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Andrés Iniesta, solo momenti speciali

By 11 Luglio 2020

Sono passati dieci anni dal gol del “manchego” che regalò alla Spagna il titolo mondiale contro l’Olanda. Un calciatore che è stato grandissimo pur senza apparire molto e che ha cambiato il gioco in un’epoca in cui quelli con il suo fisico sembravano destinati a soccombere

 

Di posti come Fuentealbilla in Spagna ce ne sono a centinaia. Paesini piccoli, in terre non esattamente propense al turismo, distanti chilometri dal successivo o dal precedente, dove non succede mai nulla di interessante a parte qualche fiera con animali in mostra, cibo a poco prezzo venduto dai produttori della zona, panino con jamòn a un euro, compagnie di amici che passano il tempo al bar centrale del borgo raccontandosi le ultime notizie, un café con leche a metà mattina o un bicchiere di vino leggendo i giornali, un caldo che d’estate può essere atroce e che ti costringe in casa all’ombra, e se esci è solo poco prima di cena, quando il sole comincia la discesa verso il tramonto. Comunque quando vai fuori di casa c’è ancora abbastanza luce per giocare assieme ai coetanei o a quelli più grandi, d’estate nella piazza principale, che spesso è anche l’unica.

Fuentealbilla, in provincia di Albacete, è un buco di 2mila abitanti scarsi della Mancha, la terra di Don Chisciotte, certo, che però bazzicava le zone più a ovest della regione, verso Toledo e Ciudad Real: “En un lugar de la Mancha”, “In un posto della Mancha”, comincia così l’immortale opera di Miguel de Cervantes, un incipit che vale tanto quanto “Nel mezzo del cammin di nostra vita”. Andate verso paesucoli come Consuegra (due ore e mezza da Fuentealbilla, e sono nella stessa regione) e vedrete ancora i mulini a vento che funzionano, anche se servono, questi sì, più come calamita turistica.

L’emozione, ve l’assicuriamo, è sempre forte, sembra un posto dimenticato dal tempo: vi sembrerà, guardandovi attorno, dall’alto verso il basso di queste colline brulle, di vedere, laggiù in fondo, nella polvere che si alza al passaggio delle macchine sulle strade provinciali, qualche hidalgo, qualche cavaliere del tardo medioevo. Qualche Don Chisciotte, insomma, che contro i mulini a vento ci voleva combattere dopo averli scambiati per giganti.

 (Photo by Jasper Juinen/Getty Images)

Andrès Iniesta, che a Fuentealbilla ha vissuto fino ai 12 anni, fino a quando si è trasferito, non senza lacrime, alla “Masìa” del Barcellona, ha avuto tutto dell’hidalgo, del nobile d’animo che non era nobile per “sangue”, ma che aveva tutte le caratteristiche umane per esserlo. Un concetto molto spagnolo, applicabile a un personaggio la cui storia parla da sé, ma lo fa a bassa voce, senza urlare. Eppure “Don Andrès” è stato uno dei giocatori più grandi e più vincenti di sempre, un calciatore che è stato la chiave di due squadre in grado di segnare un’epoca, il Barcellona e la Spagna. È stato uno dei due “dioscuri” del centrocampo insieme a Xavi, ma autore, Iniesta, del gol più importante nella storia delle Furie Rosse, quello buono per vincere il primo e finora unico Mondiale della loro storia, l’1-0 all’Olanda nella finale di Johannesburg l’11 luglio del 2010.

Un momento che è diventato una statua, che raffigura il manchego al momento del tiro: piccolo dettaglio, nella scultura è nudo. O meglio, era nudo, prima che venisse “rivestito”, pur mantenendo, l’opera, una struttura muscolare, fin troppo. E questa sembra un po’ una storpiatura, una volontà quasi di renderlo una sorta di dio greco, mentre Iniesta è quanto di più lontano dal calcio fisico straripante degli ultimi anni, lui che ha sempre preferito la tecnica e il gioco cerebrale, dall’alto del suo metro e settanta, pallido in volto, una stempiatura precoce, ma quanta qualità in quei piedi. La statua è diventata subito bersaglio dei meme in rete; doveva essere inaugurata ad Albacete l’11 luglio di quest’anno, ma per colpa della pandemia di Covid-19 la cerimonia è stata spostata alla stessa data del 2021.

