Feed

Quique Setién, uno scacchista per il Barça

By 14 Gennaio 2020
Quique Setien

Perché per il dopo Valverde il Barcellona ha scelto un allenatore a spasso da sei mesi e reduce da una deludente stagione al Betis? Ritratto di un tecnico “più cruyffiano di Cruyff” che per sopravvivere ha sempre dovuto adattarsi

Dunque, Enrique Setién Solar: Quique, per tutti. Il Barcellona ha scelto di cestinare Ernesto Valverde nonostante le ultime due edizioni della Liga vinte, un primo posto nella classifica attuale del campionato e una qualificazione agli ottavi di Champions League ottenuta abbastanza in carrozza. Addio al “Txingurri”, alla “formica”, e dentro il tecnico cantabro, a spasso da sei mesi dopo l’ultima stagione sulla panchina del Betis conclusa con un deludente decimo posto, frutto di una seconda metà di campionato più che disastrosa (alla fine del girone d’andata era quinto).

Una decisione che è parsa quasi un ripiego visti i tanti altri allenatori che, prima di Setién, avrebbero rifiutato la corte del Barça: Xavi, Pochettino, Koeman, Allegri e infine il buon Quique. Sorprendente nel senso del nome, ma non altrettanto viste le dinamiche che stavano cominciando a serpeggiare nello spogliatoio blaugrana, con un Valverde descritto come totalmente esautorato dai giocatori, incapace non solo di gestire il gruppo ma pure di leggere le partite. L’ultimo esempio, appunto, la semifinale di Supercoppa di Spagna, persa contro l’Atletico Madrid quasi per inerzia, senza accorgersene. Così i dirigenti culé hanno rovesciato il tavolo, forse presi anche dal panico per l’infortunio al ginocchio di Luis Suarez che ne ha compromesso la stagione. E hanno scelto l’ex tecnico di Las Palmas e Betis Siviglia.

Qualità
Setién, che ha 61 anni, ha iniziato a giocare a calcio sulla spiaggia di Santander. Lì, vicino al porto dove arrivavano i bastimenti carichi di sardine (non a caso lo stadio del Racing, la squadra locale, si chiama El Sardinero) e dove le navi turistiche fanno la spola con l’Inghilterra e la Francia. È una città elegante, Santander, importante centro commerciale che ha intitolato il suo aeroporto, forse non a caso, a uno che con la classe, con lo stile, ci ha costruito una carriera, portando il nome della regione in giro per il mondo. Lo sport, il golf: il nome, Severiano Ballesteros.

Però la Cantabria rimane la Cantabria, una regione minuscola rispetto alle altre della Spagna: arrivare in alto non è facile, ma denota abnegazione. Setién su quella spiaggia comincia a diventare “El maestro”, come verrà soprannominato quando al Racing arriverà da calciatore, diventandone una bandiera: dodici stagioni, divisi in due tronconi. Arriva dal piccolo Perinés, pagato con 40 paia di scarpe di calcio.

È un centrocampista centrale, un regista dall’eccellente tocco di palla, d’altronde se riesci a controllarla, e bene, sulla spiaggia puoi farlo praticamente ovunque, anche in faccia all’oceano, quando il vento sferza e non è raro beccarsi un bel temporalone come sul Mar Cantabrico, al nord della Spagna. Da San Sebastian a Finisterra in Galizia è più o meno tutto così, anche d’estate.

Quique Setien

(EFE/Julio Munoz/Lapresse)

Tra una tappa e l’altra al Racing, Setién da calciatore è arrivato all’Atletico Madrid e in Nazionale, con cui è stato convocato per il Mondiale messicano del 1986: zero minuti giocati, tuttavia, e aperta polemica con il commissario tecnico, Miguel Munoz. “Non ammetto questa disparità di trattamento, come rapporti umani, tra titolari e riserve, anche da parte della Federazione”. Assieme a lui in questa mini-fronda c’è “Lobo” Carrasco, del Barcellona, che durante un pranzo arriverà a tirare un piatto di spaghetti contro l’allenatore: “Avrei preferito non venire qua”.

