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Cosa ci lascia questa Coppa d’Africa

By 22 Luglio 2019

Ecco cinque cose che ricorderemo a lungo di questa edizione vinta dall’Algeria

 

Con il trofeo tra le mani dell’Algeria, tornata al trionfo dopo 29 anni di digiuno, è calato il sipario sulla trentaduesima edizione della Coppa d’Africa. La prima a 24 squadre, e quindi naturalmente anche quella con più gol della storia, anche se in questo mese egiziano c’è stato tanto altro. Nel film della competizione noi abbiamo pescato cinque tra le storie più affascinanti, i personaggi più coinvolgenti e i momenti più iconici, prima che il loro ricordo svanisca come il sole in un tramonto tra le piramidi di Giza.

Bounedjah, alla ricerca del tempo perduto

Baghdad Bounedjah esulta dopo il gol segnato nella finale contro il Senegal.

Non sapremo mai con certezza se il gol di Baghdad Bounedjah al Senegal, segnato dopo appena 79 secondi, sia stato anche quello più veloce in una finale di Coppa d’Africa (non si conosce il secondo esatto di un gol segnato nel 1957), ma di sicuro è bastato all’Algeria per tornare al trionfo, 29 anni dopo la prima volta.

La storia di Bounedjah è quella di un bomber esploso tardi, ma con una voglia matta di recuperare tutto il tempo perduto. L’escalation del ritrovato bomber delle Volpi del Deserto, sguinzagliato per la prima volta da Christian Gourcuff nel 2014, è stata dirompente: fino a 19 anni, infatti, Bounedjah giocava in quinta serie algerina. Otto anni più tardi il suo curriculum sembra quasi quello di un altro: negli ultimi tempi, per dire, ha riscritto un paio di record del campionato qatoriota, dove gioca con l’Al Sadd, ha segnato più di tutti nell’ultima edizione dell’AFC Champions League, ma soprattuto si è tolto lo sfizio di mettersi dietro due mostri sacri come Messi e Cristiano Ronaldo nella classifica dei migliori marcatori dell’anno solare. Non solo: con il gol al Senegal, il suo tredicesimo con la maglia della nazionale, ha avvicinato la top ten dei marcatori all time delle Fennecs, portandosi ad una sola lunghezza da un mito del calcio algerino come Hacène Lalmas. Tutto questo in appena 31 presenze con l’Algeria.

Del resto, in tutto ciò che ha fatto ultimamente, Bounedjah ha sempre dato la sensazione di avere una certa impellenza nel riempire al più presto quel gap creato da una carriera partita in ritardo: chiedere per informazioni al povero Al Arabi, trafitto sette volte dal bomber dell’Al Sadd in una gara del campionato qatariota. Il ct Belmadi lo ha sempre coccolato, scegliendolo come alfiere principe nonostante la presenza in rosa di due cannonieri di razza come Islam Slimani e Andy Delort, naturalizzato algerino proprio alla vigilia del torneo: «Si sente in ritardo con la nazionale ed ogni volta che scende in campo fa di tutto per mettersi al passo con gli altri», ha detto Belmadi, ex carismatico centrocampista delle Volpi del Deserto, arrivato lo scorso agosto al timone dall’Algeria con l’obiettivo di porre fine alla strisciante ingovernabilità tecnica degli ultimi anni.

In Egitto, Bounedejah ha guidato l’attacco della sua Nazionale in maniera totale, da vero uomo-squadra, dando la sensazione di vivere questa competizione più intensamente di chiunque altro: con la Costa d’Avorio, ad esempio, dopo aver sbagliato il calcio di rigore del possibile 0-2, si è seduto tremante in panchina ed ha sofferto in punta di lacrime, sperando che il suo errore non risultasse decisivo.

In finale, invece, per festeggiare la rete in avvio si è diretto verso la panchina, lanciandosi in un commovente abbraccio a Djamel Belmadi, il suo mentore, l’uomo che gli ha dato fiducia mettendolo al centro del villaggio: «Siamo entrati nella storia. Non abbiamo giocato per i soldi, né per la gloria personale, ma siamo scesi in campo esclusivamente per l’Algeria», ha dichiarato a caldo Bounedjah, ancora immerso nei festeggiamenti e con un sciarpa stretta attorno alla fronte a mo’ di bandana.

