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Wout Weghorst, il calciatore che non c’era

By 2 Dicembre 2020

L’attaccante del Wolfsburg continua a smentire tutti quelli che pensavano che non ce l’avrebbe mai fatta. Ed erano in tanti

Fuori dalla finestra della cameretta di un giovane Marco van Basten c’era un muro dove qualcuno aveva scritto con lo spray la seguente frase: Dopo me stesso, sono il migliore. L’olandese la fissava quotidianamente, facendo di quelle parole un mantra. Non è dato sapere quale fosse la vista dalla stanza di Wout Weghorst, ma è facile ipotizzare un flusso di pensieri, desideri e ambizioni originati dalla stessa radice. Eppure Weghorst non è Van Basten, anzi, non sembra poter competere nemmeno con un attaccante di livello medio della Serie B italiana. La sua è una delle storie più atipiche che il calcio contemporaneo possa raccontare, perché sfugge a tutti gli schemi della narrazione: non è genio e sregolatezza, né il campione moderno frutto di una programmazione scientifica, né il personaggio di culto per hipster del pallone, né il lieto fine di una storia di riscatto sociale. 

Volendo citare i Fratelli Coen, Weghorst è il calciatore che non c’era. Il calciatore che esisteva solo nella testa del diretto interessato, perché fuori nessuno vedeva, nessuno credeva, nessuno capiva. Oggettivamente, non era facile. Eppure oggi l’attaccante medio di Serie B si trova, appunto, in Serie B, mentre Weghorst si trova al centro di trattative per un possibile sbarco Premier League dopo due stagioni in Bundesliga nelle quali si è imposto come terzo miglior marcatore del campionato (33 gol) dopo Robert Lewandowski (56) e Timo Werner (44).

Campionato nel quale continua a segnare: la doppietta di sabato al Werder Brema lo ha portato a quota 6, dietro al solito Lewandowski e al pluricitato Haaland, il suo opposto sotto ogni punta di vista. La punta oranje, a differenza di tutti questi suoi colleghi, non ha mai frequentato un vivaio calcistico, a 19 anni giocava ancora tra i dilettanti, a 21 faceva panchina nella B olandese. Il Jamie Vardy dei Paesi Bassi, lo ha definito Raphael Honigstein su The Athletic. Paragone che non regge a livello di stile e tipologia di calciatore, ma calzante alla perfezione per quanto riguarda l’aspetto di late bloomer.

LaPresse.

Se fosse un meme, categoria come mi vedo io e come mi vedono gli altri, Weghorst avrebbe nella prima casella la foto di lui con le braccia al cielo dopo il suo terzo hat-trick in Bundesliga (segnato lo scorso febbraio all’Hoffenheim in 55 minuti), e nella seconda la scivolata sul dischetto del rigore che gli fece tirare alle stelle, in maniera incredibilmente goffa, un penalty contro lo Shakhtar Dontesk nell’ultima fase a gironi di Europa League. Antico retaggio, quest’ultimo episodio, di un periodo dove il “lascia perdere, non sei bravo abbastanza” era un giudizio quasi quotidiano, tanto che a un certo punto il diretto interessato aveva smesso di contare quante volte lo aveva sentito dire. Oggi da contare rimangono i gol: 135 in otto anni da professionista, media di 15,87 a stagione.

Weghorst non è mai entrato in una scuola calcio olandese perché non rispettava i parametri minimi del metodo TIPS utilizzato dall’Ajax e adottato un po’ ovunque nel paese. TIPS significa Techniek, Inzicht, Persoonlijkheid, Snelheid, ovvero Tecnica, Visione, Personalità e Velocità. Weghorst era il tipico adolescente smilzo e altissimo, frutto di continui scatti di crescita che, a livello motorio, avevano influito negativamente sulla propria capacità di coordinazione. Alla goffaggine dei movimenti si univano una lentezza strutturale e due piedi poco sensibili al tocco di palla. Secondo i criteri di valutazione TIPS, Weghorst possedeva una Tecnica da 4, una Visione e una Velocità da 5, e una Personalità da 10. La media è la sufficienza, ma con tre caratteristiche sotto la soglia. Anni dopo lo stesso Weghorst avrebbe dichiarato di non essersi mai sorpreso della pressoché nulla attenzione riservatagli dalle scuole calcio dei club professionisti. Dimostrare che la sua volontà fosse superiore al talento dei propri coetanei era l’unica arma che aveva.