Meglio con l’Atletico, sotto la guida di Luis Aragones (“Prima mi accontentavo di una stagione con uno o due gol segnati, con lui sono cambiate tutte le prospettive, mi ha reso più cattivo, mentre a Santander vivevo nelle comodità”): una Supercoppa di Spagna, il suo unico titolo conquistato da calciatore in una carriera che per un anno circa, quando era ancora al Racing, si era interrotta bruscamente per due gravissimi infortuni (legamenti di un ginocchio e frattura di tibia e perone). Poi quattro anni al Logrones dopo un addio piuttosto burrascoso con il club madrileno, specie col suo presidente Jesus Gil, considerato un problema per il club data la tendenza a cambiare gli allenatori come si cambiano le scarpe.

Insomma, Setién è uno che non le ha mai mandate a dire. Sono, comunque, le ultime esibizioni sul campo di un giocatore di qualità superiore, e infatti anche nel piccolo Logrones mette la sua impronta: Quique è la mente, il braccio è l’ex Athletic Bilbao Manu Sarabia, e i riojani sfiorano una storica qualificazione in Coppa Uefa nel 1990. Setién tornerà al Racing Santander a fine carriera, prima di un’ultimissima tappa al Levante, e comincerà la sua avventura da allenatore sempre da qua, da casa sua.

Quique Setien

(EFE/Javier Lizon/Lapresse)

Il guru

La vulgata più recente ci parla di un Quique Setién considerato alla stregua di un santone del calcio, con uno stile ben definito, iper-offensivo, incentrato sul controllo del pallone. Eppure è fermo da sei mesi, come uno di quegli allenatori-tampone, uno di quei traghettatori precari di cui è piena la storia. In più arriva al Barcellona, non un club qualunque, con un contratto fino al giugno del 2022.

Cos’è successo a Setién, insomma? Fino all’estate del 2017 era un tecnico di moda, figo, che aveva portato il piccolo Las Palmas a risultati strabilianti, offrendo uno stile di gioco scintillante, paradigmatico del juego de posiciòn di antica matrice cruyffiana. Un Las Palmas in cui persino Kevin-Prince Boateng, che pareva destinato a un ineluttabile viale del tramonto, era tornato un calciatore decisivo; e dove brillava uno di quei personaggi-culto delle squadre di media-bassa classifica di qualsiasi campionato, Jonathan Viera, trequartista che dopo l’addio di Setién è finito a giocare in Cina.

Poi il Betis, appunto, per due stagioni: la prima, trionfale, portando gli andalusi in Europa League (sesto posto in classifica). E una prima metà di quella successiva da spellarsi le mani, comprese due partite a emergere distintamente sulle altre. In Europa League, il 2-1 a San Siro contro il Milan, con un’esibizione quasi sfrontata di Giovani Lo Celso, il centrocampista argentino equilibratore della squadra: schierato con un 3-4-2-1 molto fluido, con una mediana piena di piedi buoni (oltre a Lo Celso, Sergio Canales, il messicano Andrés Guardado e il colossale William Carvalho), il Betis in caso di necessità era capace di trasformarsi in 4-3-3.

L’altro match da annali, che casualità, proprio contro il Barça al Camp Nou: un 4-3 firmato da Junior Firpo (che ora ritroverà Setién in maglia blaugrana), Joaquin, Lo Celso e Canales. È l’11 novembre del 2018: il giorno dopo “Soberbio” ed “Exibiciòn” sono le parole più utilizzate dai quotidiani per fotografare la partita. Setién accetta di giocarsi la sfida a centrocampo in tre uno contro tre: Arthur, Rakitic e Busquets annaspano davanti a William Carvalho, Guardado e Lo Celso, sulle fasce Tello (altro ex Barça come Bartra, il vero regista del Betis) e Firpo affettano Sergi Roberto e Jordi Alba, Joaquin galleggia sul fronte offensivo ed è solo la reazione rabbiosa, quasi in solitaria di Messi, al rientro dopo quasi un mese ai box per infortunio, che evita un risultato più pesante per i catalani.

