Feed

I mesi messicani di Pep Guardiola

By 9 Aprile 2020

Nell’estate del 2006 Guardiola è svincolato. Juan Manuel Lillo, tecnico dei Dorados de Sinaloa, chiede ad Abreu di convincere lo spagnolo a trasferirsi in Messico. El Loco mente su tutto e, alla fine, riesce a persuadere Pep, che giocherà le sue ultime 10 partite

I numeri di solito non mentono, in questo caso forse sì. Perché un’esperienza di soli cinque mesi, dieci partite, 793 minuti in campo e un gol, può racchiudere molto di più di quanto uno sguardo distratto alle statistiche possa indurre a credere.

Per comprendere l’importanza del fugace passaggio di Pep Guardiola per la Liga messicana, bisogna tornare indietro di qualche anno, al primo settembre del 1996. Al Carlos Tartiere di Oviedo il Barcellona di Bobby Robson ha appena sconfitto per 4-2 un Real Oviedo molto combattivo e propositivo. È la prima di campionato di una stagione che tutti ricorderanno per i 34 gol di Ronaldo, e sulla panchina della squadra asturiana siede un allenatore trentenne: si chiama Juan Manuel Lillo, è basco e allena tra i professionisti già da cinque anni.

Lillo è reduce da un esonero al Salamanca, club che in quattro anni aveva portato dalla serie C spagnola alla Primera División. Alla sua porta, negli spogliatoi del Tartiere, dopo la partita bussa Pep Guardiola, che da avversario gli fa i complimenti per come gioca la sua squadra e gli propone di tenersi in contatto. Lillo è lusingato e in quel momento non immagina che sette anni dopo diventerà uno dei papabili per la panchina del Barcellona.

Juan Manuel Lillo. EFE/LUIS EDUARDO NORIEGA A.

Alle elezioni presidenziali del 2003, infatti, Guardiola appoggia la candidatura del pubblicitario Luis Bassat, anche se preferisce non esporsi troppo pubblicamente. Ma sa già che, in caso di vittoria, toccherà a lui fare il direttore sportivo. E come allenatore del Barça per la stagione 2003/2004 ha già scelto Lillo. Ma dalle urne esce vincitore Laporta che, prima della fine del suo mandato, metterà comunque Guardiola nelle condizioni di togliersi qualche soddisfazione.

Lillo è tra i principali punti di riferimento dell’attuale tecnico del Manchester City, uno degli ideologi del gioco di posizione. Da tecnico dell’Almeria, quando si troverà ad affrontare il suo amico in Liga, dirà: «Il suo Barcellona gioca come l’Almeria». Nell’estate del 2005 Guardiola, reduce da due annate in Qatar, era stato dieci giorni in prova proprio con il Manchester City, allora allenato da Stuart Pearce. Gli offrirono sei mesi di contratto ma lui non si convinse.

Juanma Lillo si ricorda allora di quando Guardiola gli disse che non avrebbe smesso di giocare senza prima essere stato allenato da lui. In quel momento è sulla panchina dei Dorados de Sinaloa, club di Culiacán fondato nel 2003 e da poco promosso nella massima serie del calcio messicano. Per convincere definitivamente l’ex numero 4 del Barça ad accettare, Lillo chiede al suo centravanti di intercedere. È il Loco Abreu, attaccante uruguaiano oggi quarantatreenne e ancora in attività con la maglia del Boston River, sua trentesima squadra.

Abreu mente a Guardiola sulle strutture del club, descrivendogliele come buone anche se la squadra in realtà svolge le sue sedute di allenamento in un parco acquatico e si cambia all’ombra di un gazebo di foglie di palma. Gli garantisce che c’è la spiaggia, ma quella di Altata, la più vicina, è a più di un’ora di macchina.

Guardiola si convince e a gennaio 2006 sbarca a Culiacán, dove l’accoglienza non è delle più calorose. L’attenzione degli sportivi in città è rivolta principalmente verso il baseball: i Tomateros de Culiacán sono infatti una delle squadre più importanti dell’America Latina, attualmente campioni in carica della Liga Mexicana del Pacífico. Ad accogliere il nuovo acquisto, oltre ovviamente a Lillo, c’è Eliseo Martínez detto Chevo, un dipendente del club che diventerà il suo Virgilio. Chevo lo porterà alla scoperta dei luoghi migliori dove mangiare le gorditas alla sinaloense, tortillas preparate con farina di mais e fritte. Sarà lui a occuparsi della consegna delle numerose buste che ogni 15 giorni Guardiola riempirà di denaro per i dipendenti del club più bisognosi.

