Feed

Athletic-Real Sociedad, nemici ma non troppo

By 9 Maggio 2020

I due club baschi in un comunicato congiunto l’hanno ribadito: loro la finale di Copa del Rey la vogliono a porte aperte, a costo di aspettare anche un anno. Confermando così che nonostante la rivalità le due società quando c’è stato da difendere un principio sono state sempre in prima linea

Così, 93 anni dopo, la Coppa di Spagna, la Copa del Rey, avrà una finale tutta basca: Real Sociedad contro Athletic Bilbao. O meglio, avrebbe dovuto disputarsi, lo scorso 18 aprile, allo stadio “La Cartuja” di Siviglia. E invece adesso non si sa. L’emergenza Covid-19 ha mandato gambe all’aria sia la Liga che la Coppa di Spagna.

Però su quest’ultima partita è come se ci fosse una strategia diversa rispetto al campionato: l’idea che sta emergendo è che questa finale, questo derby, lo si giocherà, dovessero aspettare, i due club, anche il 2021, fino a una settimana prima della prossima finale di Copa del Rey (ultimo giorno utile per il regolamento della Federcalcio spagnola). Il motivo? Sia il Real che l’Athletic vogliono che si disputi con il pubblico, a porte aperte, al diavolo la Uefa che ha piazzato lì la data-limite, il 2 agosto. E l’hanno fatto capire con una nota congiunta: gradirebbero “La Cartuja” piena, poi sul giorno si vedrà.

Se poi si riuscisse a giocare a porte aperte prima di agosto tanto meglio, ma il concetto è chiaro e il motivo è molto semplice: questa partita è troppo importante, troppo storica perché si svolga nel silenzio di un impianto deserto. I tifosi meritano la festa. È dal 1927, infatti, che non si disputa una finale di Copa del Rey tra due squadre basche. All’epoca, in compenso, nessuno di questi due club era presente all’atto conclusivo, visto che si erano sfidati il Real Union di Irùn e l’Arenas di Getxo, cittadina alle porte di Bilbao.

Firo Foto/ALLSPORT

Due club che al momento tirano avanti nelle serie inferiori spagnole, ma che all’epoca fornivano addirittura giocatori alla nazionale spagnola: come Patricio Arabolaza, autore del primo gol nella storia della “Roja”, oppure Yermo, che alle Olimpiadi del 1928 partecipò, caso unico nella storia dei Giochi, sia nel calcio che nel ciclismo (prova a cronometro).

Ora, però, sarebbe toccata alle due squadre-simbolo dei Paesi Baschi, le due grandi del “futbol euskaldun”. Due club rivali, senza dubbio, che non perdono occasione di schernirsi l’uno con l’altro, ma che in fondo quando c’è stato da difendere un principio importante hanno messo assieme le forze.

 

La foto-simbolo

Un derby è sempre un derby, è un incrocio di stili e mentalità, in questo caso di due province confinanti, ma molto diverse tra loro, seppur con varie sfumature: la Gipuzkoa (capitale, Donostia-San Sebastiàn) e la Vizcaya (capoluogo, Bilbao). Ed è anche il risultato di un’edizione della Copa, quella di questa stagione, che aveva rotto completamente con il passato, visto che fino alla semifinale era stata strutturata su partite secche in casa della squadra peggio partecipata l’anno scorso: da qui una raffica di sorprese, su tutte il Mirandés di Miranda de Ebro, squadra di Segunda Divisiòn arrivata a un passo dalla finale perdendo di misura contro la Real Sociedad.

