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Cosa sta succedendo a Eusebio Di Francesco?

By 20 Settembre 2019

Un anno e mezzo fa la sua Roma ribaltava il Barcellona e volava in semifinale di Champions. Ora la sua Sampdoria è ultima in classifica con zero punti, un gol fatto e nove subiti. Cosa sta andando storto nella carriera del tecnico abruzzese?

In un brano sommerso della sterminata produzione di Giorgio Gaber e Sandro Luporini, Ipotesi per una Maria, i due sostengono che «per vivere davvero bisogna spesso andarsene lontano e ridere di noi come da un aeroplano». Un concetto che vale spesso anche per gli allenatori, specialmente quelli reduci da un distacco traumatico, da un esonero o più semplicemente dalla fine di un percorso. Fermarsi, guardarsi e, a mente fredda, ripartire.

Un concetto che Eusebio Di Francesco non ha voluto esplorare. Si è tuffato nell’avventura Sampdoria portando ancora addosso le cicatrici dell’addio alla Roma, quella Roma che a lui si era legata nel nuovo corso di Monchi per poi scaricarlo dopo essersi resa conto della scollatura tra le risorse portate dal mercato e le idee che sono la base fondante del modo di vedere il calcio di un allenatore che fatica ad allontanarsi dai propri principi: nel corso degli anni sono cambiati i moduli, ma non i concetti che sembrano essere un tutt’uno con la figura del tecnico abruzzese.

O almeno questo è quello che traspare dal cammino di Di Francesco, se vogliamo dare per buono ciò che si è visto nella sua migliore incarnazione, quella del sesto posto alla guida del Sassuolo, stagione 2015-16. I peana provenienti da più parti dello Stivale raccontavano di un calcio spettacolare, di un gruppo incontenibile quando c’era da scardinare i fortini avversari: in realtà, si trattava di una squadra abituata a giocare in un fazzoletto di campo, in particolar modo nei momenti di maggiore ispirazione dal punto di vista fisico. La linea difensiva alta, il pressing portato con ferocia e compattezza, un’orchestra paradossalmente portata più a non prenderle – 40 gol subiti in campionato – che a darle (49 reti), nonostante un tridente di livello (Berardi-Defrel-Sansone, con Politano primo cambio degli esterni) e certamente non da zona salvezza.

(Photo by Marco Luzzani/Getty Images).

Tre punti contro Napoli, Juventus e Milan, uno contro la Roma, sei contro Lazio e Inter. Più di un terzo del bottino di fine anno messo insieme contro l’alta borghesia del calcio italiano e un bel po’ di fatica contro le medio piccole, più abituate a chiudersi. Nel gennaio 2016, a metà di quella stagione, raccontava a Rivista Undici di una squadra in cui tutti interpretavano al meglio la fase difensiva: «Abbiamo lavorato tantissimo sul concetto di blocco squadra. Sono meno contento di vincere le partite con un gol di scarto: preferisco vincere 4-3 che 1-0, è giusto che si viva di emozioni. Non mi piace una squadra che sta lì a difendere quello che ha fatto: quando siamo sull’1-0, incito la squadra a farne un altro». Una sorta di controsenso, visto il Sassuolo che aveva tra le mani e che stava per portare in Europa League.

Ora che ha accettato, forse con una dose di pazzia, la pesante eredità di Marco Giampaolo, è come se ci fosse ancora qualcosa di irrisolto in Di Francesco. Le parole pronunciate dopo le quattro sberle subite dal “suo” Sassuolo, con tripla firma dell’altrettanto “suo” Berardi, hanno provocato un mare di polemiche a Roma, lì dove il tecnico ha centrato il miglior risultato in carriera, la semifinale di Champions League: «Non so perché Berardi sia ancora al Sassuolo. Lo avevo già chiesto in passato, ma chi lavorava con me non ha creduto nelle sue qualità».

Con la Sampdoria ancora a zero punti e sette gol al passivo in due partite (sarebbero diventati nove dopo la sosta, con il 2-0 di Napoli), Di Francesco ha trovato il tempo di togliersi un sassolino apparentemente inspiegabile dalle scarpe, come un ex tradito che incontra al cinema la sua vecchia fiamma e si lascia andare a una goffa scenata nello stupore generale. Per rimettere in piedi una stagione nata nel peggiore dei modi, il tecnico dovrà innanzitutto guardarsi da lontano, risolvere l’irrisolto, e poi cercare di plasmare un organico che sembra obiettivamente distante dal suo modo di intendere il calcio.

 

«Non ho mai voluto fare l’allenatore»
Non è la prima volta in cui Di Francesco deve fare i conti con i paradossi. A più riprese, nelle sue interviste, ha dichiarato di non essersi mai sentito allenatore già nel crepuscolo della carriera da calciatore: «Non sono nato allenatore, sono un tecnico più costruito. Non ho mai voluto fare l’allenatore e, onestamente, non ho mai pensato che l’avrei fatto». Nonostante questo, per anni è stato ritenuto uno dei fiori all’occhiello della nuova scuola italiana, grazie al lavoro svolto al Sassuolo dopo la gavetta tra Lanciano, Pescara e Lecce.

Di Francesco.

LaPresse.

Dopo la vocazione tardiva, il periodo in neroverde gli ha spalancato le porte della Roma, già nel cuore da calciatore e da dirigente (team manager). Se del lavoro agli ordini di Squinzi rimarranno i tanti giovani lanciati e valorizzati e la qualificazione in Europa League, negli annali giallorossi resterà il ribaltone ai danni del Barcellona nei quarti di finale di Champions League, una notte epocale che però andava contro uno dei manifesti espressi da Di Francesco nel giorno del suo terzo approdo a Trigoria: «Come sistema di gioco ho quasi sempre giocato con il 4-3-3. Per poter crescere, ogni allenatore deve saper trasmettere la propria filosofia e il modo di allenare. Per me la difesa a quattro è alla base di questa Roma».

