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Vincent Kompany sta facendo retrocedere l’Anderlecht?

By 27 Settembre 2019

In estate Vincent Kompany è tornato all’Anderlecht nel doppio ruolo di allenatore-giocatore. Il risultato? I bianco-malva hanno raccolto appena 5 punti nelle prime 8 giornate e sono sprofondati fino al penultimo posto in classica

In due mesi di Anderlecht Vincent Kompany ha perso più partite che nell’intera scorsa stagione di Premier League. Un reality check di tale intensità da lasciare storditi: sotto la sua guida (Kompany, per chi se lo fosse perso, è tornato in estate a Bruxelles con il ruolo di giocatore-allenatore) i bianco-malva hanno raccolto 5 punti nelle prime 8 giornate di campionato e languono al penultimo posto in classifica, con alle spalle – staccate di 2 punti – solo tre squadre: l’Eupen farmhouse dell’Aspire Academy di Doha; il Cercle Brugge filiale del Monaco; e il Waasland Beveren ancora scosso dalla condanna di frode per match fixing (ormai un classico in terra belga) di due suoi ex dirigenti. L’Anderlecht si trova nei bassifondi perché gioca un calcio da fondo classifica, facendo registrare un nettissimo scollamento tra ambizioni e prova empirica del campo.

Provocatoriamente verrebbe da chiedersi se Vincent Kompany stia facendo retrocedere l’Anderlecht – mai in 92 anni di storia la squadra era partita così male – non fosse che questa eventualità appaia quasi al limite del fantascientifico; non solo per la qualità della rosa a disposizione, ma anche perché la Pro League prevede un solo movimento in uscita verso la Eerste Klasse B. Ma i bianco-malva sedicesimi su 16 squadre è un concetto difficile persino da immaginare.

Rimane il fatto che il progetto Guardiola + Neerpede, ovvero un mix tra il calcio dominante ispirato ai dettami del tecnico catalano e la valorizzazione del sempre prolifico vivaio del club di Bruxelles, necessita tempo e pazienza (nonché soldi) per essere assimilato. Vista la compattezza mostrata finora nel difendere il Progetto (maiuscola d’obbligo) da parte del mondo Anderlecht, partendo dalla dirigenza (la quale, in caso contrario, smentirebbe sé stessa), proseguendo con i giocatori e finendo con i tifosi, altre due domande sorgono spontanee: fino a che punto lo status di Kompany – accolto al suo ritorno dallo striscione “sei partito principe, sei tornato re” che dice tutto su quanto il giocatore rappresenti per il popolo paars-wit – farà da scudo a una gestione al momento deficitaria? Quanto si è disposti a sacrificare in nome di un progetto?

(Photo by Dean Mouhtaropoulos/Getty Images).

La scorsa stagione l’Anderlecht è rimasto fuori dalle coppe europee per la prima volta in 56 anni. L’Anderlecht 3.0, inaugurato dal colpo di teatro andato in scena il 22 dicembre 2017, quando l’imprenditore fiammingo Marc Coucke rilevò per 80 milioni di euro il 70% delle quote societarie, fatica però a prendere forma. Quello di Coucke, all’epoca finanziatore di un piccolo club quale l’Ostenda, rappresentò davvero un fulmine a ciel sereno nel panorama pallonaro belga, in primo luogo perché chiudeva, dopo quasi 50 anni, l’epoca della famiglia Vanden Stock nella stanza dei bottoni del più titolato club del regno; secondo, al blitz di Coucke non credeva quasi nessuno, in quanto paragonabile a un ipotetico tentativo di Fabrizio Corsi dell’Empoli di diventare azionista di maggioranza della Juventus; terzo, l’ingresso di Coucke significava un bel giro di valzer tra direttori generali, sportivi e procuratori affini al club – vedi l’ex dg Herman Van Holsbeeck, in sella da 15 anni, diventato una sorta di Galliani bianco-malva con molti amici tra i giornalisti ma sempre più inviso dai tifosi, che lo accusavano di fare affare solo con i soliti noti.

Kompany è stata un’idea di Coucke, dopo che questi aveva affidato la squadra a Hein Vanhaezebrouck, lo stratega che aveva portato il Gent al titolo, rimanendo con un pugno di mosche in mano (sesto posto ai play-off, fuori da tutto). All’inizio qualche sprazzo di bel calcio si era visto – in Champions, in casa del PSG, l’Anderlecht dominò l’avversario perdendo immeritatamente – ma era durato poco.

