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I palloni che hanno dribblato i proiettili

By 1 Ottobre 2019

Battaglia della Somme, prima guerra mondiale. Il capitano Wilfred Nevill porta un pallone in trincea e ci scrive sopra “Niente arbitri” per far capire ai suoi che in guerra non ci solo regole. Poi lo calcia verso le linee nemiche per invitare i soldati a seguirlo nell’avanzata

 

L’acqua nella trincea puzzava di morte e di fango, di estate e di paura, le divise militari erano appesantite dagli zaini e dall’umidità, il rumore delle mine sul crinale Hawthorn stava dando conforto agli spaventati soldati inglesi nascosti nel terreno e pronti a partire all’attacco contro i tedeschi. Quasi nessuno dei fanti era stato prima di allora in Francia, che adesso appariva una poltiglia fangosa pronta a diventare terreno funebre.

C’erano anche calciatori nella trincea, per intero la squadra scozzese degli Heart of Midlotian, sollecitata dall’opinione pubblica che riteneva un atto vile continuare a giocare a pallone mentre al fronte giovani britannici morivano per l’Europa. Oltre al contingente Heart c’erano calciatori dell’Hibernian, sette del Raith Rovers e un certo numero di professionisti di Falkirk, Dunfermline Athletic, East Fife e St Bernard. L’unità rappresa nel fango prese il nome del suo carismatico colonnello, sir George McCrae, ex deputato liberale per Edimburgo est, ma per tutti quel 17 reggimento è oggi soprattutto il primo Football Battalion della storia.

I calciatori scozzesi e inglesi, pur allenati, erano sfiniti per le marce militari e quando tornavano per giocare erano fuori forma, feriti, inabili tanto che specie gli Hearts cominciarono a perdere in campionato. Quella mattina del 1 luglio 1916, poco dopo le sette e trenta, avrebbero trovato la morte il terzino scozzese Duncan Currie, il centravanti Henry Benzie Watty e il terzino inglese Ernst Edgar Ellis, molti altri rimasero colpiti in maniera grave.

L’acqua delle trincee rallentava i movimenti, era scura, sporca, una colpa che ti faceva muovere male sulla terra; in quel lungo canale si trovava anche il capitano Wilfred Nevill nato a Canonbury Park, Londra, nel 1894 da padre che vendeva carbone, poi amministratore delegato di Kelly’s Directories, e da Elizabeth Ann Nevill.  Una volta grande il giovanotto si era iscritto al Dover College dove aveva cominciato a studiare lettere classiche, per le sue capacità in breve diventò capitano delle squadre di cricket e di rugby poi si iscrisse a Cambridge e intanto frequentava Wimbledon per ammirare il numero uno neozelandese Tony Wilding, prima star del tennis mondiale che perì nel 1915 in guerra, sempre in Francia.

Wilfred era atletico, coraggioso, gli piaceva divertirsi e riuscì a vedere in volo il tedesco naturalizzato inglese Gustav Hamel che con il suo aereo aveva attraversato più volte il canale della Manica prima di inabissarsi in acqua nel 1914. Tutti giovani, tutti entusiasti, tutti spariti via troppo presto. Wilfred, baldanzoso come sempre, aveva comprato alcuni palloni di cuoio nel Surrey così da passare un po’ di tempo tra commilitoni, nelle lunghe giornate di noia e di immobilità, dove non avveniva nulla ma anche quel nulla terrorizzava le ore e le trasformava in una malattia incurabile; i tedeschi facevano paura, erano organizzati, duri, decisi, nel fango parevano esserci da sempre, tra i capitani dell’esercito nemico c’era uno dei più grandi scrittori del Novecento, Ernst Jünger, che poi descrisse l’orrore della prima guerra mondiale con impassibile analisi in uno dei suoi libri più famosi: “Nelle tempeste d’acciaio”.

Con i sui colleghi Nevill discuteva su quale fosse la strategia migliore per sorprendere i tedeschi e nelle ore tristi, come tutti, anche Wilfred scriveva ai suoi cari per sentire voci di casa, in particolare alla sorella Eve che viveva con la famiglia nella “Tennyson’s House” , 15 Montpelier Row a St Margarets, – diceva di essere felice e di voler, un giorno, raccontare ai figli quello che stava accadendo.

