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Zlatan United, poteva andare meglio?

By 10 Marzo 2021 Marzo 15th, 2021

Riviviamo le due stagioni di Ibrahimovic in Inghilterra. Arrivato con grandi aspettative, specie per la nuova unione con José Mourinho in panchina, tra infortuni, incomprensioni e polemiche se ne andrà dando un po’ l’idea di un giocatore alla frutta. Questo pur vincendo l’Europa League (da infortunato)

Due anni di amore e odio, di successi e di contraddizioni. Questa è stata l’avventura di Zlatan Ibrahimovic al Manchester United, il prossimo avversario del suo Milan in Europa League, competizione vinta proprio con i Red Devils seppur da “non giocatore”, visto che all’epoca del trionfo contro l’Ajax del 2017 lo svedese era infortunato al ginocchio. E sarebbe stata, ancora una volta, un’altra sfida da ex, lui che ha attraversato quattro delle cinque maggiori leghe europee: Serie A, Premier League, Liga e Ligue 1.
Quell’Europa League “vinta non in campo” è rimasto il punto più alto dell’esperienza inglese di Ibrahimovic, che conta come palmares anche una Coppa di Lega e un Community Shield, quelle sì invece giocate e da protagonista. In compenso niente successo in Premier né in Champions League, e una sensazione generale, tirando le somme al termine di questi due anni, quando Zlatan farà le valige in direzione Los Angeles, per giocare con i Galaxy nella Major League Soccer, di non aver lasciato particolarmente il segno.
Vedremo se con la maglia del Milan, anche se di nuovo infortunato, stavolta fermo ai box per probelmi muscolari, riuscirà a ottenere una mini-rivincita, almeno in questi ottavi di Europa League. Riavvolgiamo comunque il nastro, tornando all’estate del 2016, a quando Ibrahimovic sbarca a Old Trafford reduce da quattro anni da re a Parigi.  

 

#iamcoming

Dopo diversi pettegolezzi che andavano avanti da tempo, compresa una maxi-offerta da 75 milioni annui al limite della fantascienza proveniente dalla Cina, l’annuncio ufficiale della firma di Ibra con il Manchester United è dell’1 luglio del 2016. Primo giorno della nuova stagione, insomma. Sui social network gestiti da Zlatan non c’è bisogno di fuochi d’artificio: bastano una foto dello stemma dei Red Devils a tutta pagina e poche parole,

“Time to let the world know. My next destination is #manchesterunited #iamcoming”. Quindi “È tempo di farlo sapere al mondo, la mia prossima destinazione è il #manchesterunited #stoarrivando”. Non è quindi il club ad annunciare la firma di Ibra, ma viceversa.

(Photo by Ben Hoskins/Getty Images)

L’affare si è concluso a parametro zero, visto che il contratto con il Paris Saint Germain, di cui è diventato il miglior marcatore di tutti i tempi, è scaduto senza che nessuna delle due parti volesse rinnovarlo. “Sono arrivato da re, me ne vado da leggenda: non è un addio, ma soltanto un arrivederci”, Zlatan saluta così la capitale francese.

La maggior parte dei giornali tende a sottolineare la riunione, come all’Inter, dello svedese con l’allenatore José Mourinho, che arriva sempre in quell’estate a sostituire Louis Van Gaal. Già quando la firma di Ibrahimovic con i Red Devils non era ufficiale, intervistato nel ritiro della nazionale svedese Zlatan si era lanciato in dichiarazioni al miele nei confronti del tecnico portoghese: “Chi vuole vincere sceglie lui”. Tuttavia c’è chi come la Bbc afferma: “Lo United ha preso un attaccante complicato”. Dal punto di vista caratteriale, naturalmente, l’aspetto tecnico non si discute. “Ha la reputazione di uno che quando vuol dire una cosa non tace”, aggiunge l’articolo della Bbc.

L’operazione è l’ennesimo capolavoro dell’agente di Ibra, Mino Raiola, che riesce a strappare per il suo storico assistito, quello che lo chiama “meraviglioso ciccione idiota”, un contratto annuale da 200mila sterline a settimana, uno stipendio da vero top player. E a proposito di top player, l’estate del 2016 è parecchio calda sul fronte di un altro giocatore rappresentato da Raiola: Paul Pogba. Il centrocampista francese della Juventus, sul taccuino di molti club europei, alla fine sceglie proprio il Manchester United. Ci sono voci che circolano, anzi, di un Ibrahimovic che abbia ottenuto dal suo agente la rassicurazione che quell’affare, già in ballo da settimane, si sarebbe concluso: “Altrimenti non firmo niente, non ci provare, perché ti spacco le gambe”, sarebbe stata la minaccia.

