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Zlatan Ibrahimovic non è ancora sul viale del tramonto

By 9 Aprile 2019

Lo svedese continua a fare la differenza anche se in un campionato periferico come la MLS. La sua sfida, ora, è imboccare il più tardi possibile il sunset boulevard

«All right, mister De Mille, i’m ready for my close up». Bene, signor De Mille, sono pronta per il mio primo piano, dice Norma Desmond, diva dimenticata del cinema muto, mentre scende le scale ripresa dalle telecamere dei giornalisti scandalistici, ormai folle crede di essere ancora sul set cinematografico e si prepara a girare la (finta) scena, prima di essere arrestata per omicidio di cui non ha più alcuna consapevolezza.

È il finale di “Sunset Boulevard”, Viale del Tramonto, del grandissimo austriaco Billy Wilder. Norma è interpretata da una vera diva del muto, Gloria Swanson. Come lei, oggi, Zlatan Ibrahimović, solo che lui ancora gioca su campi lontani, quelli statunitensi, nei Los Angeles Galaxy, ma porta dentro l’illusione di gloria di Norma, quella che rende immortali.

Zlatan è del 1981, nato pochi mesi dopo la morte di Rino Gaetano, cresciuto tra povertà e rabbia, poi sbruffoneria e ricchezza, è un calciatore che irrita ed esalta, ha movenze da break dance, esulta come fosse il Cristo del Corcovado: immobile, braccia tese a metà tra cielo e terra, espressione da macho man. Più estremo di Di Canio e più arrogante di Cantona, Zlatan è l’Europa vicina e lontana, è un quartiere multietnico, è il vociare di certe strade dei libri di Elias Canetti, è il calcio dei cortili e degli stadi, lui quando gioca è una polifonia; è stato ovunque, dall’Inghilterra all’Italia, dalla Francia alla Spagna e adesso è negli Stati Uniti.

 

Foto: LaPresse.

Il suo codino preistorico è un segno del tempo che passa, è l’uomo che viene da lontano, come Norma Desmond, sta in un tempo che non è più il suo tempo, ma lui continua a credere di essere un king. Dopo la rottura del crociato, due anni fa, disse: «Era la mia testa a dirmi le cose da fare, ho seguito lei. Non ho mai temuto di non farcela, perché i leoni recuperano dagli infortuni in modo diverso rispetto agli umani».

Lui, nel 2017, guardò la finale di Europa League del Manchester United contro l’Ajax da bordocampo con le stampelle, il leone si è rialzato, certo, ma il campionato inglese cominciò a pesargli, le ferite pure e un anno dopo, forse patendo chissà quante notti, tormentato dall’orgoglio e dal tempo, decise di abbandonare la faticosa Europa con il malessere in corpo per tre motivi: non aver giocato la finale di EL, non aver mai ricevuto il Pallone d’Oro, non aver mai vinto la Champions League. Quest’ultima un’ossessione per Ibra, sempre inseguita sui vari campi e mai raggiunta proprio come Wile E. Coyote che ha attraversato invano deserti senza riuscire ad acchiappare l’irritante Beep Beep; ma Zlatan, autoproclamandosi Dio, ha provato a consolare il suo dolore umano, troppo umano, dichiarando il suo verbo parola del football.

Zlatan è un uomo – mondo, mica solo un calciatore eccezionale, il suo modo di giocare è insolito, nell’Inter era una squadra. Lui tira, inventa e segna in ogni modo, e anche se gli acciacchi aumentano, l’età pure, quello che resta è la sua proverbiale spavalderia che per certi versi somiglia alla meravigliosa arroganza dello scrittore Louis Ferdinand Cèline quando, incontrando Allen Ginsberg e William Burroughs, affermò che l’unico scrittore che leggeva era lui stesso.

Zlatan Ibrahimovic

Foto: LaPresse.

