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Il ballo decadente di Mario Balotelli

By 19 Agosto 2019
Mario Balotelli

Dopo Nizza e Marsiglia, ora Mario Balotelli riparte dalla sua Brescia. E dopo tante occasioni mancate, questa è davvero l’ultima chance della sua carriera

Il peda(t)tore sottratto agli Ashanti, illuminato d’immenso, torna a casa, un punto di sutura tra delusione e speranza. Ognuno si tiene l’Achille che gli destinano gli dèi, a Brescia è toccato Mario Balotelli. Per ora la sua carriera assomiglia al crocchiare d’un osso rotto, doveva flagellare le porte avversarie e invece ha sonnecchiato tra la pioggia inglese e l’alta marea della Costa Azzurra. Col suo Sancho Panza procuratore – quel Mino Raiola fu pizzaiolo et gattone preponderante de panza  – che lo insegue come un gomitolo di lana che vortica nell’invisibile, spruzzandolo con l’issopo (asperges me hyssopo et mundabor) nella speranza di crescita.

Il sospetto del raggiro c’è, mentre l’ambizione degli annunci porta a nuocersi, l’abulico Negus bresciano non sa rubare palloni in gloria, e sebbene divinizzato in passato, non ha mai meritato né la nostra fiducia né l’apoteosi (una iperbole grata), tanto che viene da parafrasare Italo Svevo – in-Coscienza di Zeno – “un giorno nascerà chi, inventando attaccanti assai più devastanti di questi, ridurrà le partite a futile nebulosa”.

Tutta la truculenza assassina che gronda dal baraccone di bellimbusto non diventa ebbrezza del gol, sfrucuglia senza travolgere, il suo sangue zingaro lo porta ad essere un vagocampista felino che non azzanna mai il manzo, passa più tempo a rifiatare per le corse mancate che per quelle fatte, promette di fiorire estri ai quali non osa credere: abbozza, bofonchia, ruzzola, rallenta il ritmo e non artiglia e poi si stravacca col corpaccione in bella vista, dopo un lancio vezzoso che non incontrerà le preghiere d’Eugenio Corini.

(Photo by Claudio Villa/Getty Images)

È un rudero glorioso, eternamente rassegnato al peggio, accompagna la sua mole torpida senza i riti tragici della sua gente, l’entità multipla lo porta a dichiarazioni da rambo-ide e ad azioni pinocchiesche, tutti i suoi prodigi non sono pedatori ma devozionali all’ego, va a pesca di boccaloni e sempre li trova. Si immola al suo IO, smargiasso e senza imbarazzi, la ricchezza acquisita l’ha immunizzato dagli scrupoli, facendone una sagoma ingrata, tutto il suo essere fuori dall’ordinario sta nei ricordi di conversione, che poi son lacrime dedicate a se stesso (je m’y connais).

Potrebbe dominare l’arcana armonia della palla, avendo un ingombro di peso, ma la sua determinazione non ha rancore, non ha le ipertrofie da ginnasta maniaco dell’eusebide lusitano: Cristiano Ronaldo dos Santos Aveiro, non ha corazón uruguagio, è solo un cavallo da trotto svogliato. Si porta addosso una ombra da guerriero Ashanti dipartito: di cui ha memoria dinamica ma rallentata, un innatismo, che è poi il segreto degli artisti spontanei, da qui il peda(t)tore.

(Photo by Claudio Villa/Getty Images)

Il dinoccolato Balotelli, che pure ingroppì la gola di chi lo vide segnare alla Germania, è un vanitoso sommo, quindi un incapace rintuzzatore di gioco e un perfetto sballa(t)tore di schemi della propria squadra. È capace di lasciare vedova ogni occasione buona di contropiede, di passione fredda, ha spesso inguaiato quelli che si son af-fidati. Padrone capricieux di un piccolo spazio antistante le aree avversarie, muscolo bruto, prammatico di riflesso, incorreggibile marpione, si porta dietro tutta la stanchezza del meditabóndo sulle ruote più pigre.

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