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Cosa ricorderemo di questa Copa America?

By 8 Luglio 2019
Copa America

Il Brasile ha vinto il trofeo, ma a rendere unica questa Copa sono state le prestazioni di Dani Alves, il cammino poco lineare dl Perù, Messi che parla come D10S, il ricambio argentino e le giocate della Colombia

Tutti i fantasmi del Brasile, dal Maracanazo al Mineirazo, dovranno riprovarci in futuro. La Seleção si conferma la squadra per distacco più forte del Continente, vincendo senza affanno la sua nona Copa América, in finale contro il Perú. Dopo dodici anni, il Brasile torna ad alzare un trofeo, e lo fa guidato da Tite, l’allenatore che ne ha raccolto le ceneri emotive nel suo periodo più difficile, tracciando una direzione coerente da seguire. Ma la vittoria del Brasile non è l’unica cosa che ci ricorderemo di questa edizione della Copa América.

Il Brasile e la straordinaria Copa América di Dani Alves

Prima di sollevare alla sua maniera il trofeo della Copa América – il quarantesimo di una carriera clamorosa – con la lingua di fuori e la coppa appoggiata sulla testa, Dani Alves ha ricevuto il premio di MVP della competizione. È stata una decisione inevitabile, come lo è sempre quando un giocatore manifesta picchi di pura onnipotenza così limpidi e vertiginosi da sembrare eccessivi. Dani Alves ha giocato a 36 anni una Copa América irreale, la cui immagine più significativa è l’azione folle inflitta all’Argentina, con il sombrero su Acuña, la velenosa progressione centrale, la muleta da torero sul ritorno di un imbufalito Paredes e l’apertura in fascia per Firmino.

Oppure la corsa con cui, contro il Perú ai gironi, ha solcato quasi cinquanta metri di campo, utilizzando i due compagni trovati sulla propria strada come semplici sponde, prima di bucare personalmente Gallese dentro l’area, con un colpo secco sotto la traversa. Nel Brasile del post-Mineirazo e del post-Dunga, il dibattito ricorrente è su quanto la Seleção sia tornata a proporre un calcio in linea con la tradizione e le ambizioni brasiliane: quella di Tite, soprattutto con il passare dei mesi di gestione, rientra sempre di più e sempre meglio nella categoria del jogo bonito, sia perché il ct gaúcho è riuscito a trovare la formula migliore per unire la necessità di dominare tecnicamente le partite con un calcio avvolgente, spettacolare e associativo e l’equilibrio a cui sempre ha sempre ambito, sia perché alcuni suoi interpreti sono concentrati di istinto e tecnica perfettamente alla brasiliana.

Dani Alves ne è un esempio perfetto: il suo modo di interpretare il ruolo di terzino va oltre ogni vincolo, perché le sue stesse caratteristiche tecniche esondano dagli argini di un semplice ruolo. Dani è un elemento chiave della costruzione dal basso del Brasile, ma diventa determinante anche in rifinitura, sganciandosi verso l’interno del campo per inventarsi una giocata di istinto, trovare un cambio di gioco o un filtrante, da vero “lateral”, inteso difensore esterno che nella pratica gioca da numero dieci decentrato.

Il gol del vantaggio contro il Perú in finale, ad esempio, nasce da un suo pallone verticale dalle retrovie, che pesca Gabriel Jesus proprio sul filo del fuorigioco. Alzare il ritmo, servire un cross tagliato, puntare l’uomo, stringere sul primo palo per colpire in zona gol: l’infinita varietà di decisioni può prendere in campo Dani Alves, terzino destro probabilmente irripetibile, sono una vera e propria arma letale per una squadra così dominante con il pallone.

Questa Copa América sarà ricordata anche come il torneo che ha visto esplodere il talento incontenibile di Éverton Soares: tre gol, di cui due meravigliosi nella fase a gironi, accompagnati a prestazioni individualmente clamorose. Contro la Boliva subentra e segna un gran gol; contro il Venezuela subentra e cambia completamente i ritmi offensivi del Brasile; contro il Perú ottiene una maglia da titolare che non lascerà più per il resto della competizione e segna un altro gol meraviglioso. L’unico passaggio a vuoto è il match contro l’Argentina, in cui non riesce incidere e viene sostituito dopo un tempo. In finale, però, ha sfoderato la prestazione migliore della sua Copa, segnando il gol del vantaggio e facendo impazzire per tutta partita Luis Advíncula a colpi di accelerazioni, pause e sterzate. Lui, insieme a un Gabriel Jesus incontenibile in transizione, è stato l’anima offensiva del Brasile che dopo 12 anni alza meritatamente la Copa América, e torna gigante, come vuole la sua natura.

 

La strana Copa América del Perú

Battere il Brasile sarebbe stato una sorta di parricidio per il Perú, che con una leggenda verdeoro come Didí in panchina ha dato il via al proprio periodo di splendore, segnato da una generazione di giocatori fenomenali. L’ex compagno di Pelé e Garrincha ha riportato la Blanquirroja a un Mondiale dopo quarant’anni, negando a sorpresa la qualificazione all’Argentina nel 1969: era la squadra di Teófilo Cubillas, “l’erede designato” di Pelé e di “Capitan America” Héctor Chumpitaz, autentici totem del fútbol inca, che senza Didí avrebbero comunque vinto la Copa América del 1975.