Il giovane capitano londinese quella mattina d’estate aveva notato che l’ansia della truppa era vicina al dolore, la paura di morire toglieva il respiro, spegnersi in quella fanghiglia, uccisi dai tedeschi, rendeva il sangue una camera ardente. All’alba rivelò il suo originalissimo piano di guerra, dando un pallone da calcio a due dei plotoni della sua compagnia e ordinando ai soldati di puntarlo verso le trincee nemiche, in modo che “la formazione e la distanza adeguate non andassero perse”, proprio come in uno schieramento di calcio. Scherzò ancora, fece un paio di battute spiritose sotto i bombardamenti inglesi che avrebbero dovuto sfiancare le truppe germaniche; alle 7.28 scoppiarono dieci mine nelle linee nemiche, mancavano appena due minuti all’assalto.

Ansia. Terrore. Una crudele fiducia nella sopravvivenza. Al suono di fischietti e cornamuse (irlandesi e scozzesi) i soldati si spinsero verso la morte su un fronte lungo più di quaranta chilometri. Lo zaino, nella corsa, si fece più pesante: fucile, munizioni, bombe a mano, razioni alimentari, mantella impermeabile, quattro sacchetti vuoti da riempire di sabbia, un elmetto d’acciaio, due maschere antigas, un paio di occhiali anti lacrimogeni, cassettina di pronto soccorso, un piccone o un badile, una borraccia piena d’acqua, una gavetta. Pesava quanto la morte, forse addirittura di più.

Fu allora che Wilfred, calciando un pallone verso il nemico, dichiarò il segnale di partire all’attacco. Stava per avere inizio il leggendario football charge. Sul pallone c’era scritto: “1°luglio 1916, finale della Grande Coppa europea di calcio. Battaglione East Surrey contro Bavaresi. Calcio d’inizio all’ora Zero”. Ironia e tragedia insieme, humour e horror per resistere. La palla si alzò dalla trincea come una bomba innocua, una beffa british che si inarcò sogghignando in un cielo grigio come il metallo. Bisognava conquistare Montauban verso le prime ore del mattino.

Wilfred Nevill

Il capitano Nevill seguì il pallone anche se ebbero poi destini diversi, Il pallone infatti andò a finire nella cosiddetta Terra di Nessuno e Wilfred, che aveva il fucile in braccio e una granata in mano, stava per calciare di nuovo nei pressi del filo spinato quando venne colpito alla testa e morì subito. Erano le 07.50. Poco dopo anche il tenente Soames, che aveva dato il calcio d’inizio al secondo pallone, perì. Sul cuoio c’era scritto “Niente arbitri” per intendere che i soldati inglesi non dovevano avere riguardi verso il nemico, le regole non esistevano in una guerra che cercava solo di sbranare quanti la combattevano.

Il Daily Motion, per ricordare questo incredibile e folle gesto, pubblicò una poesia in sua memoria: “On through the hail of slaughter,/Where gallant comrades fall,/Where blood is poured like water, /They drive the trickling ball./The fear of death before them,/Is but an empty name;/True to the land that bore them,/The Surreys played the game” .  Quel giorno morirono più di ventimila soldati britannici, solo il 17 reggimento fu tra i pochi a prevalere, riuscendo a conquistare una piccola parte del territorio. Si andò avanti per oltre quattro mesi, fino ai primi di novembre, furono sterminati tra francesi e britannici quasi centocinquantamila soldati mentre i tedeschi ancora di più. Una carneficina inutile, come tutte le carneficine.

Uno dei palloni si trova esposto al Royal Regiment Museum della Principessa del Galles al castello di Dover, invece l’altro è andato perduto in un incendio al Queen’s Royal Surrey Regimental Museum a Clandon Park, Guildford nel 2015. Quei palloni che, tra feriti e cadaveri, resistettero al fuoco nemico e amico, sporchi di fango, rimasero inerti sul terreno fino a quando un soldato tedesco, a quanto pare, non li raccolse e, con la fine della guerra, li restituì al Comando Militare inglese.

La madre, Elizabeth Ann, andò a trovare il figlio sepolto nel cimitero francese di Carnoy, poi tornò a casa con una fiaschetta d’argento danneggiata, una pistola chiusa dentro la custodia, un libretto degli assegni, un portasigarette, un coltello d’acciaio, una partita a scacchi tascabili, un portafogli con foto, una custodia per foto in pelle, un libro tascabile, una spilla da sciarpa e un libro di francobolli. Quello era quanto rimaneva del suo Bill, poco più della polvere molto meno della vita.

Le illustrazioni sono di Salvatore Parola.

Davide Morganti

About Davide Morganti

Davide Morganti, professione insegnante, ha scritto romanzi per Avagliano, Fandango, Neri Pozza.

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