Sembra poter essere l’apoteosi per il Betis e per Quique, e invece la fase calante è dietro l’angolo, complice un mercato invernale che indebolisce i biancoverdi in maniera evidente. Ai sivigliani mancherebbe un attaccante da 15-20 gol, perché Loren Moròn è troppo acerbo e Antonio Sanabria discontinuo: invece al posto di quest’ultimo, che va al Genoa, arriva Jesé, personaggio sui generis (una volta spese 5mila euro in sms per votare contro la sua ex fidanzata, partecipante al “Grande Fratello” spagnolo, e farla eliminare) ma soprattutto non una prima punta. Così, invece di un’altra stagione di successi, ecco il crollo e il licenziamento.

Quique Setien

Scacchista
Non è la prima volta che Setién è stato disoccupato. Per quattro anni, dal 2003 al 2007, è rimasto fuori dal giro tranne che per una partita, una sola, un caso incredibile. A lui si era rivolta la nazionale della Guinea Equatoriale per la Coppa d’Africa del 2006: Quique si trovava sul posto in qualità di dirigente del Logrones, per trovare un accordo di collaborazione reciproca, quando venne tesserato come commissario tecnico. Una partita, dicevamo, una sola: sconfitta 3-0 contro il Camerun, chiamato a torneo in corso. E poi? E poi le dimissioni. “Poca serietà della Federazione”, dirà. Pare gli avessero promesso di tutto, compreso un ricco contratto mai firmato né tantomeno comparso: “Rimasi tre giorni in un hotel aspettando che qualcuno si facesse vivo, e invece niente”.

Disavventure di un uomo che ha vissuto costruendosi attività e hobby paralleli non banali. Tra questi, spicca la passione per gli scacchi, non casuale oseremmo dire, conosciuta grazie al padre e affinata nel tempo: mitiche le partite, all’Atletico Madrid, con Julio Salinas, suo compagno di squadra. Vinceva spesso, Quique, tranne contro, si dice, Pedro Alba, ai tempi del Racing Santander. Un vero appassionato, Setién, socio di un club nella capitale della Cantabria, e a cui al Logrones, dove lo soprannominavano “Gran maestro”, regalarono una sorta di videogame ante-litteram per giocare in viaggio, durante le trasferte.

Un Setién che è arrivato a sfidare nientemeno che Garri Kasparov e Anatoli Karpov, due dei più grandi interpreti di sempre di questo gioco, o Deep Blue, il computer che in varie occasioni è stato usato per dei test “Macchina vs. Uomo”. “Joaquin? Sarebbe un alfiere. Messi? Una regina, perché fa tutto bene”, ha detto Quique in un’occasione, aggiungendo che “negli scacchi e nel calcio la cosa più importante è controllare sia il centro che la prospettiva, e cioè non come sono posizionate le pedine in quel momento, ma come potrebbero esserlo di lì a pochi movimenti”.

Frasi a effetto per un allenatore “più cruyffiano di Cruyff”, e che forse anche per questo è stato scelto. In un articolo-manifesto su “The Coaches Voice” si capiscono tante cose a proposito del cantabro: “Nella mia vita per sopravvivere ho sempre dovuto adattarmi alle situazioni”, oppure “Da allenatore cerco di far combaciare le mie idee con quelle dei calciatori, solo così si diventa una squadra e non solo un insieme di undici giocatori”. Infine la vera frase-simbolo della sua filosofia: “Quasi tutti i calciatori sono diventati professionisti perché fin da piccoli correvano dietro a un pallone, perché lo volevano tra i piedi come a casa, per strada, con gli amici. Ed erano felici. Per cui anche da grande dovranno averlo con loro, il pallone: anche il giocatore meno dotato tecnicamente. Io guardavo il Barcellona di Cruyff in cui gli avversari passavano tutto il tempo a correre dietro al pallone e mi ripetevo quanto fosse bello il calcio così”.

Quindi, salutato il fotografo Valverde (l’ormai ex allenatore dei catalani ha pubblicato addirittura un libro con i suoi migliori scatti all’epoca della sua avventura in Grecia all’Olympiakos), ecco lo scacchista Setién, il “Gran Maestro”. Uno che da ragazzino scriveva, battendo furiosamente sulla sua Olivetti, i resoconti delle partite che aveva appena giocato per strada, con il pallone tra i piedi, s’intende, per le strade della sua Santander.

Leave a Reply