(Photo by Ben Hoskins/Getty Images)

“Sono super eccitato per questa nuova avventura, non vedo l’ora di conoscere i miei compagni di squadra e di cominciare ad allenarmi con loro – sono queste le prime dichiarazioni di Zlatan –. Guardando le strutture del club mi rendo conto di essere arrivato in una grandissima società. È stato come un puzzle, si sono messi assieme i vari pezzi, ma tutti questi pezzi erano d’accordo sul mettersi assieme”. Di nuovo su Mourinho, adesso che è tornato ad essere il suo allenatore dopo la stagione all’Inter tra il 2008 e il 2009: “L’unico rimpianto che ho nei suoi confronti è di essere rimasto troppo poco tempo con lui. Ho imparato molto da José e sono riuscito a conoscerlo meglio anche come persona, non solo come tecnico. Lui è un vincente, io sono un vincente, sarà bellissimo lavorare di nuovo per gli stessi obiettivi”. Parole che confermano quanto scritto nella sua biografia ufficiale: “Per Mourinho sarei stato disposto a uccidere”.
Il primo appuntamento ufficiale per dimostrare questa unione d’intenti è il Community Shield, la Supercoppa Inglese, che si gioca il 7 agosto a Wembley tra il Manchester United e il sorprendente Leicester, campione in carica della Premier. I Red Devils invece sono lì in qualità di detentori della FA Cup, vinta con ancora Van Gaal in panchina, il primo titolo vinto dal club nell’era “post-Ferguson”, cioè dal 2013 in avanti.

C’è molta curiosità anche per vedere l’ennesima replica del duello Ranieri-Mourinho, due allenatori che si sono a lungo beccati in passato, specie all’epoca della lotta-scudetto tra l’Inter del portoghese e la Roma del tecnico testaccino, ma i cui rapporti reciproci si sono rilassati molto, ultimamente. L’attenzione, però, è tutta su Ibrahimovic, che guida l’attacco dello United assieme a Wayne Rooney e ad Anthony Martial. Da quest’ultimo, arrivato giovanissimo l’anno prima per una cifra clamorosa (60 milioni più vari bonus, mai nessun teenager era stato pagato tanto dai Red Devils), Zlatan ha preso il 9 come numero di maglia, lasciandogli l’11. Una decisione unilaterale, presa con il francese ancora in vacanza, che provoca imbarazzo nel club. Per dire quanto sia stizzito Martial basti pensare che lo stesso giorno in cui Ibra si prende la 9 il giovane attaccante cambia le foto dei suoi profili social mettendone una di spalle con la vecchia maglia numero 9. Non solo, visto che smette di seguire il Manchester United su Twitter e Instagram.

(Photo by Stu Forster/Getty Images)

A Wembley comunque quel giorno di agosto fa un gran caldo, ma c’è una novità nel regolamento, e cioè la possibilità di effettuare fino a sei sostituzioni. È il Leicester che inizia meglio, colpendo una traversa con un colpo di testa del giapponese Okazaki da calcio d’angolo; il vantaggio, però, lo trova lo United con una percussione di Jesse Lingard, che parte dalla trequarti e infila il portiere Schmeichel passando praticamente in mezzo ai corpi della difesa avversaria. A inizio ripresa pareggia Vardy su svarione di Fellaini, che vorrebbe passare il pallone al proprio portiere, De Gea, ma finisce per regalare un assist all’attaccante del Leicester.

Ibra non si vede molto durante la gara, si sacrifica anche parecchio in copertura probabilmente sfiancandosi e rinculando fino al cerchio di centrocampo; davanti il contributo ne risente, c’è solo un tiro debole che viene respinto sulla linea, ma Mourinho non ci pensa neanche a levarlo. Toglie Lingard e Martial, ma Zlatan rimane in campo ed è una decisione che paga: minuto 83, guizzo a destra di Valencia e cross al centro, dove lo svedese sovrasta il colosso Wes Morgan, stopperone del Leicester, con un colpo di testa. La parabola è maligna, la zuccata non è forte ma angolata e precisa, tocca il palo e lemme lemme oltrepassa la linea di porta con Schmeichel che non ci arriva per questione di centimetri. Esultanza rabbiosa, il gol è decisivo e il primo trofeo della stagione finisce nella bacheca del Manchester United. Sul podio di Wembley Ibra abbraccia Rooney, che solleva il Community Shield da capitano, e Daley Blind, olandese, figlio del grande Danny, ex capitano dell’Ajax.