Emmen, Heracles Almelo, Az Alkmaar, Wolfsburg: ogni due anni un nuovo club, un passo avanti, ma anche la sensazione diffusa che sarebbe stato l’ultimo. Ogni volta ci pensava la sua mentalità da workaholic a ribaltare le previsioni. Peter Bosz, incrociato nelle giovanili dell’Heracles, gli disse che una carriera di successo dipendeva proporzionalmente dalla  velocità di adattamento al livello raggiunto. Da adolescente, Weghorst si allenava sette giorni su sette, non usciva alla sera né si concedeva una birretta con i compagni per festeggiare una vittoria. Una volta arrivati i primi soldi e passato in Eredivisie, ha ingaggiato quattro specialisti: un nutrizionista, un maestro di yoga, uno psicologo, un personal trainer per la corsa. 

LaPresse.

Talvolta il suo punto di forza si è rivelato essere una trappola, perché l’approccio fanatico lo ha portato a scontrarsi con certi compagni di squadra che, a suo modo di vedere, non stavano dando il massimo in allenamento. “Weghorst è un giocatore che non fa gruppo, ma che per il gruppo risulta fondamentale”, ricorda John Stegeman, suo tecnico all’Heracles Almelo, che nella stagione 2015-16 centrò, via play-off, la prima qualificazione della storia alle coppe europee grazie anche al sostanzioso contributo di gol della punta di Borne. All’Az è diventato l’esempio della differenza tra mentalità statica (il fallimento rappresenta il limite delle mie capacità) e mentalità dinamica (il fallimento è un’occasione di crescita). E’ stato venduto in Germania per 11 milioni di euro, 8 in meno di quanto pagato nello stesso periodo dal Brighton per il compagno di reparto Alireza Jahanbakhsh. Come al solito, nessuno aveva dei dubbi su quale dei due fosse maggiormente pronto per imporsi in un grande campionato. Hanno nuovamente sbagliato tutti, con l’eccezione del ds del Wolfsburg Olaf Rebbe e dell’allora tecnico dei Lupi Bruno Labbadia, per i quali la prestanza fisica e la mentalità combattiva nel giocatore valevano il rischio della cifra spesa.

Una volta un collaboratore di Joop Gall, suo tecnico all’Emmen nella B olandese, disse che osservare Weghorst allenarsi era come vedere il Sergente maggiore Hartman e Palla di Lardo di Full Metal Jacket racchiusi in una persona sola, tanto per il forte senso di autocritica quanto per il duro regime di lavoro che il giocatore si imponeva. Il voto 10 alla voce Personalità, nonché a tutto ciò che ne consegue, derivava da quanto assorbito dal padre, un imprenditore di successo nell’attività di servizio di carburante. Tutti i suoi figli hanno raggiunto l’obiettivo professionale che si erano prefissati: uno è diventato pilota, un altro architetto, il terzo direttore dell’azienda di famiglia. Solo il figlio con l’obiettivo di vestire un giorno la maglia della nazionale olandese rischiava di fallire.

“La prima volta che lo vidi”, racconta Gall, “non mi fece certo esclamare: Evviva, eccolo che arriva (traduzione libera dell’espressione olandese joepie van de poepie, nda). Aveva le basi, perché altrimenti non ci sono carattere e mentalità che tengano, ma niente di più. Posso però affermare, guardando la sua evoluzione, che Weghorst rappresenta una lezione per ogni allenatore. Spesso nella rosa si guarda a ciò che i giocatori non sanno fare e ci si rivolge all’esterno, al mercato, luogo dove per contro si guarda ciò che i giocatori sanno fare. Dimenticando che forse, osservando meglio, si può riuscire a intravedere ciò che non si ha ancora ma che forse si potrebbe avere”.  

(Photo by Thomas Starke/Bongarts/Getty Images)

Nel marzo 2018 Weghorst ha debuttato in nazionale, provocando aspre polemiche sui media. Per molti, il divario tra una tradizione di assoluto prestigio in tema di attaccanti e un presente fatto di muscoli, nervi e carattere era difficile da sostenere. Nemmeno il ct Ronald Koeman ci ha mai creduto molto, avendogli concesso 4 presenze, più per l’impossibilità di ignorare i numeri prodotti dall’attaccante che per reale convinzione. Continuano a crederci in pochi, e Frank de Boer non è tra questi.  Magari tra qualche mese avrà cambiato idea e potremmo ritrovare Weghorst titolare a Euro 2021. Oppure, come sostiene Gall, un giorno sarà l’attaccante del Bayern Monaco, o lo vedremo sui campi della Champions con un club di Premier. Weghorst ha già smentito tutti talmente tante volte da rendere ardua qualsiasi tipo di previsione. E se una di queste ipotesi dovesse avverarsi, la dichiarazione del diretto interessato sarebbe già pronta: “La mia volontà vale più del loro talento”.

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