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Zinédine Zidane, il sottovalutato

By 23 Gennaio 2020
Zinedine Zidane

Con l’ultima Supercoppa sono dieci i trofei conquistati da Zidane in poco più di tre anni da allenatore del Real Madrid. Un risultato eccezionale. Eppure il francese continua a essere dipinto come  l’abile gestore, il mite conduttore.  Una lettura superficiale che nasconde i veri meriti e le reali qualità di un mister a cui riesce tutto facile

Sono passati nove mesi da quando è tornato a sedersi sulla panchina del Real Madrid dopo la gestione fallimentare di Lopetegui prima e Solari poi, incapaci di raccogliere la sua pesante eredità. Il tempo di una gravidanza per partorire un altro trofeo. Quella che un paio di settimane fa ha portato i Blancos a sollevare la Supercoppa di Spagna disputata in Qatar, la nona finale vinta da Zinédine Zidane su nove disputate.

In poco più di tre anni da allenatore del Real, Zidane ha alzato dieci trofei, diventando il secondo più vincente della storia del club dopo Miguel Muñoz, che ha vinto per quattordici volte nell’arco, però, di quindici stagioni. È l’unico ad essere riuscito a conquistare la Champions League per tre anni consecutivi, e i numeri dicono che porta a casa una coppa ogni 19 partite.

Inutile dire che si tratti di qualcosa di unico. Tuttavia, è una straordinarietà che non sembra riscuotere grande interesse. O almeno, non quanto forse meriterebbe. L’enfasi per i risultati ottenuti da Zidane è sempre contenuta, il ritratto del tecnico non incontra mai l’esaltazione, non sfiora mai l’agiografia, non scade mai nella mitizzazione, tutti processi che, per quanto eccessivi – sono quasi naturali nel racconto mediatico di una parabola fulminante come la sua.

Tutto, nella descrizione dei suoi leggendari trionfi – perché di questo si tratta – è moderato, sobrio, razionale. Quando si parla dei grandi allenatori in circolazione, il suo nome non gode di grande considerazione, non insidia nemmeno lontanamente il cuore del dibattito.

Zinedine Zidane

(Photo by Denis Doyle/Getty Images)

Che strano, ce ne stiamo sempre qui a giudicare gli sportivi dai successi ottenuti, prendiamo la vittoria come principale unità di misura per valutare la grandezza di un professionista, storcendo il naso anche davanti al genio di qualcuno che non ha avuto la fortuna di mettersi una medaglia d’oro al collo. Poi arriva questo mite ex fuoriclasse, domina il calcio europeo come nessuno in precedenza era riuscito a fare, si dimostra infallibile nei momenti decisivi e la nostra meraviglia, d’un tratto, è sorprendentemente contenuta. Diventiamo spettatori passivi di fronte all’eccezionalità. Siamo impermeabili al senso dell’impresa.

È sotto gli occhi di tutti che nella narrazione di Zinédine Zidane allenatore ci sia una evidente distorsione. Restando in superficie, il motivo principale per cui Zidane viene sottostimato ha a che fare con il club, e in particolare il valore della rosa che si è trovato nelle mani in questi anni di successi. È pensiero comune, sebbene grossolano, che una squadra zeppa di campioni come il Real Madrid abbia più di ogni altra cosa bisogno di un allenatore abile nella gestione umana dei suoi talenti, capace di preservare l’equilibrio in uno spogliatoio dove l’io rischia sempre di contare più del noi.

Un castello dorato dove non sono richiesti né filosofi, né visionari, né maestri di calcio, profili che riscuotono più attenzione e offrono più spunti narrativi. Il percorso trionfante di Zidane, dunque, si svuota subito di attrattiva per il ruolo che ricopre, una posizione che trasforma il fenomenale traguardo di conquistare la Champions League per tre anni di fila nel risultato di ottime capacità amministrative e di un magistrale lavoro gestionale.

Zinedine Zidane

(Photo by Juan Manuel Serrano Arce/Getty Images)

Questa lettura piuttosto sommaria, oltre a scaturire un grosso equivoco, conduce a due errori. Il primo riguarda proprio la questione della gestione. Innanzitutto perché bisognerebbe chiarire cosa si intende per “gestire” quando si parla di una squadra professionistica e non di un oratorio. E poi perché anche se fosse vero che il merito di Zidane si limita a questo aspetto – ipotesi poco credibile, come vedremo più avanti -, “gestire” un gruppo composto da giocatori come Ronaldo e Bale, Ramos e Modric, Marcelo e Benzema, costruire attorno a loro un recinto di serenità, stima e fiducia dove possano sentirsi perfettamente a loro agio e rendere al meglio delle loro possibilità, non è esattamente un lavoro che tutti sono in grado di fare.

Certo è più semplice rimanere sedotti dal lavoro pionieristico di allenatori come Klopp e Guardiola o dalle imprese quasi cinematografiche di Mourinho, ma forse bisognerebbe riconoscere del valore anche a chi ha in dote la sensibilità giusta per riuscire in un’altra impresa, diversa ma ugualmente complessa: trattare tutti i grandi giocatori nello stesso modo e al contempo trattarli tutti diversamente, assecondandone ego e status. Un’opera da equilibrista in cui Zidane parte favorito per il suo glorioso passato di calciatore, di cui conserva un’aurea mitica che porta i giocatori – anche i campioni – a mostrare verso di lui un rispetto incondizionato, ma che non è solo il prodotto di quello che è stato.

