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Brescia allunga la vita ai campioni

By 25 Settembre 2019

Baggio, Hagi e Guardiola si sono rigenerati con la V bianca. Balotelli riuscirà a ripercorrere le loro orme?

La prima di Mario Balotelli nel Brescia non ha coinciso con una gioia, ma il suo arrivo fa fantasticare da settimane i tifosi delle Rondinelle. Il ritorno del talentuoso e irrequieto attaccante nella sua terra d’infanzia ha fatto venire in mente a tanti l’arrivo da queste parti di Roberto Baggio nel 2000, nella speranza che l’incantesimo si ripeta. Vincitore del Pallone d’Oro sette anni prima, quando approda a Brescia il Divin Codino è un campione ben più affermato di Balotelli, è innegabile, ma ha 33 anni (quattro in più di SuperMario) e le ginocchia scricchiolanti.

Eppure dà una sferzata corroborante alla squadra all’epoca allenata da Mazzone (per tre anni) e poi da De Biasi, capace di raggiungere il traguardo record di cinque stagioni consecutive in Serie A, l’ottavo posto nel 2000-01, piazzamento mai più ripetuto nella storia del Brescia, e due partecipazioni alla Coppa Intertoto. «Quando Baggio venne stentavamo a crederci all’inizio, noi operai del pallone – ha ricordato recentemente Dario Hubner, attaccante di quel Brescia, a Sportweek – poi arrivò e fu tutta un’altra cosa». Hubner lascia volentieri a Robi la fascia da capitano: «Ma tu a me lasci i rigori, ok?» è il patto tra i due calciatori.

THOMAS MAGNI/LAPRESSE

Baggio si ferma al Brescia fino al 2004, quando decide di appendere gli scarpini al chiodo a 37 anni, dopo un’ultima partita-omaggio in nazionale, a Genova contro la Spagna. Sarà un caso, ma la stagione successiva le Rondinelle retrocedono in Serie B. Tra le tante perle da ricordare ci sono i primi gol con la V bianca sul petto, segnati da Baggio alle ex più amate: doppietta alla Fiorentina il 24 febbraio 2001 e capolavoro il 1° aprile contro la Juventus, su lancio al bacio di un giovane chiamato Andrea Pirlo. E poi il traguardo dei 300 gol in carriera e dei 200 in Serie A, trainando il Brescia a colpi di belle giocate, gol ed entusiasmo dilagante.

Quanto può incidere un campione affermato in una squadra di medio cabotaggio? Nella ultracentenaria storia del Brescia non è la prima volta che accade. In tempi remoti vestono la maglia biancoazzurra i campioni del mondo Umberto Caligaris e Aldo Olivieri. L’ex terzino della nazionale, che con Combi e Rosetta aveva blindato a lungo la difesa della leggendaria Juventus “del quinquennio”, approda al Brescia nel 1935 senza grandi soddisfazioni: a 34 anni, nel doppio ruolo di calciatore e allenatore, non riesce a evitare la retrocessione in Serie B né a riportare le Rondinelle nel massimo campionato. Più felice l’esperienza di Olivieri, portiere della nazionale iridata nel 1938, tra i pali del Brescia nel 1942-43, quando la squadra allenata di Jozsef Banas ottiene quella promozione fallita sei anni prima da Caligaris, precedendo il Napoli.

GIUSEPPE BELLINI/LAPRESSE 

Raggiunto il suo ultimo successo, il 33enne “Gatto magico” lascia il calcio giocato, per intraprendere la carriera di tecnico. Nel Dopoguerra un altro portiere di rango, Giovanni Viola, già numero uno della nazionale e vincitore di tre scudetti con la Juventus, vive il suo canto del cigno a Brescia: nel 1958-59, nonostante l’apporto dell’ex bianconero, le Rondinelle non vanno oltre la tredicesima piazza in Serie B. Appesi i guanti al chiodo Viola, ecco arrivare Benito Lorenzi, l’indimenticabile “Veleno”, ex bomber dell’Inter e della nazionale, che nel 1959-60 delude le attese, realizzando appena 4 reti in un Brescia incapace di andare oltre il settimo posto tra i cadetti. Nel capoluogo lombardo si rilancia invece Fabio Cudicini, portiere delle V bianche nel 1966-67, quasi controvoglia dopo tanti anni felici nella Roma: in un stagione in cui i ragazzi di Renato Gei acciuffano una faticosa salvezza in Serie A, il numero uno friulano si guadagna le attenzioni del Milan, che lo ingaggia 32enne, facendogli vivere una nuova giovinezza, condita da ogni tipo di successo (scudetto, Coppa delle Coppe, Coppa dei Campioni e Intercontinentale).

Ancora un portiere di nome è l’ex interista Ivano Bordon, vice di Zoff ai trionfali Mondiali di Spagna 1982, tra i pali del Brescia a fine carriera, tra il 1987 e il 1989, con un buon rendimento ma senza soddisfazioni per la squadra biancoazzurra, che chiude quel biennio con la retrocessione in Serie C evitata soltanto grazie a uno spareggio vinto sull’Empoli, ai calci di rigore. Bordon peraltro non è in campo in occasione della sfida decisiva, perché scalzato già da mesi da Zaninelli tra i pali.