 

Mané, un capobranco quasi perfetto

Sadio Mané aveva appena vinto una Champions League con il Liverpool, ma ha giocato la Coppa d’Africa quasi come se questo non fosse successo, determinato a regalare al Paese della Teranga la prima Coppa d’Africa della sua storia: in Egitto, infatti, abbiamo visto un giocatore per nulla appagato. Anzi, forse fin troppo motivato: «Se fosse possibile scambierei la Champions League vinta con il Liverpool con la Coppa d’Africa», ha confessato durante il torneo. Il peso di una responsabilità enorme, come quella di essere il trascinatore eletto dai desideri di un intero popolo, ha avuto conseguenze anche sul modo di giocare di Mané.

Mentre nel Liverpool di Klopp eravamo abituati a vederlo costantemente sulla fascia, pronto a divorare il campo in contropiede con uno dei suoi proverbiali sprint, in Coppa d’Africa Mané ha spesso abbassato il raggio d’azione per offrire sostegno ai centrocampisti a inizio azione, comunicando una voglia, quasi un’urgenza, di sentirsi leader a tutto tondo. Il ruolo del capopopolo lo ha interpretato magistralmente, affermando la leadership proprio nel momento di prendere le scelte più dolorose. Come quando, dopo il secondo errore dal dischetto nella gara con l’Uganda, non ha esitato a fare un passo indietro, anteponendo l’interesse collettivo alla gloria personale: «Non tirerò più un calcio di rigore. Lascerò quest’incombenza ai miei compagni di squadra. Non è questo il momento di essere egoisti: la squadra viene prima di tutto». In molti lo hanno criticato per non aver lasciato il segno quando contava veramente, ma la sensazione è che questa Coppa d’Africa abbia comunque proiettato Sadio Mané in una nuova dimensione, regalando a Klopp un giocatore più maturo.

 

Ighalo, dalla Cina con furore

Un anno fa, subito dopo essersi insediato sulla panchina del Camerun insieme all’amico e connazionale Patrick Kluivert, Clarence Seedorf ha elencato sul foglio bianco concessogli dalla FECAFOOT le condizioni del rilancio dei Leoni Indomabili, rimasti fuori dagli ultimi Mondiali in Russia. L’ex centrocampista del Milan non si è spaventato di prendere decisioni impopolari e controverse, come quella di snobbare tutti i calciatori camerunensi che militano nel campionato cinese, tacciati di essere poco ambiziosi: «I giocatori bravi non giocano in Asia: chi va in quei paesi lo fa solo per un motivo economico», ha tuonato, salvo poi fare parziale retromarcia, concedendo una sorta di amnistia a Christian Bassogog dell’Henan Jianye.

In quel momento Seedorf non immaginava di essere castigato da un contrappasso quasi perfetto: anche se il gol del 3-2 lo ha realizzato Iwobi, a causare l’eliminazione del Camerun agli ottavi con la Nigeria, infatti, è stata una doppietta di Odion Ighalo, attaccante dello Shangai Shenua da oltre due anni in Cina.

Dopo essere stato il capocannoniere delle qualificazioni, in cui ha trovato la rete 7 volte, l’ex punta dell’Udinese si è rivelata letale anche in Egitto, laureandosi con 5 reti capocannoniere della trentaduesima edizione della Coppa d’Africa. Uno score lontano dai 9 gol segnati dal congolese Pierre Mulamba Ndaye nel 1974, ma comunque considerevole: l’ultimo ad ammonticchiare un bottino di reti simile era stato nel 1994 il leggendario Rashidi Yekini, proprio quell’anno autore della prima rete delle Super Eagles in un Mondiale. Un bel modo, per Ighalo, di rispondere alle minacce di morte ricevute un anno fa dopo il Mondiale, prima di annunciare l’addio alla nazionale nigeriana e accodarsi così al capitano John Obi Mikel : «Il presidente federale ha cercato di farmi proseguire, ma io avevo già deciso: era arrivato il momento di farmi da parte, lasciando spazio ai tanti giovani e promettenti attaccanti nigeriani. In ogni caso è stato un privilegio poter chiudere quest’avventura da capocannoniere in Egitto».

Meno poetico, invece, l’addio al Camerun di Seedorf, esonerato proprio per colpa del “cinese” Ighalo.

 

Dupuis, l’eroe dei due mondi

Nicolas Dupuis allena due squadre contemporaneamente, e fino a marzo non aveva nemmeno un contratto formale, ma tutto questo non ha inficiato minimamente sull’avventura del Madagascar in Coppa d’Africa: «Certo, dopo questa firma è sicuramente più sereno lavorare», ha commentato soddisfatto Dupuis dopo aver messo nero su bianco il suo rapporto con la Federazione malgascia, allora come oggi gestita da un comitato di normalizzazione.