Il secondo errore nel quale si rischia di incorrere osservando il percorso di Zidane con la lente dell’approssimazione è quello di svalutare le sue intuizioni tecniche e tattiche. Non manca chi ha avuto la lucidità di grattare la crosta e scandagliare il suo lavoro di campo, ma rappresenta comunque una ristretta minoranza rispetto al pensiero generale su Zizou allenatore.

Zinedine Zidane

(Photo by Mike Hewitt/Getty Images)

Nel modellare la squadra che per tre anni di fila è salita sul tetto d’Europa, Zidane ha avuto l’arguzia di mettere al centro di tutto la qualità, di costruire l’identità di squadra con il mattone del dominio tecnico, e di comporre un contesto dentro il quale potesse esaltarlo. Con Isco come fulcro creativo di un ingranaggio in cui il pallone era al centro di un sistema liquido capace di adattarsi a ogni avversario senza erigersi su princìpi troppo solidi.

Zidane aveva capito che la chiave per esaltare quella squadra era affidarsi al minimalismo, senza poggiarsi su ferme basi ideologiche. Una formula straordinariamente vincente e altrettanto meritevole di elogi di chi invece plasma una squadra secondo un rigido credo attraverso il quale arriva a ottenere successi.

C’è un video che sembra raccontare molto dell’allenatore Zidane. Mostra lo spogliatoio del Real Madrid all’intervallo della finale di Champions League contro la Juventus, quando il risultato era ancora di 1-1. In un primo momento, Zidane invita i giocatori a riposarsi e recuperare energie, con poche parole sussurrate. Seguono minuti di silenzio, con il solo Sergio Ramos che tiene alta la tensione dei compagni.

Zidane passeggia defilato con le mani in tasca, pulisce il pavimento dello spogliatoio dagli scarti di bendaggi e vestiti vari come volesse portare ordina, pulizia, calma. Dopo quattro minuti, quando sembra che la quiete sia stata ristabilita, prende la parola e con tono pacato, senza alcuna enfasi motivazionale, prima offre suggerimenti tattici (dice alla squadra di sfruttare le corsie esterne dove Carvajal e Marcelo avrebbero dovuto stare più alti e aperti), poi conclude: «Ragazzi, è una finale, c’è da soffrire, ma con serenità. Faremo un altro gol e vinceremo la partita».

In questo video c’è tutto Zidane: c’è la praticità del tecnico che trova la soluzione tattica, c’è la capacità di smorzare la tensione e dominare le paure trasmettendo serenità, c’è l’abilità di trasferire la convinzione che le cose andranno bene, un ottimismo che porta all’esaltazione di un preciso consorzio umano. Ma c’è anche molto di più. C’è qualcosa di intangibile e inafferrabile, che contraddistingue il rapporto di Zidane con la vittoria. Un’alchimia naturale, una connessione quasi esoterica. È come se Zidane stabilisse un contatto con la vittoria e poi portasse i suoi giocatori a toccarla con mano.

Ed è anche grazie all’armonia che riesce a riprodurre nei momenti decisivi che nella sua carriera non è mai stato eliminato dalla Champions League; che ha alzato una coppa ogni volta che ne ha avuto l’occasione. Zidane rende meno labile il confine tra la paura di perdere e la voglia di vincere che contraddistingue i momenti clou. È anche per questo, per la disinvoltura con cui miete successi, che la straordinarietà di quello che ha fatto appare a chi lo osserva quasi normale. Lì dove molti allenatori si arrovellano, soffrono, implodono ed esplodono per raggiungere il più alto degli obiettivi, lui resta disteso, non si scalda, ce la fa e basta, semplicemente.

L’ennesimo riverbero di un rapporto quasi mistico che da sempre intrattiene con il calcio, splendidamente raccontato in “Zidane, ritratto del XXI secolo”, magnifico documentario intimista di Douglas Gordon e Philippe Parreno in cui Zidane è ripreso da 17 telecamere per tutta la durata di una partita. Novanta minuti (un po’ meno perché verrà espulso sul finire della gara) in cui il volto di Zidane non subisce scossoni emotivi, non appare mai trafelato o deluso, eccitato o preoccupato, sia quando corricchia senza il pallone, sia quando ce l’ha tra i piedi; in cui non parla, non urla, non sbraccia, non si dimena. In cui fa tutto con la naturalezza di chi è in totale armonia con il gioco.

Zinedine Zidane

(Photo by Laurence Griffiths/Getty Images)

La stessa che conserva oggi in panchina, ma che non deve ingannare. Perché al di là di questa relazione quasi simbiotica che sembra vivere col calcio, Zidane ha dimostrato e sta dimostrando di essere allenatore brillante. Il Real che ha ripreso in mano nel marzo scorso non è lo stesso Real che aveva lasciato. E così ha dovuto cambiare approccio tecnico e tattico, conservando alcuni princìpi e mantenendo la qualità come stella polare di una squadra che ha accolto tanti giovani talenti che Zidane sta facendo fiorire sapientemente.

Dopo la campagna trionfale in Qatar, da cui è tornato con la Supercoppa, è in testa alla Liga insieme al Barcellona, con cui probabilmente si giocherà il titolo fino alla fine, e ha raggiunto gli ottavi di finale sia in Copa del Rey che in Champions League. La sensazione è che anche se quest’anno dovesse vincere uno o più dei trofei per cui è in corsa, la sua reputazione non cambierà: resterà l’abile gestore, il mite conduttore, per qualcuno addirittura un uomo molto fortunato, almeno fino a quando non passerà il banco di prova di allenare in un club che non si chiami Real Madrid.

D’altronde il paradosso è sempre lo stesso: è tutto più difficile per quelli a cui riesce tutto facile.

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