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Arteta ha studiato bene

By 4 Settembre 2020

Il tecnico dell’Arsenal è uno dei personaggi del momento dopo la vittoria in poche settimane in FA Cup e nel Community Shield. Ceduto dal Barcellona senza riuscire a diventare “il nuovo Guardiola” sul campo, potrà diventarlo in panchina dopo essere stato suo vice al Manchester City?

 

Dei tanti figliocci di Pep Guardiola, o presunti tali, Mikel Arteta è quello che sta avendo maggior successo. Da quando si è ricominciato a giocare in Inghilterra l’Arsenal ha vinto due trofei su due, escludendo la Premier che ormai era praticamente del Liverpool. I Gunners hanno conquistato nel giro di due mesi la FA Cup battendo il Chelsea e il Community Shield, la “Supercoppa Inglese”, piegando proprio il Liverpool ai rigori. Una doppietta che ha fatto salire alla ribalta il tecnico basco, che di Guardiola è stato a lungo il vice, nonché “braccio destro”, e che apre nuove prospettive su di lui e sull’Arsenal. In un periodo, comunque, in cui ogni ex calciatore intorno ai quarant’anni è già considerato un allenatore predestinato a prescindere, se c’era un tecnico giovane che poteva raggiungere buonissimi risultati, quello era il nativo di San Sebastian.

 

L’ennesimo “nuovo Pep”

Arteta come giocatore è il frutto di due scuole di altissimo livello. Nato a San Sebastian nel 1982, vive nel quartiere centralissimo dell’Antiguo, che arriva fino all’oceano, alla spiaggia di Ondarreta e a quel “Peine del viento”, il “Pettine del vento” che è uno dei simboli della città. Insomma, è un donostiarra al cento per cento, tifoso della Real Sociedad e studente nell’Ikastola Ekintza, una scuola privata (tutte le “Ikastola” lo sono) in cui si parla solo basco.

Tra i suoi migliori amici lì dentro, dove naturalmente ha già cominciato a giocare a calcio, un ragazzino di un anno più vecchio: si chiama Xabi Alonso ed è figlio di Periko, leader muscolare del centrocampo della Real Sociedad dominatrice della Liga all’inizio degli anni Ottanta del secolo scorso. Le loro strade si incroceranno tanto tempo dopo in un’altra parte del mondo, sempre in una città di mare ma più a nord, in Inghilterra, a Liverpool, dove uno (Xabi) sarà pilastro dei Reds e l’altro (Mikel) leader e vice-capitano, nientemeno, che dell’Everton. I casi della vita, davvero.
Il primo club che accoglie Arteta è l’Antiguoko, una società che ha assunto una valenza quasi mistica nel futbolspagnolo, visto che opera solo come settore giovanile e non ha squadre “senior”. Da lì sono usciti per poi spiccare il volo tra i professionisti giocatori come lo stesso Xabi Alonso, Aritz Aduriz, Andoni Iraola, Javi De Pedro e, più recentemente, Yuri Berchiche. In poche parole, il miglior club giovanile dei Paesi Baschi.

 (Photo by Alexander Hassenstein/Getty Images)

All’Antiguoko giostra in prevalenza come trequartista, in campo ha le spalle coperte da Xabi Alonso fino a quando le loro strade non si dividono. L’amico rimane in zona, alla Real Sociedad, mentre Mikel è stato notato nientemeno che dal Barcellona, che quando ha 15 anni se lo porta via, alla Masìa. È un’operazione tipo quella di Andrès Iniesta, sradicato dalla sua Fuentealbilla perché ritenuto di un’altra categoria e impiantato con successo in maglia blaugrana. Con Arteta, invece, va così così. Intanto il trasferimento fa infuriare l’Athletic Bilbao, che all’epoca (come oggi e fino al 2030) è il primo utilizzatore dei migliori prodotti dell’Antiguoko, ma offre meno, in quanto a strutture per i giovani, rispetto ai catalani. Per un milione di pesetas, comunque, i bilbaini vengono beffati.

Assieme a Mikel il Barça tessera altri due ragazzini del club di San Sebastian: Mikel Yanguas e Jon Alvarez, destinati a carriere di infimo livello al contrario di Arteta, a cui viene appiccicata fin da subito l’etichetta di “nuovo Guardiola”, con Pep che in quel momento sta ancora giocando con i catalani. Non è il primo di questa lista: un altro, ad esempio, è Xavi Hernandez, che all’epoca ha vent’anni e piano piano si sta ritagliando i suoi spazi. Al contempo un altro veterano del Barça come Ronald Koeman cerca di tranquillizzare l’ambiente: “Meglio che a Mikel non diano certe responsabilità già adesso”.