(Photo by David Ramos/Getty Images)

 

Entropia

Uno poi lo va a rivedere quel gol, a cinque minuti dalla fine dei tempi supplementari della finale, e scopre che tutto era iniziato con un’azione agli antipodi del “Tiki-taka” spagnolo, lo stile che ha accompagnato un Paese intero, con la sua Nazionale e le sue squadre di club. Un contropiede, banalissimo, con Jesus Navas che parte come un missile sulla fascia destra a testa bassa, si sciroppa mezzo campo prima di rimbalzare contro la difesa olandese. Come in un flipper, la palla torna a centrocampo dove c’è solo una persona che può annullare quell’entropia, ed è Iniesta. Controllo, tutti fermi, ragioniamo, colpo di tacco per Fabregas e di nuovo per Navas, sulla corsa. Da lì a Fernando Torres, tutto spostato a sinistra, fuori posizione, cosa ci fa il centravanti in fascia? Vede che il suo posto lo sta andando a occupare proprio Iniesta, “Il centravanti è lo spazio” in fondo, gliel’ha insegnato Pep Guardiola. Basta occuparlo, insomma. Cross di Torres respinto da Van der Vaart, un altro fuori posizione, malissimo, cadendo, col piattone; controlla Fabregas (ma che centrocampo aveva la Spagna, con Fabregas che usciva dalla panchina?) e in quel momento Iniesta è in fuorigioco. Gli bastano due passi indietro per tornare in posizione regolare, Van der Vaart rinviando è caduto e ha abbassato la linea di 4-5 metri. “Ora eravamo solo io e il pallone”, ricorderà tempo dopo il manchego, aggiungendo “Mi sono sentito come se il tempo stesse rallentando”.

Il controllo in teoria non è perfetto, almeno abituati agli standard di Iniesta; il pallone si gli alza costringendolo a inarcare il corpo indietro e in diagonale, per cercare la coordinazione migliore. Il portiere Stekelenburg è a meno di dieci metri, sta rinvenendo in spaccata volante ancora Van der Vaart, ci vuole un tempismo degno della partenza del cavallo di rincorsa al Palio di Siena. Non c’è spazio nemmeno per una finta, bisogna calciare e basta.

Iniesta

(Photo by Michael Steele/Getty Images)

La stragrande maggioranza dei giocatori lo sbuccerebbe quel pallone, o lo manderebbe altissimo, col malleolo, o calcerebbe male, lontano dai pali. Iniesta invece no, con un controllo del corpo perfetto riesce a scaricare un tiro che è un colpo di sciabola, netto e secco, imprendibile per Stekelenburg, dall’alto verso il basso, una specie di schiacciata, se fossimo su un campo di volley. È l’apoteosi, l’esultanza levandosi la maglia (blu) della Spagna, mostrando quella della salute sotto, bianca come la sua pelle, sempre un po’ pallida, che riporta la scritta “Dani Jarque siempre con nosotros”, “Dani Jarque sempre con noi”.

 

Depressione

Sì, Jarque, uno dei migliori amici di Andrès, capitano dell’Espanyol morto un anno prima in maniera quantomai drammatica nel ritiro della sua squadra a Coverciano, colpito da infarto mentre era al telefono con la sua fidanzata incinta all’ottavo mese. Impossibile salvarlo, i dettagli agghiaccianti del difensore catalano che smette di parlare al telefono, già privo di conoscenza, e la compagna che non può fare nulla se non chiamare il compagno di stanza, che accorre, ma è troppo tardi.

Iniesta e Jarque erano molto legati, anche se militavano sui due fronti opposti del calcio di Barcellona, e dopo la sua scomparsa il manchego avrebbe cominciato a soffrire di depressione, come ammesso da lui stesso in un documentario apparso di recente. “Quando mio figlio era venuto a suonare alla porta di casa nostra a mezzanotte chiedendo di dormire con noi avevo capito che qualcosa non andava”, ricorderà quel periodo papà Iniesta, José Antonio. Un periodo buio cominciato già dopo la conquista della Champions nel 2009, col Barcellona, in una finale raggiunta grazie a un’altra sua rete fondamentale, “L’Iniestazo” di Stamford Bridge. Una rete senza la quale tutta la narrazione su Guardiola sarebbe svanita, una rete che, come quella di Johannesburg, ha cambiato la storia del calcio.