«Ho l’impressione che avrei potuto fare meglio rispetto a loro, ma è una mia sensazione. A un certo punto è arrivato un momento in cui mi sono detto che dovevo lasciarli fare e fargli godere il Mondiale, ho messo da parte ogni cosa, sono stato il capitano di questa Nazionale e non c’è nulla di più grande per me. Io sono come il vino, invecchio e miglioro, l’età è solo un numero», questo Ibrahimović dichiarò dopo i Mondiali di Russia, da dove venne escluso prima per sua scelta e poi per scelta della federazione svedese. Lui fa sempre rumore quando parla come quando gioca, perché nel calcio non si dice mai nulla di nuovo, è tutto uguale, stantio, ripetitivo e privo di interesse, le interviste dei calciatori sembrano uscite da un manuale sovietico tanto sono banali e asettiche, inoffensive e scontate.

Ibra ha preso la china da tempo, però prova ancora a ruggire con forza su campi che restano, per noi europei, ancora un po’ sconosciuti. Certo non è un record l’età di Ibra se si pensa che Lamberto Boranga, mitico portiere del Cesena, gioca a settantacinque anni, nella Mottese squadra della terza categoria marchigiana; ma il record appartiene a Isaak Hayik, portiere israeliano dell’Ironi or Yehuda, squadra di quarta serie in Israele, di anni ne ha settantatré, il campionato è di professionisti e poco importa che abbia subito cinque gol.

Zlatan non abbassa i toni del suo calcio e della sua parola, lui non è uno qualunque diventato calciatore, lui è una irripetibile giocata. È stato chiamato nasone, pinocchio, zingaro e mica ha porto l’altra guancia anzi ha appizzato l’orecchio e ha risposto in tutte le lingue che conosce, che sono parecchie. Adesso Zlatan/Norma fatica a immaginare di essere vecchio, come lo si è nello sport, visto che un suo immenso coetaneo continua a vincere: Roger Federer.

Zlatan Ibrahimovic

Foto: Getty Images.

La vecchiaia, però, Zlatan ha deciso di passarla nella ancora troppo elementare Major League Soccer, l’anno scorso lo svedese ha segnato ventidue gol su ventisette partite (ma i LA Galaxy si sono fermati prima dei play off) e quest’anno continua il suo destino di bomber; adesso, giunto a poco dai quarant’anni, Zlatan è Vojvoda – capo di guerra, in serbo, generale anziano e anche governatore – del calcio e nemmeno un campionato minore potrà diminuirlo.

«Se la mia squadra corre, corro anch’io. Se la mia squadra soffre, soffro anch’io. La mia età non è importante, ciò che conta è la mentalità e la mia è a prova di proiettile». Il suo modo di parlare è subito riconoscibile, somiglia alla sua capacità di difendere il pallone, mica se diventi vecchio diventi saggio, come si crede, Zlatan diventa vecchio e resta arrabbiato, forse con la vita, forse con il tempo, forse con gli avversari.

Foto: Getty Images.

Quando dice qualcosa ha una violenza verbale che ritrovi in Cèline e me lo immagino a sessant’anni, sputacchiando croato e svedese, capelli bianchi, viso affiliato, naso ancora più lungo, mentre guarda con disprezzo i calciatori delle nuove generazioni e ridacchia su Cristiano Ronaldo ripetendo a ogni «Ora sappiamo che i Palloni d’Oro con Messi non li vinceva Cristiano Ronaldo, ma Florentino Perez», pensiero di molti, parola di pochi.

Ibrahimović sta tramontando piano, dentro gli stadi americani, nel campionato statunitense che proprio CR7 aveva criticato considerandolo un torneo di poco conto. A marzo su twitter: «I have pain everywhere, that’s how it is when you’re 38», «ho dolori dappertutto, ecco com’è quando hai trentotto anni», scritto dal Gospodin (signor) Zlatan Ibrahimović. Il corpo del grande svedese comincia a cedere, il tendine di Achille lo ha fermato un mese e prima altri dolori altre sventure, perché “per ogni cosa c’è il suo momento, il suo tempo per ogni faccenda sotto il cielo” (Qoelet, 1,1) ma lui continua a scendere le scale andando incontro alla fine come se ancora fosse gloria.

Foto di copertina: Getty Images

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