(Photo by Gonzalo Arroyo Moreno/Getty Images)

Due province confinanti, due città di riferimento del tutto diverse, una opulenta e borghese (Bilbao) e l’altra di mare, più piratesca (San Sebastiàn): continue punzecchiature, una rivalità storica, ma anche alcuni dei momenti più importanti nella storia della società, non solo del calcio, di Euskal Herria. Cominciamo proprio da quest’ultimo aspetto, e da una foto: per molti baschi, semplicemente, “La” foto. È il 5 dicembre del 1976 e allo stadio Atocha di San Sebastiàn, stadio della Real Sociedad poi distrutto (ora lì ci sono delle abitazioni e un parcheggio) per lasciare spazio ad Anoeta, va in scena il “Derby dell’Ikurrina”. I capitani delle due squadre, Ignacio Kortabarria e José Angel Iribar, entrano in campo reggendo la bandiera-simbolo di Euskal Herria, del Paese Basco: la “Ikurrina”, appunto, una specie di Union Jack inglese ma bianca, rossa e verde.

Un gesto dal fortissimo valore simbolico, perché in teoria nei precedenti quarant’anni, e anche in quel periodo di “Transiciòn” verso la democrazia, farlo sarebbe costato anche la galera, sotto il regime franchista, che non accettava alcun tipo di politica indipendentista o separatista. Come nei Paesi Baschi, appunto, dove l’Athletic Club si era visto spagnolizzare il nome in “Atletico Bilbao”, addirittura. Nessun problema per la “Erreala”, nata comunque come Real Sociedad, ma pur sempre dalla profonda anima “euskaldun”.

Lo stesso capitano dell’epoca, Inazio Kortabarria, difensore centrale di altissimo livello, era arrivato a rifiutare la maglia della Nazionale perché, semplicemente, non se la sentiva di difendere quei colori, quella patria. Assieme a lui, il giocatore che quasi all’unanimità può essere considerato la bandiera delle bandiere dell’Athletic Bilbao, “Chopo” Iribar: molto più che un semplice portiere, paradossalmente nato in provincia di San Sebastiàn, a Zarautz e per vent’anni a comandare la retroguardia dei “Leones”, con la sua divisa nera.

(Photo by David Ramos/Getty Images)

Kortabarria e Iribar sono accompagnati dagli altri venti colleghi in quel primo derby post-Franco, morto un anno prima, il 22 novembre del 1975. Sono tutti baschi, perché se da un lato l’Athletic ha questa scelta per statuto (baschi di nascita o di formazione calcistica, comprendendo la Navarra, quindi la regione di Pamplona, e Iparralde, il “Paese basco-francese”, quello di Lizarazu per intenderci, ma anche di Deschamps, che è di Bayonne), la Real lo è stata per abitudine fino al 1989 quando ha tesserato John Aldridge, inglese ma nazionale irlandese. La partita finirà 5-0 per i padroni di casa; un risultato che sarebbe passato in secondo piano davanti a una così evidente comunione d’intenti.

 

Gli sgarbi

Tutti baschi e tutti amici, sempre? Insomma. L’incidente diplomatico spesso ci è scappato, specialmente a livello di mercato. Moltissimi calciatori della Real Sociedad hanno avuto, o hanno, nel loro contratto una sorta di clausola “anti-Athletic”. Questo perché è successo spesso che i migliori giocatori della Real abbiano fatto i bagagli in direzione Bilbao, stuzzicati dai soldi che nella capitale della Vizcaya hanno sempre circolato in abbondanza, più che a San Sebastian senz’altro, nonostante entrambi i club siano botteghe tendenzialmente molto care.

Basti pensare che i due acquisti “Made in Spain” più cari nella storia del Real Madrid, 35 e 32 milioni di euro rispettivamente, sono arrivati proprio dal club “Txuri-Urdin”, “Bianco-azzurro” in basco: Alvaro Odriozola e Asier Illarramendi. Più di Isco o Sergio Ramos, per dire.

(Photo by Manuel Queimadelos Alonso/Getty Images)

L’ultimo caso di “rissa” Athletic-Real, però, è stato Inigo Martinez, difensore centrale che fino al gennaio del 2018 ha giocato alla Real fino a quando l’Athletic, con parte dei 65 milioni ricavati dalla cessione di Laporte al Manchester City (32 milioni, la clausola rescissoria), è andato a prenderlo ai rivali. Per qualcuno, “il maggior tradimento dai tempi di Luis Figo“.  Più che altro i tifosi gipuzkoani non avevano gradito che il loro capitano abbandonasse così la barca, a metà stagione peraltro, con la squadra in difficoltà.