(Photo by Stu Forster/Getty Images)

Zlatan era già andato a bersaglio con la nuova maglia, ma in un’amichevole contro il Galatasaray a Stoccolma, nella sua Svezia. Un momento che, seppur in una partita con nulla in palio, rimarrà impresso nella mente dell’attaccante. “Quando arrivi in una nuova squadra non sempre gli altri compagni sono disposti ad aspettarti – scriverà in un articolo sul sito del Manchester United –. Devi adattarti, piuttosto, nel minor tempo possibile. Ed è proprio quello che ho fatto, ho provato fin da subito a dare il mio meglio, a seguire le indicazioni e la filosofia dell’allenatore e del club. Stavo per affrontare una grande sfida, almeno per me: la Premier, un campionato così competitivo, e alla mia età, poteva sembrare difficile. Invece mi sentivo più eccitato, più gasato del solito”.  Questa rete contro il Leicester, però, peraltro decisiva, rompe il ghiaccio nel migliore dei modi e sembra poter mettere tutto in discesa. 

 

Crac

La stagione dello United, però, è quantomai contraddittoria. In campionato arrivano passi falsi inaspettati, per non dire di veri e propri rovesci come l’umiliante 0-4 in casa dell’ex squadra di José Mourinho, il Chelsea, che fanno precipitare i Red Devils all’ottavo posto in classifica. Ibra è il capocannoniere dei suoi con 4 gol, ma il momento è sportivamente drammatico per i suoi, che comunque riescono a riprendersi. Dal 23 ottobre 2016 al 7 maggio 2017, infatti, lo United non perde più in Premier per 25 partite, anche se la classifica rimane deficitaria, tra il sesto e il quinto posto.

(Photo by Laurence Griffiths/Getty Images)

Ibra tre di queste partite le salta per squalifica, dopo che la prova televisiva l’ha pizzicato durante l’incontro con il Bournemouth in cui ha mollato una gomitata al difensore Tyrone Mings, che a sua volta l’aveva calpestato: un incontro in cui lo svedese ha anche sbagliato un rigore, paratogli da Boruc, portiere polacco ex Fiorentina. “Sono un leone in mezzo a tanti micetti: non ho più tempo da perdere”, sbotta a un certo punto l’attaccante nei confronti dei suoi compagni, all’ennesimo passo falso in campionato, un pareggio abbrancato all’ultimo minuto contro l’Everton.

Fa scalpore anche una sua intervista al canale di Fox Italia a Fabio Capello, dove torna sul suo rapporto difficile con Pep Guardiola ai tempi del Barcellona. “Prima mi telefonava tutti i giorni per convincermi a giocare per lui, poi d’un tratto la situazione è cambiata e non so spiegarmi il motivo. Fino a quel periodo non avevo mai avuto problemi con qualcuno: pazienza, io guardo sempre avanti, non serbo rancore”. Guardiola che, nel frattempo, è finito al Manchester City, a mettere ulteriore interesse alla loro rivalità.

La consolazione arriva dalle altre competizioni. Non sarà la Champions League, ma la Coppa di Lega inglese è comunque un titolo da conquistare, e in questo torneo il Manchester è un rullo compressore, compreso un 1-0 ai cugini del City negli ottavi di finale proprio tre giorni dopo la tremenda sconfitta contro il Chelsea, un risultato fondamentale per dare la svolta alla stagione. Ibra gioca quasi da rifinitore, serve a Pogba un assist per un tiro comodo del francese che colpisce un palo poi, complice anche un velo, regala il pallone a Mata per il gol della vittoria.  Quella è una sorta di finale anticipata. Il vero atto conclusivo è contro il Southampton, ancora a Wembley, come il Community Shield, il 26 febbraio del 2017. Una partita tesa come solo una finale può esserlo, con la favorita, lo United, che sembra poter dominare e invece è costretta a remare fin quasi all’ultimo minuto.
È proprio Ibra a sbloccare la gara con una punizione dai 30 metri, perfetta, che aggira la barriera (non posizionata benissimo in realtà) dei Saints, e che si deposita all’angolino alla destra del portiere Forster. Il Southampton non demorde, De Gea salva il risultato due volte, su Ward-Prowse e Tadic, poi dall’altra parte ci pensa ancora Lingard, come contro il Leicester, l’uomo delle finali: inspiegabilmente lasciato da solo dentro l’area, punisce con un destro rasoterra.

