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Come Raheem Sterling è diventato il miglior giocatore inglese

By 28 Agosto 2019

Ambizioso, sicuro di sé, sempre più spesso decisivo. Ecco come il ragazzo che prendeva la colazione ai distributori automatici è diventato il giocatore più influente di Sua Maestà

Immaginate la faccia di un sommelier, uno qualunque da vineria del vostro quartiere, alla domanda: «Senti, scusa, ma qual è il vino più buono del mondo?». Morso del labbro inferiore, pausa scenica da esperto interpellato che deve trovare a tutti i costi una soluzione credibile. Anche quando la risposta non c’è o perlomeno è soggettiva. «No, non secondo te, secondo i tuoi gusti, le tue cantine del cuore, non tra i rossi, non tra i bianchi, dico: il miglior del mondo è…?». «Non si può dire», vincerebbe la corsa agli exit poll dei probabili responsi. Eppure, ci sarà. Come c’è una risposta a una domanda apparentemente senza via d’uscita. Questa: oggi, Raheem Sterling è il miglior calciatore inglese? Per non lasciarvi con l’ansia da lettore metropolitano su smartphone, mettiamo subito in chiaro le cose: sì, lo è. Ma le motivazioni alla sentenza sono in fondo al processo.

Anche il ragazzo, da sempre, va in fondo, in profondità. In fondo alla vaschettina di gelato al grapenut, quel mistone vaniglia e cereali tipico della Jamaica, merenda da infanzia caraibica. In fondo col pallone alle stradine di Kingston dove abita con la nonna fino a cinque anni. In fondo alle scale degli hotel di mezza Londra quando scende a prendere la colazione alle macchinette con la sorella mentre la madre rassetta le lenzuola. In fondo ai dubbi dei professori a scuola:«Credi davvero che il calcio possa essere il tuo unico obiettivo nella vita? Cos’avresti di diverso da altri milioni di ragazzini che vogliono diventare professionisti?».

In fondo, hanno avuto ragione: lui, la sorella più grande che, neanche maggiorenne, lo accompagna tutti i giorni agli allenamenti con il QPR e anche la madre che lo tiene per mano su quel treno solo andata per Liverpool quando non ha nemmeno sedici anni. In fondo, in questa storia solo Woody Allen, con cui condivide una contaminazione londinese, ha torto marcio, per due volte. La prima quando dice, in quel capolavoro di ‘Io e Annie’, che “La campagna innervosisce: ci sono i grilli, e il silenzio, e non sai dove andare dopo cena”. Sterling, in uno stupendo memoriale su The Players’ Tribune, va in fondo anche alla questione bucolica: «Nella famiglia di Liverpool a cui mi aveva affidato il club stavo alla grande, due signori sulla settantina che ogni mattina mi facevano trovare un sandwich con bacon e burro. C’era un giardino stupendo, alberi ovunque e fiori in strada». Meglio un grillo che un pallottolla nel ghetto di Maverley. C’arriviamo.

L’esordio con Dalglish nei Reds, l’intuito di Rodgers nel 2013 e l’occhio Fabio Capello che già in quel periodo lancia sul tavolo il suo pound: «Questo qui ha qualcosa in più rispetto a tutti». Aperitivi e stuzzichini prima dell’assegno da 63 milioni di euro (49 milioni di sterline) del ManCity che ancora oggi ne fanno il piatto inglese più caro di sempre: «Il tridente tripla S, Sterling-Suarez-Sturridge were amazing, era stupendo» ci racconta Sheridan Bird, corrispondente in Italia per il Daily Mail: «Oggi, quando pensiamo all’evoluzione di Raheem, applaudiamo Guardiola, ma il primo ad avere fiducia in lui fu Brendan Rodgers» l’uomo che nel 2014 quasi riporta la Premier League ad Anfield dopo 24 anni, se Gerrard non si fosse scordato i tacchetti di ferro negli spogliatoi nella sciagurata partita con il Chelsea. Altra storia.

Raheem Sterling segna il secondo gol del Manchester City nel match contro il Bournemouth andato in scena lo scorso 25 agosto al Vitality Stadium. (Photo by Shaun Botterill/Getty Images)

Bird, da buon oste di casa, non risponde alla nostra domanda però: «Il migliore di tutti? Manca una cosa. L’acuto con la nazionale. Solo in quel momento capiremo qualcosa in più: l’anno scorso al mondiale in Russia ha giocato bene, ha creato problemi agli avversari ma non ha segnato, zero gol: in alcune situazioni avremmo avuto bisogno di un suo segno di vita sotto porta, per esempio con la Croazia. Deve fare la differenza nei big match con l’Inghilterra per essere davvero il numero uno».

Severo ma giusto. Anche se noi non possiamo mica aspettare Euro2020. Oggi Raheem Shaquille Sterling è il miglior calciatore inglese sul dancefloor. Anche, e soprattutto, alla luce della fuga dai vari vicoli in cui si era perso. Più per gli spintoni dei tabloid che per volontà sua: «Il più odiato, il più sopravvalutato, l’inutile ala sinistra che gioca a fare l’attaccante, i soldi peggio spesi della storia, il footie idiot» per il Sun. Il piccolo, grande Raheem sta andando oltre. Oltre quella patetica indignazione dei leoni da tastiera per un fucile tatuato sul polpaccio che ha rischiato di fargli perdere il mondiale. Quando lui, il padre l’ha perso davvero in una sparatoria.