Tuttavia l’affare di mercato più discusso nella storia dei rapporti tra questi due club è stato senza dubbio quello di Joseba Etxeberria. Molti appassionati di calcio internazionale se lo ricorderanno praticamente solo con la maglia dell’Athletic, dove effettivamente è diventato il terzo giocatore con più presenze nella storia. In realtà la sua carriera avrebbe dovuto svolgersi nella Real, dove era cresciuto, lui gipuzkoano di Elgoibar, paesone di chiarissima impronta operaia.

Non ancora maggiorenne, nell’estate del 1995, l’Athletic trova un accordo con papà Etxebarria mentre il giovanotto si sta rilassando alle feste di San Fermìn, a Pamplona. Propone uno stipendio triplo rispetto a quello che prende alla Real, e una cifra record di 550 milioni di pesetas per il cartellino. Al cambio di oggi 3,3 milioni di euro, neanche molto, ma per l’epoca tantissimo. Affare fatto per un calciatore che era esploso quasi per caso al Mondiale Under 20 dell’inverno precedente, quando era stato convocato quasi solo per fare numero, ma che dopo l’infortunio di Morientes si era ritrovato titolare e capocannoniere del torneo; e che alla sua prima stagione da professionista con la Real aveva timbrato due volte in quattro partite dopo tutta la trafila nelle giovanili della squadra di San Sebastiàn.

(Photo by Denis Doyle/Getty Images)

Da lì in avanti, 15 anni consecutive in biancorosso, sulla fascia destra a macinare chilometri, e con l’ultimo disputato addirittura senza prendere un euro, per scelta volontaria: gratis, per il suo club. Mentre nella capitale della Gipuzkoa se la legavano abbastanza al dito. Immaginatevi un Totti che esordisce in A con la Roma ma che poi vada a giocare alla Lazio.

 

Il dominio

Eppure quarant’anni fa le vere big del calcio spagnolo, le “Barcellona e Real Madrid” dell’epoca, erano proprio Real Sociedad e Athletic. Per quattro stagioni consecutive la Liga aveva parlato basco: due campionati a testa, con i bilbaini a completare, nel 1984, uno storico “doblete”, conquistando anche la Copa del Rey, l’ultimo prima di un’astinenza di 31 anni, fino alla Supercoppa di Spagna strappata al Barcellona.

È dal 1987, invece, che non si rinnova la bacheca della Real, dalla Copa del Rey, anche qua. Va anche detto che nel frattempo a livello femminile le due società sono entrate nella buona borghesia del calcio spagnolo, conquistando la Liga (l’Athletic, cinque volte dal 2003 al 2016) e una Copa de la Reina (la Real, l’anno scorso).

(Photo by David Ramos/Getty Images)

Due squadre che al loro apice, in quel quadriennio, hanno stabilizzato i loro stili. Una, la Real, è stata capace di rimanere imbattuta per 38 partite consecutive, dal 29 aprile 1979 all’11 maggio del 1980 record battuto solo di recente dal Barcellona, arrivato a 43 nel 2018. Ha una difesa formidabile, su tutti il già citato Kortabarria, il capitano, quello dell’Ikurrina. Non ha grosse stelle, a parte un portiere non altissimo ma coraggioso e acrobatico, e che passerà alla storia del calcio dalla parte sbagliata, Arconada.  A centrocampo giostrano “Periko” Alonso, papà di Xabi Alonso, e Zamora, autore del gol del primo storico scudetto a Gijòn, contro lo Sporting; davanti c’è la forza bruta di Satrustegi, centravanti baffuto e capellone, e i ricami di Lopez Ufarte, aletta nata in Marocco e cresciuta a Irùn, il tipico 11 di una volta.