Alla squadra di Paolo Guerrero, il Cubillas dei giorni nostri, l’impresa non è riuscita: la differenza di valori tecnici e l’esperienza dei giocatori brasiliani hanno avuto la meglio in una partita che, nonostante la sfortuna del doppio scivolone di Tapia e Zambrano o il demerito di aver regalato un gol con uno svarione difensivo, è rimasta aperta fino al discutibilissimo rigore provocato dallo stesso centrale.

L’immagine più adatta a empatizzare con gli sconfitti è Paolo Guerrero che fissa il vuoto a fine primo tempo: dopo 45 minuti di isolamento offensivo, il leader tecnico ed emotivo della Blanquirroja sfrutta alla grande l’unica occasione di pareggiare, battendo Alisson dal dischetto e guadagnandosi il diritto di iniziare una nuova partita nel secondo tempo, ma Gabriel Jesus riporta subito in vantaggio il Brasile allo scadere. I giocatori peruviani cercano uno ad uno di incoraggiare il loro capitano, che continua a vagare per il prato del Maracanã, congelato dalla rete del 2-1.

La Copa América del Perú non è stata di certo un percorso lineare, infatti, dopo un girone non entusiasmante, la Blanquirroja ha superato in trincea l’Uruguay, vincendo ai rigori, per poi legittimare la propria presenza in finale con una partita commovente contro il Cile: l’aggressività come forma di difesa, una squadra duttile, completa, bilanciata, propositiva in possesso, esplosiva sulle fasce e con un nove letale è la struttura del miglior Perú di Ricardo Gareca, che ha vinto il clásico del Pacifico ma ha dovuto cedere – pur senza rimpianti – a un Brasile meritatamente campione.

 

 Argentina-Cile (Vol. III) e il nuovo Messi

“Lottare per il terzo posto non ha alcuna importanza”. Dopo aver giocato sul dolore per novanta frustranti minuti contro il Perú, Arturo Vidal ha smorzato ogni discorso sulla finale terzo quarto posto contro l’Argentina. Naturalmente, non c’è bisogno di aggiungere che la partita si è ugualmente infiammata in un istante ed è stata a livello delle precedenti due finali, per intensità e animosità. Quella tra Argentina e Cile, infatti, è una rivalità profonda, tipicamente sudamericana per le solide radici storiche – come la perdita cilena di gran parte della Patagonia a fine Ottocento, l’aiuto prestato da Pinochet alla Thatcher durante la Guerra delle Malvinas e la crisi del canale del Beagle – e per la costanza con cui un forte sentimento nazionalista, specie nelle fasce popolari, la tiene viva tutt’ora. Argentina-Cile è anche il metro che ha scandito (e scandisce) l’epoca più importante della storia dell’Equipo del Todos; il suo inizio fu il 19 luglio 2007, quando la semifinale del Mondiale Sub-20 in Canada vide cadere per 3-0 la Rojita di Vidal, Sánchez e Medel, un gruppo che, un po’ come sta accadendo in questi mesi in Ecuador, aveva riacceso le poche speranze di un tifo ormai abituato a perdere.

La Generación Dorada si è scontrata con l’Argentina ai propri albori, al proprio apice con la doppia finale e ora, mentre cerca di tenere ferme le lancette dell’orologio, giocando una Copa América complessivamente all’altezza delle due precedenti nonostante il fisiologico declino. Non è bastato di fronte a un’Argentina che ha trovato se stessa troppo tardi, decidendo il match con la miglior mezz’ora di questa edizione (o meglio, degli ultimi tre anni), prima che una partita già calda si incendiasse definitivamente con le espulsioni di Messi e Medel.

Indipendentemente dal contenuto della scelta arbitrale – scadente, come tante altre in queste fasi finali – è interessante come l’espulsione abbia portato Messi all’ultimo stadio della propria metamorfosi in leader emotivo della Selección: a fine partita, la Pulga ha disertato la cerimonia di premiazione dicendo apertamente di non voler spalleggiare la corruzione della Conmebol, soltanto pochi giorni dopo aver accusato l’arbitraggio di Brasile-Argentina di aver “inclinato il campo a favore della Seleção”.

È un Messi differente, che sembra aver assorbito il vuoto di leadership e di punti di riferimento in questo contesto di transizione: il silenzio ostentato, gli esili autoimposti dalla Selección, il linguaggio del corpo irrigidito e alienato, come se avesse bisogno di fluttuare in un’impossibile bolla di imperturbabilità, hanno lasciato spazio a un coinvolgimento totale a livello emotivo. Leo ruggisce l’inno nazionale – scena mai vista – e si espone alla fine di ogni partita, anche delle più dure, lanciando messaggi positivi a un gruppo che sembra riconoscere in lui un’autorevolezza, prima ancora di un’autorità. E se questa piega più accentratrice e per certi versi più maradoniana nel modo di rapportarsi con il contesto albiceleste, oltre a romperne la solitudine e la tendenza a essere concepito come un ente a sé stante, aggiungesse veramente qualcosa di nuovo e fenomenale alla carriera di Lionel Messi?