All’inizio organizzarsi è stato complicato, ma poi tutto è filato liscio, come ha ammesso lo stesso tecnico francese a SO Foot. Il segreto è stato fissare delle priorità: «Con il Fleury, una squadra semiprofessionista, sono stato chiaro: il Madagascar avrebbe avuto la precedenza». Oltre a costruire l’impalcatura della squadra sul campo, Nicolas Dupuis ha portato avanti una vasta opera di convincimento, conducendo una ricerca capillare per rintracciare tutti i più talentuosi giocatori in circolazione con origini malgasce. Sono stati reclutati in questo modo personaggi come Thomas Fontaine, Ibrahima Dabo, Dimitry Caloin, ma soprattutto Jérémy Morel, il navigato terzino del Lione convocato per la prima volta alla veneranda età di 35 anni.

Alla fine, però, a fare la differenza sono stati i “locali”, quelli di sempre: gente come lo storico capitano Faneva Andriatsima o l’attaccante Carolus Andriamatsinoro, vero uomo in più dei Barea in Egitto. Grazie ai loro gol il Madagascar ha vinto il girone B davanti alla Nigeria e superato la Repubblica Democratica del Congo negli ottavi, prima di alzare bandera bianca di fronte alla Tunisia ai quarti di finale. Poco importa. La truppa di Dupuis, coccolata da una folla oceanica ad Antananarivo durante la classica parata trionfale al rientro in patria, aveva già compiuto la propria missione: mettere la Grande Isle sulla mappa del calcio internazionale. Una cosa è certa: d’ora in poi a nessuno, pensando al calcio malgascio, verranno in mente come prima cosa le 149 autoreti dello strampalato match giocato nel 2002 tra il SO de l’Emyrne el’AS Adema ad Antananarivo.

 

African Power

Aliou Cissé (Getty Images).

Tutto, nel calcio africano, da un po’ di tempo a questa parte sembra ricalcare sulla carta carbone quanto accade nel Vecchio Continente: dai calendari, al modo di gestire commercialmente il brand di alcune leghe leghe, fino ad alcune scelte di politica sportiva. Ma c’è un posto dove il fascino di questa omologazione sembra aver perso la forza del passato: le panchine. Se nel 2017, infatti, solamente 4 nazionali su 16 erano allenate da un allenatore locale, quest’anno su 11 delle 24 panchine sedeva un allenatore africano, 10 dei quali anche autoctoni. Due di loro si sono affrontati  in finale, a testimonianza di come il vento in Africa stia cambiando. Un evento raro: prime era successo solamente quattro volte, l’ultima nel 1998.

Aliou Cissé e Djamel Belmadi, rispettivamente al timone di Senegal e Algeria, sembrano essere legati da un destino comune. Sono nati a distanza di un giorno l’uno dall’altro e hanno vissuto l’infanzia a Champigny Sur Marne, un sobborgo alle porte di Parigi.

Diciotto anni più tardi, dopo aver guidato la rinascita calcistica delle rispettive nazionali, si sono ritrovati in finale di Coppa d’Africa. Per raggiungere lo stesso risultato, però, i due hanno percorso strade diverse. Cissé non ha stravolto granché, ma si è preoccupato di dare un’identità distinguibile ai Leoni della Teranga nell’ambito di un progetto quadriennale, utilizzando talvolta metodi autoritari, tanto da meritarsi lo scherzoso appellativo di Yahya Jammeh, l’ex tiranno del Gambia.

Belmadi, invece, è andato subito al dunque, avviando una rivoluzione drastica senza guardare in faccia a nessuno, anche perché il tempo a disposizione scarseggiava: «Non sono un kamikaze, ma nemmeno un vigliacco. Prima di accettare mi sono accertato di avere piena libertà d’azione» ha spiegato al suo arrivo. Subito dopo ha cominciato a sviluppare un’idea di calcio propositivo, affiancando alla stella Riyad Mahrez volti seminuovi come quello di Baghdad Bounedjah, il miglior marcatore dell’anno solare 2018 eletto a punta di diamante delle Volpi del Deserto. Le idee di Belmadi hanno portato l’Algeria a giocare il calcio più esteticamente appagante del torneo, definito addirittura “guardiolesco” da un decano europeo del calcio africano come il francese Claude Le Roy, cambiando il destino dello stratega di Champigny sur Marne. Da allenatore ad orologeria in attesa di un nome più glamour, come doveva essere inizialmente nei piani della federazione algerina, Belmadi si è trasformato in uno straordinario condottiero, guadagnandosi meritatamente la palma di miglior commissario tecnico della manifestazione.

Immagini: LaPresse.

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