Primo cambio dei titolari è un ragazzotto che avrebbe preferito giocare a pelota, ma siccome non è che portasse così tante pesetas nel portafoglio, allora si era dedicato al calcio. Diventerà, tempo dopo, addirittura capitano del grande Barcellona di Cruyff: José Mari Bakero. In panchina, un personaggio per certi aspetti molto simile all’allenatore della Real di oggi, Imanol Alguacil: si chiama Alberto Ormaechea e se oggi andate fuori dallo stadio a San Sebastiàn, alla Reale Arena, troverete un suo busto; questo per ribadire l’importanza del nativo di Eibar nella storia del club.

(Photo by Fran Santiago/Getty Images)

Una persona cresciuta nel club, tranquilla: “Mi sento già vecchio”, dice nel 1982, quando ha 42 anni.  Si preoccupa soprattutto della carriera scolastica dei figli e della moglie, con cui ama ballare, ma non certo in discoteca, e non è un grande bevitore, in una terra in cui la cultura gastronomica è preponderante. Un filosofo, quasi, che segue il vento e vive alla giornata, ma capace di portare a due titoli consecutivi, nel 1980 e nel 1981, una squadra abituata fin lì più che altro a lottare per rimanere nella Liga.

Tutt’altro ambiente all’Athletic Bilbao, il cui stile in campo ricalca esattamente il carattere del suo giovanissimo allenatore: Javier Clemente. Doveva essere un grande centrocampista, fino a quando un brutto fallo subito durante una partita contro il Sabadell non gli aveva stroncato la carriera a poco più di vent’anni. Il giocatore avrebbe lasciato spazio a un tecnico scorbutico, ma straordinario motivatore, che oggi sarebbe una manna per i giornalisti a caccia di frasi ad effetto:  l’esatto contrario del riservato Ormaechea.

Vince la Liga del 1983 a 32 anni, bissandola l’anno dopo. Anche lui ha a disposizione una difesa di ferro, fondata su un giovane portiere, Andoni Zubizarreta, e i due centrali “Rocky” Liceranzu e Andoni Goikoetxea, “quello che spaccò Maradona”. Vuole giocatori “de ida y vuelta”, capaci di attaccare e difendere con la stessa intensità, e chi non ci sta è fuori, come Manu Sarabia (papà di quell’Eder Sarabia che tanto ha fatto discutere ultimamente, da secondo di Quique Setién al Barcellona, che da titolare inamovibile ai tempi dei trionfi si troverà addirittura non convocato. Qualcuno parlerà nientemeno che di corna messe da uno alla moglie dell’altro e storiacce di tradimenti, ma nulla di confermato.

(Photo by Juan Manuel Serrano Arce/Getty Images)

Di sicuro c’è solo che in quegli anni il calcio in Spagna parla sostanzialmente euskera, con Atocha e San Mamès come stadi temuti dagli avversari. Ai Mondiali del 1982 solo un terzo della rosa della “Roja” viene dall’Athletic o dalla Real, forse per geopolitica. Tuttavia è questo irrefrenabile sapore vintage a dare alla finale di Coppa del Re che si disputerà a Siviglia un taglio particolare, unico e affascinante. Storico, in una parola.

Ci sono famiglie divise a metà dal tifo, mariti da una parte e mogli dall’altra, che attendono la partita, e che avevano già prenotato fior di hotel per trascorrere il weekend del 18 aprile nella capitale andalusa. Nei bar di Euskal Herria, rimasti chiusi in queste settimane di “confinamiento”, fremono, immobili e un po’ impolverati, i calciobalilla, dove ovviamente le due squadre che si affrontano sono sempre Athletic e Real Sociedad. Con la riapertura verranno tirate fuori bottiglie di txakolì, il tipico vino bianco da aperitivo per cui c’è la versione gipuzkoana e quella bilbaina: la migliore, a seconda di dove si beva.

Leave a Reply