MARCO ROS LAPRESSE

Cavalli di ritorno senza particolare gloria sono Evaristo Beccalossi e Sandro Altobelli, lanciati negli anni ’70 dalla squadra biancoazzurra e poi tornati a fine carriera. Beccalossi, talento discontinuo, faticava a mantenersi in forma poco più che ventenne, figurarsi a 30 anni, nell’estate del 1986, quando approda nuovamente nella squadra della sua città. Reduce dalle stagioni brillanti nell’Inter (campione d’Italia nel 1980), ma anche da un paio di campionati in ombra con Sampdoria e Monza, il fantasista bresciano non riesce a evitare alla sua squadra del cuore la retrocessione in Serie B, né a segnare mai alcun gol, restando anche nel purgatorio della divisione cadetta. “Spillo” Altobelli invece, campione del mondo nel 1982 e per undici anni centravanti dell’Inter, torna per un ultimo giro di walzer in B nel 1989-90, mostrando il meglio di sé nell’ultima gara ufficiale della sua vita: un match contro il Padova vinto 2-1 in rimonta grazie a una sua doppietta in cinque minuti, il 3 giugno 1990.

Incide pochissimo sulle sorti della formazione lombarda anche Branco, arrivato nella Leonessa d’Italia subito dopo il Mondiale di Messico 1986, giocato da titolare nel Brasile. Compagno di squadra di Beccalossi, il terzino brasiliano mostra soltanto sprazzi delle sue qualità (proverbiale è il suo calcio di punizione), ritrovandosi a un certo punto tra le riserve in Serie B e tagliato fuori dalla nazionale verde-oro per tre anni.

 

Brescia

Grazia Neri/ALLSPORT

Sorprendente, nel 1992, l’ingaggio, da parte del presidente Gino Corioni, di Gheorge Hagi, proveniente dal Real Madrid e pagato una decina di miliardi di lire. Il regista della nazionale romena viene convinto dall’allenatore Mircea Lucescu, suo connazionale, che a Brescia porta con sé gli altri romeni Sabau, Mateut e Raducioiu. Hagi fa vedere di che pasta è fatto, tra lampi di classe e qualche gol, ma non riesce a impedire la retrocessione, maturata dopo un drammatico spareggio perso 3-1 con l’Udinese di Balbo. Rimasto in Serie B, Hagi trascina la squadra verso la promozione, con la ciliegina sulla torta della vittoria, a Wembley, del Torneo Anglo-Italiano nel 1994. Poi, soddisfatto, se ne va a Barcellona, fortemente voluto da sua maestà Johann Cruijff.

Proprio dai blaugrana, nel 2001, ecco arrivare nientemeno che il capitano Pep Guardiola: «Amo Barcellona e là ho imparato tutto, ho avuto tanto – spiega al suo arrivo in Italia, a 30 anni – avevo voglia di conoscere altre realtà, anche come uomo. Sono sicuro che qui troverò cose che finora non ho trovato in Spagna». Di inedito trova soprattutto l’antipatica positività all’antidoping per nandrolone (uno steroide) in due controlli diversi, ma se la cava con quattro mesi di squalifica, che gli compromettono comunque la stagione, disputata in un Brescia che si salva grazie agli assist di Baggio e ai gol dell’emergente Luca Toni. Poi va alla Roma, ma dopo sei mesi ci ripensa a torna a Brescia, dove ritrova Carletto Mazzone, l’allenatore che l’aveva protetto nei momenti più difficili.

Brescia

Grazia Neri/ALLSPORT

Guardiola non dimentica e nel 2009, quando disputa, a Roma, la sua prima finale di Champions League da allenatore (e la vince con il Barcellona, 2-0 sul Manchester United) chiama al telefono “Sor Magara” e lo invita sugli spalti dell’Olimpico: «Pensavo a uno scherzo – racconta in quei giorni Mazzone al Tg 1 – sono veramente commosso, Pep è stato meraviglioso». Poi l’ex centrocampista catalano fa anche di più, citandolo tra le persone a cui dedica quel prestigioso successo: «È stato un piacere essere allenato da lui, che a Brescia mi ha dato tanto – le parole di Guardiola pochi minuti dopo aver sollevato la “coppa dalle grandi orecchie” – mi è sempre stato vicino anche quando venivo fuori da quella brutta storia del doping». Di Guardiola calciatore nel Brescia non è rimasto granché nei ricordi de tifosi (24 presenze e 3 gol in un anno e mezzo), ma quella dedica, ancora oggi, fa venire i lucciconi.

Adriano Stabile

About Adriano Stabile

Nato a Roma, giornalista professionista freelance e autore di una decina di libri, attualmente collabora con GQ Italia, La Stampa e la rivista Scenografia & Costume. Cura inoltre il sito storiadellaroma.it

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