Oltre le solite canzonette per la lotta al razzismo: «Bisogna fare di più, a partire da chi governa il calcio, finanziare programmi seri e incoraggiare i media perché non voglio che la prossima generazione soffra come la mia» così le canta in un editoriale sul Times. Oltre i limiti e le capacità: «Quando sono arrivato al City nel 2016, Sterling era un ragazzetto nervoso, in ansia, che si affidava agli altri piuttosto che prendersi una responsabilità» dice la stella polare Guardiola: «Adesso è maturo, ambizioso, crede in sé stesso, è un vincente e sa come poterlo essere sempre di più». Ormai, quando segna, Pep non si scatta più dalla panchina come Bolt a Berlino 2009. La meravigliosa e naturale consapevolezza di un’abitudine.

Raheem Sterling

(Photo by Shaun Botterill/Getty Images)

Con quella corsa un filo dinoccolata al primo sguardo, quanto fulminea persino in slow motion, con il sedere spinto in fuori, il mento a tagliare l’aria e i gomiti alti a farsi strada nel moderno calcio di buttafuori, Sterling sta scrivendo l’enciclopedia dell’attaccante da post-bomberismo acuto. Lo dicono i numeri, anzi la loro summa: 17 gol e 9 assist nella Premier 2018/19, totale 26, giusto un gradino fuori dal podio dei nuovi mostri d’oltremanica: Hazard 16+15 (31), Salah 22+8 (30), Aguero 21+8 (29). 26 gol e 18 assist in 51 partite con i citizens fotografano l’album più redditizio della sua carriera.

Altro giro? Quando segna il City non perde mai. Andiamo avanti? Un gol ogni 4,8 tiri in porta, e sarebbe un esterno guys, infatti aggiungiamo 75 cross (20° inglese assoluto nella scorsa stagione). Ad agosto, mentre mezzo mondo ha la testa sotto l’ombrellone, lui ha piazzato Guardiola sulla sdraio: 5 gol in 3 partite di Premier (con tripletta al West Ham), più uno nella Community Shield sfilato al Liverpool ai rigori. Grazie. Prego. Applausi. Col cavolo, se il tuo allenatore è il Neil Armostrong dei perfezionisti, l’unico che può portarti sulla luna. E a Wembley, in mezzo al campo che sognavi da bambino, sbirciando la sagoma delle tribune dalla finestra del salotto, dopo la tripletta in finale di FA Cup al Watford, abbassi la testa e ascolti, assimili, cancelli subito gli errori che ancora non sai d’aver commesso.

Il tutto davanti a un aula magna con 160 mila occhi che hanno assistito al tuo esame: prof. Pep non ha tempo per baci, abbracci e convenevoli, prima le correzioni poi la lode. Una lectio magistralis in streaming mondiale. «Fa di tutto per non mettermi a mio agio, ma così sono costretto a dimostrargli che valgo sempre di più». Come lo scorso marzo, tripletta in tredici minuti (sempre agli Hornets) e quindi cena pagata dal mister? No, hairdryer traitment in diretta tv, asciugacapelli in stile Ferguson: «Non me ne frega niente dei tre gol, Sterling può fare di più, deve fare di più, sa fare di più, soprattutto in fase difensiva e in aiuto ai centrocampisti». Qui il caro, vecchio Woody Allen si sbaglia, parte 2: “C’è in natura qualcosa di realmente “perfetto” a parte la stupidità di mio zio Hyman?”. Eh, forse un pensierino a Josep Guardiola i Sala si potrebbe anche fare.

Raheem Sterling

(Photo by Lindsey Parnaby / AFP)

Sterling non è un attaccante, è un esploratore in viaggio dalla natia spiaggia sinistra verso lidi ancora sconosciuti. È il cubo di Rubik per i terzini di tutta Europa: non trovano mai la soluzione. Quando l’esterno basso stringe verso il centrale, mastica lo spazio e accoltella con un destro a giro (vedi primo gol al Tottenham nella semifinale di ritorno di Champions League) o un colpo di testa (chiedere a Walker-Peters in occasione del primo gol in City-Tottenham del 17 agosto, 2-2 finale). Quando attira l’avversario sulla linea laterale poi gli brucia tempo, spazio e campo alle spalle.

Perfetta l’interpretazione del lato cieco e del suo sfruttamento non passivo, legge e alterna le situazioni a favore, non aspetta più il pallone come a inizio carriera, è lui stesso la soluzione per i compagni (guardare il terzo, poi annullato, gol agli Spurs nella mitica semifinale). Il passo rapido è il mezzo per scivolare alla bandierina, non il fine ultimo del suo calcio. Quello che fa di lui il miglior calciatore inglese hic et nunc è «l’aver capito di dover ottenere di più dal gioco e dalle capacità» per sua stessa ammissione. Anche se in fondo, pensandoci, chi siamo noi per definirlo il migliore in assoluto o no, ma di sicuro è quello che sfiora la perfezione in più materie. Che poi, a dirla tutta, anche il vino più buono del mondo non esiste. E se ci fosse, non piacerebbe a tutti.

 

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