesa è stata fulminea.

Nel 2014 è entrato nel giro delle nazionali giovanili nigeriane e solo un anno più tardi ha trascinato l’U17 delle Eagles verso il trionfo (il quinto) al Mondiale di categoria in Cile, segnando 10 gol e laureandosi capocannoniere della manifestazione: «I gol sono importanti, ma la cosa più bella di Osimhen è che lui è sempre pronto a mettersi al servizio dei compagni», ha spiegato Emmanuel Amunike, suo coach ai tempi dell’U17.

Un’exploit del genere non poteva passare inosservato in Europa. Tante big del continente si sono interessate a lui in quel momento, ma a spuntarla sono stati i tedeschi del Wolfsburg, prelevandolo dall’Ultimate Strikers ancor prima che potesse debuttare nel massimo campionato nigeriano. In Germania Osimhen, che in lingua ishan vuole dire letteralmente “Dio è buono”, è arrivato con i gradi di “miglior giovane giocatore africano dell’anno 2015”, ma le cose non sono andate per il verso giusto, anche per colpe non sue. Il periodo tedesco, concluso senza andare in rete nemmeno una volta, è stata un vera e propria agonia per Osimhen: prima un infortunio alla spalla gli ha fatto perdere buona parte della stagione e poi una perniciosa forma di malaria contratta durante un viaggio in Africa lo ha tenuto in ospedale in primavera, facendogli perdere il treno per i Mondiali russi.

La rinascita

Victor Osimhen

(Photo by Maja Hitij/Bongarts/Getty Images)

Vic ha scelto il Belgio, e un campionato con meno pressioni, per la sua rinascita, ma non è stato un percorso facile. Debilitato dalla malattia, nell’estate del 2018 Zulte Waregem e Club Brugge lo hanno scartato per motivi fisici, ma per fortuna a dargli fiducia ci ha pensato lo Charleroi. Il calvario del bomber è ufficialmente terminato il 22 settembre 2018, quando al debutto con i bianconeri è andato subito in gol, liberandosi di un grosso fardello psicologico: «Ho ritrovato la felicità dopo tanto tempo», ha detto alla BBC. E da quel momento in poi non l’ha più smarrita: ha segnato 20 gol in 34 partite in Belgio, tra cui quello più veloce nella storia del calcio belga (vs. Antwerp, 8.15 sec), guadagnandosi le attenzioni del Lille, a cui è approdato in estate per 12 milioni di euro.

Sulle rive del Deule, l’incontro con un tecnico come Christoph Galtier, che l’anno scorso aveva saputo valorizzare al massimo il talento di Pépé dirottandolo sull’esterno, lo ha indiscutibilmente aiutato nel percorso di crescita. Lo stesso Osimhen ne è consapevole: «La prima volta che l’ho visto mi ha detto che aveva guardato molte delle mie partite giocate con il Charleroi. Per un giovane giocatore come me, non c’è motivazione migliore. È uno degli architetti della mia carriera e non lo dimenticherò mai».

L’allenatore francese non solo gli ha affidato le chiavi dell’attacco del LOSC, ma ne ha assecondato la vena associativa, lasciandolo libero di svuotare l’area di rigore per venire a cucire il gioco offensivo sin dal principio e allo stesso tempo permettere ai centrocampisti di fiondarsi alle spalle dei difensori. In verità, però, se ambisce davvero a diventare un giocatore totale Osimhen deve anche imparare a modulare la forza dei passaggi, spesso fuori misura perché troppo energici o irruenti: per dire, nella sua ultima stagione in Belgio, quindi un campione di partite sufficientemente alto per elaborare una statistica aderente alla realtà, Osimhen ha servito 21 passaggi in media a partita, ma solo il 66% di questi sono arrivati a destinazione.

Victor Osimhen

 (Photo by Naomi Baker/Getty Images)

Mentre nelle esperienze passate era stato spesso impiegato sugli esterni, con gli allenatori che avevano cercato di trarre i massimi dividendi dalla sua velocità, a Lille non si è quasi mai mosso dal centro dell’attacco, anche se ha interpretato il ruolo a modo suo. Osimhen non ha la presenza scenica totalizzante del suo idolo Drogba, né tantomeno possiede la voracità cannibale di Samuel Eto’o, ma negli ultimi anni ha lavorato parecchio sulla finalizzazione, trasformandosi in un attaccante tremendamente efficace: l’anno scorso, ad esempio, ha realizzato una media di 3,6 tiri a partita con una shot accuracy del 50%, segnando 0,55 reti a partita, a fronte di 0,5 xG prodotti per incontro. E quest’anno i numeri, per adesso, non sono molto diversi, anche se si sono sensibilmente abbassati.

Agile e sgusciante nonostante una stazza imponente, Osimhen ha segnato la gran parte dei suoi goal partendo da un vantaggio cinetico conquistato ai difensori nei primissimi passi grazie alla sua falcata leggiadra e potente come quella di una gazzella. Mentre molti giocatori si aprono lo spazio con il dribbling, Osimhen punta tutte le fiches sul cambio di direzione, anche in spazi angusti come quelli dell’area di rigore, sapendo poi di poter riuscire a trovare in un amen la perfetta coordinazione per il tiro nonostante una corporatura magra ma comunque muscolosa. L’attaccante nigeriano possiede anche un’ottima elevazione, e non va in apnea se deve fare a sportellate, ma semplicemente in molte occasioni non sembra averne bisogno, dando l’impressione di andare al doppio della velocità dei rivali.

Con queste caratteristiche, al Lille, non è stato difficile per Osimhen “sedersi sul trono”, come si intitola la sua canzone preferita del star dell’hip-hop nigeriano Olamide, ma la sensazione è che ci resterà ancora per poco. Lo sa molto bene anche Luis Campos, il direttore sportivo dei Dogues: «Quando sei un club come il Lille, è difficile trattenere un attaccante che segna così tanti gol. In estate saremo sotto assalto e sarà difficile». Su di lui ci sono anche molte squadre italiane, e sotto tanti punti di vista sarebbe davvero intrigante vederlo in Serie A, ma il suo desiderio sembra essere un altro: “Sogno di giocare nel Real Madrid“.

 

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