Frank Arnesen, da quest’estate direttore tecnico del club, ha ammesso che inizialmente la dirigenza valutava altre opzioni. «Phillip Cocu e Kasper Hjulmand erano le prime scelte, ma il boss (Coucke, nda) uscì con questa proposta. Quando incontrammo Kompany, rimanemmo tutti a bocca aperta per la profondità e la completezza delle sue analisi tattiche. Sembrava di ascoltare il Johan Cruijff ai tempi del suo ritorno all’Ajax dopo l’esperienza nella NASL, con l’unica differenza che Cruijff argomentava con le mani tasca e la sigaretta perennemente in bocca».

(Photo by Dean Mouhtaropoulos/Getty Images)

Kompany è un profondo conoscitore di calcio: non in quanto è (stato) un grande campione, ma perché ha studiato, approfondito e avuto la fortuna di osservare in presa diretta il lavoro di grandi tecnici, Guardiola in primis. Nessuno, nemmeno tra i media, mette in discussione questo concetto. Ma in un calcio sempre più specializzato e aperto alle contaminazioni con altre discipline, una figura coperta di polvere vintage come il player manager non può funzionare.

Non è un caso che accanto a Kompany ci sia il gallese Simon Davies, ufficialmente per questioni regolamentari, visto che il belga non è ancora in possesso del patentino Uefa. Davies siede in panchina durante le partite e va alle conferenze stampa; Kompany rimane in tribuna ma poi dirige gli allenamenti in qualità di “player trainer” della squadra. Avendo anche influito notevolmente sulle scelte di mercato, può essere considerato una sorta di player-trainer-manager che delega le funzioni di coaching.

Possesso palla, geometrie, calcio di posizione, approccio dominante: finora si è visto solo il primo aspetto, con i bianco-malva, schierati con una sorta di WM simile al Bayern guardiolano, che chiudono le partite con una media di circa il 63% di possesso. Ma l’altro lato della medaglia è che la squadra effettua circa 630 passaggi a partita, tirando in porta solo 4 volte. Ci vogliono quindi 150 passaggi per una conclusione.

Il settimanale Voetbalmagazine, in un’ampia analisi tattica dedicata all’Anderlecht, ha rilevato due forti criticità: la personalità dei veterani capaci di fare da collante e infondere sicurezza (Chadli e Nasri non appaiono adatti, Kompany è infortunato) e l’assenza di qualità sufficiente nei singoli per giocare un calcio alla Guardiola. Nessuno nega il talento dei vari Sandler (prestito City) o Vlap, né la capacità del vivaio di produrre potenziali grandi giocatori, ma se nel tridente offensivo i giovani Amuzu e Doku peccano nella precisione del passaggio o nel giusto movimento – per timing e/o opportunità – e non entrano mai, direttamente o indirettamente, nelle chance da gol create, la struttura non può reggere. Del resto, Guardiola non spende 40 milioni a caso per un giocatore.

Il topper della scorsa contro il Brugge è stato perso 2-1. “Ma se fosse stato 8-1”, ha scritto il quotidiano Het Laatste Nieuws, “nessuno avrebbe avuta nulla da ridire”. Troppa la differenza mentale tra le due squadre, con tutto ciò che poi consegue a livello atletico, tattico, collettivo ma anche individuale. L’unica vittoria raccolta finora, 1-0 contro i rivali di sempre dello Standard, è stata ottenuta di pancia e nervi, in un clima da spareggio-salvezza.

Anche in quel caso, il gioco – inteso come assimilazione e concretizzazione di quei concetti che Kompany ha ben chiari nella propria testa – era un assente ingiustificato. Vista la particolare struttura del campionato belga, dove la sesta classificata può teoricamente giocarsi il titolo ai play-off scudetto e la quattordicesima staccare un biglietto per l’Europa League attraverso i play-off 2, nulla è ancora veramente compromesso. Tempo, pazienza e soldi (per qualche giocatore di qualità già affermato), si diceva. Questi ultimi, con il recente aumento del 20% del budget, ci sono. Il resto dipende dalla capacità di resistenza di un’icona alla furia, e all’imprevedibilità, degli elementi circostanti.

Alec Cordolcini

About Alec Cordolcini

Da oltre dieci anni si occupa di calcio olandese e belga per diverse testate nazionali, dal Guerin Sportivo alla Gazzetta dello Sport, da Il Giornale a Rivista Undici. Ha pubblicato due libri: "La Rivoluzione dei Tulipani", dedicato al calcio olandese, e "Pallone Desaparecido", sul Mondiale 1978.

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