 

Il ricambio argentino

Copa America

La Copa América dell’Argentina – così come i pregi, i difetti e il metodo di Lionel Scaloni – si può riassumere nei due primi tempi che hanno aperto e chiuso questa competizione. Da una parte l’esordio shock contro la Colombia, segnato da un’efferata disposizione “a ferro di cavallo”, con tutti gli uomini dell’Albiceleste schiacciati a centrocampo e sulle fasce, lasciando letteralmente vuota la trequarti; dall’altra il primo tempo di Cile-Argentina, in cui un undici di grande qualità tecnica occupa bene le zone centrali del campo, si associa praticamente a occhi chiusi e al momento giusto colpisce in verticale.

Questa metamorfosi è frutto di un approdo in Brasile senza identità, confermato dai vari cambiamenti eseguiti di partita in partita da Scaloni, costretto a ovviare alla mancanza di un tessuto tattico coerente puntando su intuizioni e giocatori che, nel breve termine, davano riscontri positivi. La scelta migliore del tecnico rosarino – oltre a quella di optare per il doppio centravanti a torneo in corso – è stata perseguire con fermezza e coraggio il ricambio generazionale. Questa Copa América, con tutte le proprie criticità, sarà ricordata per essere il primo torneo senza Mascherano, Higuaín, Biglia, Mercado, Banega e altri ultratrentenni. Il primo torneo della nuova Argentina.

Lautaro Martínez ha dimostrato ulteriormente di essere il prossimo grande numero nove argentino, per completezza tecnica, istinto e temperamento; benissimo anche Leandro Paredes, che ha giocato una Copa strepitosa, cercando di mettere ordine al caos con la sua verticalità, mentre Rodrigo De Paul ha stupito forse più di tutti, facendo la mezz’ala con cuore e personalità enormi; anche Juan Foyth ha messo in luce da terzino delle doti tecniche con il pallone che, in difesa, nessun calciatore argentino possiede.

Inoltre, nonostante Scaloni abbia finito per impiegarlo prima male e poi poco, anche Giovani Lo Celso ha chiuso al meglio la fase finale del torneo; persino l’intesa tra Messi e Dybala, argomento notoriamente tabù, si è lasciata intravedere. Queste nuove certezze, cercate con consapevolezza e coerenza da Scaloni, sono la base da cui parte l’Argentina per la Copa América che ospiterà l’anno prossimo e, ovviamente, per il Mondiale. Pare che Scaloni potrà spendere almeno altri sei mesi sulla panchina albiceleste: compiuta la missione del ricambio, il tecnico rosarino deve andare oltre quanto fatto finora e provare a consolidare in campo alcune idee di gioco. Quanto mostrato in Cile-Argentina, da questo punto di vista, sarebbe un ottimo punto di partenza.

 

Gli altri di cui ci ricorderemo

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La singola giocata più bella di questa Copa América, probabilmente, è stata la pennellata d’esterno sinistro di James Rodríguez, a pescare la testa di Duván Zapata, nel gol contro il Qatar. Il ricordo che queste tre settimane di calcio ci lasciano della Colombia, però, va oltre la meraviglia – la più preziosa, nel torneo superbo giocato dal Bandido – inventata dal suo numero dieci: quella di quest’anno è stata la prima Cafetera del ciclo di Carlos Queiroz, che nonostante il poco tempo a disposizione è riuscito a mettere in campo una squadra diversa da quella di José Néstor Pekerman.

La prima intuizione dell’ex ct dell’Iran è stata la posizione a tutto campo di Juan Guillermo Cuadrado, che partendo da mezz’ala rende intenso e imprevedibile l’attacco sulle fasce e addirittura finisce per ritrovarsi tra i centrali di difesa a far uscire il pallone. La salida lavolpiana dello juventino, all’esordio contro l’Argentina, è una bella fotografia della nuova Colombia di Queiroz, che sperimenta e trova nuove soluzioni.

Anche l’Uruguay lascia a questa Copa América alcuni gol bellissimi: Edinson Cavani ha segnato i suoi primi due in questa competizione rispettivamente con una splendida chilena contro l’Ecuador e con l’incornata che ha battuto il Cile nel finale. Quello più emblematico, però, lo ha segnato un biondissimo Nico Lodeiro, ripescato da Tabárez nella MLS: sombrero e stoccata mancina all’angolo  dopo pochissimi minuti, per ricordare che dalla dalla “familia celeste” non si esce mai, si entra e basta.

Il Cile, invece, è la testimonianza che i cicli vincenti finiscono sempre più tardi di quanto ci si aspetti, specie se ci sono giocatori come Erick Pulgar – miglior volante della Copa América – e allenatori come Reinaldo Rueda a portare qualcosa di nuovo. Lo stesso potrebbe valere per i cicli che iniziano, per un tecnico intelligente come Eduardo Berizzo e per un giocatore straripante come Miguel Almirón: ci sarà tempo anche per vedere il suo Paraguay. Magari già l’anno prossimo.

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