Nel maggio del 1999 la Spagna Under 16 vince l’Europeo di categoria trascinata proprio da Arteta, che sui giornali è definito “Clone di Guardiola” o direttamente “Guardiolita”. Ormai non è più mezzapunta, ma regista, ed è il leader di una squadra che ha spazzato via tutte le avversarie del torneo: sei vittorie su sei, 18 gol fatti (3 di Mikel) e solo due subiti dal portiere, che conosciamo bene, visto che è Pepe Reina.

(Photo by Richard Heathcote/Getty Images)

“Muove il pallone a centrocampo con intelligenza”, oppure “Ha 17 anni, ma parla già come un veterano”, si legge nei resoconti. È l’ennesimo frutto di un vivaio che di “4”, cioè di registi davanti alla difesa come da numero di maglia, ne ha prodotti diversi e che per motivi di spazio sono stati ceduti ad altre squadre di livello come Luis Milla, Albert Celades e Gerard.

Nella sessione invernale di mercato del 2001 anche Arteta fa le valige, in prestito. Ha quasi 19 anni, ma mezza Europa lo sta seguendo. Non ha ancora debuttato con i grandi del Barcellona, è rimasto sempre nella squadra B, ma a Parigi qualcuno l’ha notato: è Luis Fernandez, giramondo del pallone, che lo conosceva già ai tempi dell’Athletic Bilbao, quando lui era tecnico dei baschi e Mikel una delle gemme dell’Antiguoko. Gioca addirittura in Champions League con la maglia del Psg, a San Siro contro il Milan, a pochi giorni da quella che sarà la sua ultima partita in blaugrana, contro il Burriana sulla costa valenciana nel campionato di Segunda B, la terza serie spagnola. Un bel salto, ma ad Arteta (che vive a poche stanze d’albergo da Mauricio Pochettino, all’epoca difensore del Psg) non pesa affatto: “Parigi è la scelta giusta, mi hanno accolto benissimo”. Parole di circostanza che fanno il paio con altre: “Il mio sogno è di trionfare col Barcellona, ma valuterò a fine stagione”. Ed elenca un centrocampo con cui gli piacerebbe giocare, all’epoca: “Guardiola-Xavi-Iniesta”. E se Pep è all’ultimo ballo in Catalunya, almeno da calciatore, prima delle tappe italiane alla Roma e al Brescia, Xavi è destinato ad essere il suo erede e Iniesta è ancora una perla delle giovanili, suo compagno nel Barcellona B.

Invece Mikel al Barça non tornerà più, perché dopo un’altra stagione al Psg dove vince l’Intertoto, ma in campionato arriva quarto, arrivano i Glasgow Rangers e se lo portano in Scozia spendendo nove milioni di euro. Per qualcuno il secondo anno in prestito di Arteta a Parigi sarebbe rientrato in una sorta di lavoro ai fianchi fatto dal Barcellona ai francesi per arrivare a Ronaldinho, appena sbarcato sotto la Torre Eiffel e già nel mirino del club culé.

(Photo by Julian Finney/Getty Images)

Con i Rangers completa un double nella stagione 2002-03, segnando il rigore decisivo per la conquista del campionato, il 6-1 al Dumferline che spezza l’equilibrio assoluto con il Celtic in quanto a punti in classifica (97) e differenza-reti (72).

 

Calciatore, studente, allenatore

Zero presenze al Barcellona, zero presenze con la Nazionale. Curiosa traiettoria, quella di Mikel, uno dei migliori centrocampisti spagnoli della sua generazione, ma capitato in un ruolo più che coperto (Xabi Alonso, Xavi, Fabregas, Iniesta) e rimasto ai margini della generazione d’oro delle Furie Rosse. Avrebbe potuto debuttare, nel febbraio 2009, convocato finalmente da Vicente Del Bosque, per un’amichevole contro l’Inghilterra, peccato che giusto pochi giorni prima della partita si fosse rotto il legamento crociato.