A Chevo chiede anche conto dei fatti di cronaca e della reputazione della città. Culiacán, così come lo stato di Sinaloa di cui è capoluogo, è nota per la presenza del cartello di trafficanti di droga la cui leadership fino a qualche anno fa è appartenuta al Chapo Guzman. A Sinaloa c’è la cappella di Malverde, costruita come omaggio a Jesús Malverde, un bandito di strada attivo negli anni a cavallo tra diciannovesimo e ventesimo secolo, considerato “Il Santo dei narcos” e attorno alla cui figura si è generato un culto, tra rievocazioni di episodi reali e leggendari.

Guardiola fa domande, vuole sapere di più su Culiacán, se è così violenta come si racconta. Lui vive all’Hotel Lucerna, lo stesso in cui risiede anche il compagno di squadra Ángel Morales, detto Matute, passato per la Sampdoria nella stagione 97/98 senza lasciare tracce indelebili. Insieme trascorrono molto tempo e a Matute Guardiola rivela una visione, una sorta di manifesto della sua idea di calcio: il gol perfetto, ossia un gol che arriva al termine di un’azione in cui tutti gli undici in campo toccano la palla almeno una volta.

Quei mesi per Guardiola sono puro apprendistato. Abreu racconta che, finite le sessioni di allenamento, Pep correva a scrivere appunti sul suo quaderno. Proprio al Loco offre la sua prima lezione sulla postura corretta per un controllo orientato del pallone, portandogli l’esempio di Romario: «Così facendo, quando ricevi la palla guadagni tre secondi». Gli vedremo rifare qualcosa di simile anni dopo con Sterling durante un allenamento. Lillo definisce Pep «la mia proiezione in campo», Guardiola dirà di lui invece che «è stato il miglior allenatore che ho avuto».

Fuori dal campo Pep stringe amicizia con Rodolfo Jiménez, proprietario del Café Miró, elegante caffetteria-libreria dalle parti del centro, vicino a dove i fiumi Tamazula e Huraya si incontrano per confluire nel Culiacán. Tutti e due apprezzano la musica del cantautore catalano Lluís Llach, si scambiano libri e Guardiola regala a Rodolfo “Soldati di Salamina” di Javier Cercas.

L’altro luogo del cuore dei mesi messicani dell’allora numero 8 dei Dorados è il ristorante La Cocinita del Medio. A portare lì Guardiola è il compagno di squadra Lupillo Castañeda, che oggi invece è il titolare de El Rico Sazón, ristorante di cucina popolare a Guadalajara che ha rilevato dopo esserci finito a lavorare come cameriere. Pep, alla Cocinita, si sente a casa, a tal punto che, a pasto concluso, si preoccupa di riportare personalmente il proprio piatto sporco in cucina. Aveva una sola raccomandazione per il cuoco: poco piccante per le sue pietanze.

Alla fine del torneo di Clausura, i Dorados raggiungono un più che dignitoso ottavo posto, piazzamento utile di solito per qualificarsi ai playoff. Ma la regola in Messico prevede che l’unica retrocessione sia decisa dai risultati ottenuti negli ultimi sei campionati, dividendo i punti ottenuti per le partite giocate. Dunque, le squadre con poche stagioni nella massima serie non possono permettersi passi falsi. Il penultimo posto nell’Apertura del 2004 e il quintultimo in quella del 2005 spingono i Dorados all’ultimo posto nella classifica percentuale e li condannano alla Segunda División.

Guardiola non si riesce a capacitare di come sia possibile: «È una farsa, in nessun campionato del mondo si retrocede con tre sconfitte. Ci sono squadre che, anche perdendo sempre, non retrocederebbero. Così scendono in campo senza stimoli» commenta con rabbia quel 29 aprile del 2006, al termine di un drammatico 0-0 casalingo contro i Pumas. Era appena andato in scena l’ultimo atto del Guardiola calciatore, l’ultima di quelle dieci presenze.

Leave a Reply