Iniesta

(Photo by David Ramos/Getty Images)

Pochi mesi dopo, invece, eccolo lì, a esultare per un gol-spartiacque. La dedica a Jarque, un gesto da hidalgo, da cavaliere, da nobile. Non era nel giro della Nazionale, Dani: troppa concorrenza in quel ruolo, tra Piqué, Ramos, Puyol, Marchena e Albiol. Eppure era stimato da tanti, Iniesta su tutti. È bello pensare che c’era voluto quel gol, perché quel messaggio arrivasse, se Andrès non avesse segnato: e invece lì in mondovisione, gli spettatori stavano leggendo “Dani Jarque siempre con nosotros”, in diretta o nei replay. E si sarebbero commossi ricordando quella storia, applaudendo quel piccoletto con la maglia numero 6, “A.Iniesta” sulle spalle, come se ci fossero altri Iniesta di quel livello per mettere quel dettaglio, l’iniziale del nome.

Parlare del manchego, lanciato in prima squadra al Barcellona da Van Gaal, sgrezzato da Rijkaard e rifinito da Guardiola, sarà sempre riduttivo. Più che altro perché Iniesta stesso è sempre stato anti-personaggio, sempre uno o due passi dietro i riflettori, alle stelle “mediatiche” della squadra, che fosse il Barça o la Nazionale. Uno che però non è mai riuscito ad attirarsi nessun tipo di odio o di critica, perché era impossibile. E non staremo qui a sottolineare i pregi del calciatore-Iniesta, una tecnica sopraffina, la capacità di prendere sempre la miglior decisione al momento giusto anche se circondato da 4-5 avversari o la leadership silenziosa. “Andrès è il calcio: punto”, ha detto di lui uno che col pallone aveva un rapporto privilegiato e speciale, Zinedine Zidane.

Iniesta

 (Photo by Alex Caparros/Getty Images)

I numeri possono aiutare: Iniesta è il giocatore spagnolo che ha vinto più titoli, 35 comprese 4 Champions League e 9 edizioni della Liga. Nella sua ultima stagione con il Barcellona, quando il passaggio al Vissel Kobe (la sua squadra attuale) era imminente, non c’era stadio che non si spellasse le mani vedendolo, in una specie di lunghissimo omaggio a una persona e a un calciatore speciale. L’ultima volta, per la finale di Coppa del Re, naturalmente vinta, contro il Siviglia, nel maggio del 2018 in cui aveva segnato uno dei suoi gol più belli. Standing ovation per quello che era diventato anche il capitano del Barça, dopo gli addii di Puyol e Xavi.

Iniesta è diventato un simbolo di tutta la Spagna, sempre senza voler apparire: anzi, quasi infastidito da tanta fama, lui rimasto così riservato. Gli hanno già intitolato ad Albacete, oltre alla statua che verrà inaugurata nel 2021, il centro di allenamento della squadra locale, una fucina poco conosciuta di talenti arrivati a grandi club. Da lì aveva cominciato la sua scalata all’olimpo del calcio: 45 chilometri ad andare, 45 a tornare, tre volte a settimana, accompagnato dai genitori. Prima, appunto, dell’approdo alla Masìa, sempre in macchina, la prima volta. “Arrivammo qua in un’automobile 22 anni fa io e la mia famiglia e adesso sono qua con mia moglie e i miei tre tesori”, dirà Iniesta nel giorno dell’addio al Barça, in lacrime.

Iniesta

 (Photo by Spanish Royal Press Dept/Borja Fotógrafos/Handout/Getty Images)

Se c’è un posto, comunque, in cui stare in pace in Spagna è proprio la Mancha, e in particolare la provincia di Albacete, il buen retiro di Iniesta. Qui ha anche cominciato a produrre del vino, sfizio che parecchi calciatori hanno intrapreso dopo il ritiro. A Fuentealbilla è rimasto il Bar Lujàn, gestito dal nonno materno, in cui alle pareti sono appese centinaia di pagine di giornale con le migliori imprese del nipote: un locale che è una sorta di piccolo museo, oltre che un club di tifosi del Barcellona, una “peña“, naturalmente. Tradizioni vecchissime: il bar, una bottiglia di vino, un ambiente rurale. Di posti come Fuentealbilla in Spagna ce ne sono a centinaia, ma di Andrès Iniesta ce n’è stato e ce ne sarà solo uno.

 

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