(Photo by Michael Regan/Getty Images)

Sembra finita, ma nel recupero del primo tempo Manolo Gabbiadini, arrivato nel mercato invernale dal Napoli e a cui è già stato annullato un gol per fuorigioco, corregge in rete da pochi passi un cross dalla destra. L’inerzia cambia giusto a un battito di ciglia dall’intervallo e prosegue all’inizio della ripresa di nuovo col “Gabbia”, che trova il pareggio con una sensazionale girata cieca, senza guardare la porta, ma colpendo la palla di controbalzo in mezza girata, pur marcato da Smalling. Potrebbe addirittura mettere la freccia, il Southampton, ma il colpo di testa di Romeu da corner centra il palo alla sinistra di De Gea.

A tre minuti dalla fine, quando già c’è aria di supplementari, un’azione insistita di Martial finisce con il premiare Herrera sulla destra; lo spagnolo crossa al centro dove Ibra si è preso quei tre-quattro metri di vantaggio rispetto ai marcatori. È una palla perfetta, solo da spingere in rete, da dentro l’area piccola, fin troppo facile per Zlatan che con una frustata del collo riporta i suoi in vantaggio. È il 3-2 definitivo, altro gol decisivo e altro trofeo nella bacheca del Manchester United in quella stagione dopo il Community Shield. Lo svedese è il capocannoniere della manifestazione con 4 gol complessivi assieme a Sturridge del Liverpool. “Penso sia il mio titolo numero 32: ovunque sia andato ho vinto e io me la godo”, afferma Ibra.

È un periodo d’oro in quanto a segnature per Ibrahimovic, che intanto proclama sul sito ufficiale dei Red Devils: “Non ho obiettivi personali perché li ho già raggiunti: in tre mesi ho conquistato l’Inghilterra. L’unica cosa che inseguo è la vittoria della Premier League, è quello il mio obiettivo. I traguardi personali fanno parte dell’obiettivo principale perché se la squadra fa bene, fanno bene anche i singoli. Provo ad aiutare la squadra e provo a fare quello che so fare meglio, segnare, giocare bene e creare occasioni per i miei compagni. Finché farò questo, so che potrò essere utile. E lo stesso vale per loro, aiutano me per il bene della squadra”.

(Photo by Dean Mouhtaropoulos/Getty Images)

La settimana precedente alla doppietta di Wembley ha segnato una tripletta nella partita d’andata dei sedicesimi di Europa League contro il Saint Etienne a Old Trafford: il primo gol è una punizione calciata maluccio, che finisce in rete dopo un tocco della barriera francese (e forse anche di Martial), il secondo un appoggio semplice al termine di una progressione di Rashford, mentre il terzo è su rigore.

Vittoria facile facile per uno United che in Europa League dopo i sedicesimi passa anche gli ottavi contro il Rostov e si trova davanti l’Anderlecht ai quarti di finale. È una sfida durissima fin dall’andata, quando i Red Devils agguantano un positivo 1-1 pur sprecando molto: Lingard prende un palo dopo un miracolo del portiere belga su zampata di Zlatan e il gol del vantaggio di Mkhytarian viene recuperato dal pareggio di Dendoncker di testa a cinque minuti dalla fine.

Al ritorno, il 20 aprile 2017, la tensione prosegue. Ancora Mkhytarian per il vantaggio United, ancora il pareggio dell’Anderlecht, stavolta con Hanni. Tutto questo succede nel primo tempo, con la ripresa che è uno stillicidio di paura di prendere un gol da parte del Manchester, un gol che significherebbe quasi sicuramente eliminazione, e incapacità dei belgi di portarsi in avanti, forse consapevoli di potersela giocare ai supplementari e forse ai rigori. Non che ai padroni di casa manchino le occasioni di segnare, anzi sia Ibrahimovic che Rashford ne sprecano una a testa abbastanza sanguinosa.