Già, l’Inghilterra: la seconda patria del basco, nonché la sua attuale, quella che gli ha dato la cittadinanza dal 2010. Due anni di Glasgow Rangers e poi la chiamata dell’Everton dopo mezza stagione a casa sua, alla Real Sociedad. È il gennaio del 2005 e la vita di Mikel cambia radicalmente. Nei “Toffees” di David Moyes diventa da subito un leader, è una squadra bella da vedersi, quella, una costante presenza nell’alta borghesia della Premier, un quarto posto e due quinti posti. Con l’Everton, giocando contro il Newcastle, l’infortunio che gli pregiudica la prima partita con la maglia della Spagna. Pazienza, per i tifosi dei “Toffees” Arteta è il leader, quello con la maglia numero 10 che dirige le operazioni a centrocampo, per due volte di fila (2006 e 2007) scelto come miglior giocatore della squadra dai tifosi.

(Photo by Gareth Copley/Getty Images)

E dopo l’Everton, l’Arsenal, dove diventa capitano e, tanto per cambiare, faro della mediana, voluto fortemente da Wenger in un centrocampo ricchissimo di qualità con Cazorla, Rosicky e Wilshere. È ancora calciatore in attività quando comincia a studiare da allenatore. “Lo sapevo che sarei finito così, era chiaro”, ammetterà in seguito. Così come ammetterà che a sei mesi dalla fine del corso, nei suoi ultimi scampoli da professionista con le scarpette chiodate ai piedi, aveva ricevuto una telefonata da un suo vecchio amico: Pep Guardiola.

È l’estate del 2016, quindi, e Arteta da bandiera dell’Arsenal diventa collaboratore dello staff tecnico del Manchester City. Un salto mica da ridere, ma che al basco non pesa. Anzi, piano piano diventa il vero braccio destro di Guardiola, di cui condivide segreti (“Capisce come nessuno in anticipo come si svilupperà una partita e quindi trova già le soluzioni”, “Ai giocatori è come se installasse un Gps nella testa che dice loro dove andare nel campo”) e manie (“Non ha orari, ti può chiamare alle 8.30 di mattina e a mezzanotte, dipende se siamo alla vigilia di una partita”). Adora Klopp per il rapporto speciale che crea unendo squadra e tifosi: “In generale – aggiunge – mi piacciono gli allenatori che mantengono le loro idee anche se perdono o vedono che le cose non vanno bene per un determinato periodo”.

Per rimanere al City, Arteta ha rinunciato a offerte anche di altri club, come il Tottenham (quando ancora c’era Pochettino) e dell’Arsenal. Wenger, che tanto l’aveva voluto come calciatore, sperava di farne una sorta di erede, perché già aveva intuito qualcosa. L’idea del tecnico alsaziano era di piazzare, almeno all’inizio, Mikel come responsabile dell’Academy, del settore giovanile. I Gunners, nel frattempo, ripiegavano su Unai Emery (un altro basco, rimasto nella storia per i suoi “Good evening” virali) per poi cacciarlo nel novembre del 2019. Dopo la parentesi Freddie Ljungberg in veste di traghettatore, in una situazione a dir poco deficitaria, sotto Natale, ecco il ritorno di Arteta.

 (Photo by Laurence Griffiths/Getty Images)

Nessuno si aspettava che la stagione finisse sospesa per via della pandemia di Covid-19, un virus che lo stesso Arteta si è beccato in aprile, peraltro. Ripresa l’attività, l’Arsenal ha messo il turbo, specialmente in FA Cup, eliminando il Manchester City di Guardiola in semifinale e il Chelsea in finale con quattro gol in due partite di Aubameyang, che da possibile partente è diventato il punto fermo della squadra, con tanto rinnovo contrattuale.

Fino al Community Shield conquistato contro il Liverpool, terza big della Premier a cadere in poche settimane. Il gol, tanto per cambiare di Aubameyang, che ha sbloccato la partita poi finita ai calci di rigore, è una sorta di manifesto: costruzione dal basso, anzi dal “bassissimo”, da dentro l’area con i difensori, per attirare il pressing avversario, allargamento del gioco in fascia e accelerazione finale, fino al destro (bellissimo) del gabonese dopo un altro cambio di lato.

In vista della Premier ai nastri di partenza l’Arsenal non parte tra le favorite, ma sarà senza dubbio una delle squadre più interessanti da seguire. Così come il suo allenatore.

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