Tatticamente le idee di Mourinho si riducono in sostanza al buon vecchio “palla lunga e pedalare”. A ricevere le suddette palle lunghe dalla difesa, lo schema che diventa primario per lo United, c’è come ovvio Ibra. Solo lui è in grado di ripulire questi lanci a volte sparati in avanti a casaccio, solo lui ha la tecnica per controllarli e trasformarli in occasioni da rete: nessun altro centravanti al mondo riesce a conciliare forza fisica, tecnica individuale, fiuto del gol e altruismo per i compagni, quando è il momento di servire un assist. Se poi bisogna fare tutto questo per un allenatore che si stima, come José Mourinho, allora tanto meglio.

(Photo by Julian Finney/Getty Images)

Un Mourinho che nei minuti finali della partita contro l’Anderlecht a Old Trafford tenta anche la carta Fellaini, centrocampista alto oltre un metro e novanta e dai folti capelli ricci, quasi un casco, che va a piazzarsi sulla trequarti pure lui per fare da punto di riferimento per i difensori quando lanciano da dietro. Un’idea non proprio innovativa, ma che può servire nei momenti di impasse.

Proprio su un lungo cross da centrocampo, quando sta per scadere il recupero dei tempi regolamentari, Ibrahimovic riesce a sfruttare un salto a vuoto di Kara Mbodji, il centrale di difesa con cui sta battagliando dall’inizio della partita: stoppa il pallone di petto in volo e sta per atterrare, ma è un movimento talmente veloce, forse la stanchezza, forse anche la fretta anche di raggiungerlo, quel pallone, per poi trovarsi a tu per tu col portiere Ruben Blanco, che non si preoccupa dell’atterraggio.

La scena è tremenda già in diretta televisiva. Zlatan piomba a terra con tutto il suo peso di oltre 90 chili sul ginocchio destro, che si piega verso l’esterno in maniera innaturale. Dai replay viene quasi voglia di girare la testa per non rimanere impressionati. È come una fucilata, che fa crollare lo svedese al suolo in preda al dolore. E dato che Ibra non è un tipo che simula facilmente, si capisce da subito che è un infortunio gravissimo, mentre nel frattempo l’arbitro spagnolo Undiano Mallenco, visto che l’azione è sfumata e il tempo è scaduto, fischia la fine dei tempi regolamentari.

(Photo by Clive Brunskill/Getty Images)

Nel secondo extra-time ci pensa Rashford, su assist di testa di Fellaini (sì, perché nel frattempo lo schema di Mourinho non è cambiato). Al termine della partita, però, che il Manchester United conquista assieme al passaggio del turno, le preoccupazioni sono tutte per Zlatan. “Penso che sia un infortunio grave, non voglio fare diagnosi affrettate, però le esperienze del passato mi lasciano pensare al peggio”, è laconico Mourinho.

L’attaccante lascia Old Trafford sulla sua macchina, ma il giorno successivo il ginocchio è ancora gonfio e dolorante: il responso dell’esame non lascia speranze, è rottura del legamento crociato, ci vuole un’operazione chirurgica. È un infortunio che quando capita a un giocatore giovane può lasciare dei margini di manovra per un proseguimento di carriera quasi normale, anche se non più con l’esplosività precedente (un nome su tutti, Alessandro Del Piero); se, però, succede a un 36enne come Zlatan, non significherà mica la fine dell’attività agonistica? “Lo escluso assolutamente”, ci tiene a precisare fin da subito Mino Raiola, che di Ibra ha seguito tutta la carriera fin dai tempi dell’Ajax e conosce ogni dettaglio del carattere del suo assistito. Un Ibra che del resto dal letto di ospedale, dopo l’intervento chirurgico, mette in chiaro le cose: “Prima di tutto, grazie a tutti per il sostegno e l’affetto. Sapete già del mio infortunio e che non potrò scendere in campo per un po’ di tempo. Supererò questa prova come ho sempre fatto e tornerò ancora più forte. Finora ho giocato con una gamba sola, quindi non dovrebbe essere un problema. Una cosa è certa, decido io quando è il momento di smettere e nessun altro. Arrendersi non è un’opzione. Ci vediamo presto”.   

 

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