L’aveva poi messa in soffitta nella notte del miracolo, ridisegnando i suoi: un segno di crescita, in una stagione che fino a quel momento aveva regalato qualche picco illusorio – le due sfide del girone contro il Chelsea, il derby di andata in cui aveva portato a scuola Simone Inzaghi – e tantissime delusioni. Prima di quella magia, prima di Dzeko-De Rossi-Manolas come una filastrocca da mandar giù a memoria e raccontare ai nipotini, la Roma era parsa spesso una squadra senza un’identità, non di rado tenuta a galla da un portiere così grande da risultare più ingombrante del club stesso (Alisson).

Ma quella notte incantata aveva riproiettato Di Francesco nel gotha, confondendolo fino a fargli riproporre le stesse idee a Liverpool, forse più per inerzia che per reale convinzione, e gettandosi tra le fauci di Salah, Firmino e Mané. Non è bastata quella notte a salvarlo un anno più tardi, alle prese con una squadra scollata, sfiduciata e lontana dall’intensità tanto a lungo richiesta: colpe di tutti, da Monchi ai giocatori, passando anche per il tecnico.

 

«Il mio calcio»

Di Francesco

(Photo by Francesco Pecoraro/Getty Images).

Il refrain dei detrattori arriva direttamente dalle conferenze stampa del tecnico abruzzese, che ripete come un mantra la frase «Il mio calcio». Lo ha fatto anche nel giorno della presentazione come nuovo tecnico della Sampdoria: «Credo che questa sia l’opportunità giusta per ripartire dopo Roma, per fare vedere il mio calcio». I tifosi blucerchiati sperano che fin qui si sia visto dell’altro, alla luce dei risultati. Probabilmente, qualcosa non ha funzionato in sede di mercato.

La mossa più lineare è stata la sostituzione di Andersen (inevitabile plusvalenza) con Murillo, difensore che può coprire molto campo grazie alla sua velocità. Con l’addio di Praet, la Sampdoria ha perso una mezz’ala intensa e creativa allo stesso tempo: non è arrivato nessuno in grado di sostituire il belga. Di Francesco ha provato a lavorare di fantasia, presentandosi nei primi due match di campionato con Ronaldo Vieira da mezz’ala e non davanti alla difesa, ruolo destinato a Ekdal. Un esperimento che non ha convinto fino in fondo e che l’ex Leeds non ha certamente nobilitato facendosi buttare fuori sul 3-0 in casa del Sassuolo per un’entrata folle su Peluso.

Più dubbi sull’altro intermedio, con Linetty schierato al Ferraris contro la Lazio e Jankto ripescato titolare a Reggio Emilia. L’idea era ricercare il grande lavoro senza palla delle mezze ali, nella fase di riconquista con la pronta riaggressione sul primo possesso avversario e utilizzandole molto larghe come sbocco per la risalita del pallone in fase di costruzione come ai tempi del Sassuolo, un principio che a Roma era stato totalmente accantonato a causa della tendenza di Florenzi e Kolarov ad avanzare palla al piede. Nessuno dei tre, però, si è dimostrato all’altezza, e la Sampdoria ha fatto enorme fatica nelle uscite, finendo divorata dalla Lazio proprio sul terreno del pressing alto, teoricamente marchio di fabbrica di Di Francesco, e lasciando infiniti spazi al Sassuolo, che ha saputo costruire il netto successo (4-1) lavorando nelle praterie blucerchiate e bucando gli errori di posizionamento di Colley, “silurato” dopo la sosta.

 

Dopo un buon avvio di gara, la Samp cede di schianto a Reggio Emilia. Il gol che apre il match è l’emblema delle difficoltà doriane: Ramirez, schierato esterno d’attacco a destra nel tridente, perde palla nel tentativo di raggiungere Quagliarella. La squadra è proiettata in avanti e Murillo forza un tentativo di anticipo su Caputo, che indovina il dribbling e può volare in campo aperto a servire Berardi

E così, forse nel tentativo di ritrovare la magia di quella notte con il Barcellona, Di Francesco si è rifugiato nella difesa a tre con sole tre gare ufficiali alle spalle (contando la Coppa Italia). A Napoli si è vista un’altra Samp sotto il profilo del sistema del gioco: Ferrari e Regini in difesa assieme a Murillo, con Bereszynski e Murru sulle corsie di centrocampo e il rientro di Linetty al fianco di Ekdal. È stata l’occasione per l’esordio di Rigoni, l’ultimo colpo di mercato in ordine di tempo: Di Francesco dovrà plasmare un nuovo attacco ma l’arrivo dell’argentino potrà permettergli di accantonare gli esperimenti Gabbiadini e Ramirez, cavalcando le doti tecniche dell’ex Zenit su entrambe le corsie (è perfettamente ambidestro).

Rigoni ha avuto la chance per il pareggio e l’ha sprecata, ma con lui in campo si è vista maggiormente la tensione verticale degli esterni d’attacco: Di Francesco dovrà ripensare un Quagliarella meno uomo d’area e più regista offensivo per provare a esaltare i tagli di Caprari e Rigoni. Non è cambiata è l’efficienza difensiva: la Samp rimane un colabrodo e alla minima difficoltà perde la già scarsa fiducia nei propri mezzi. Il tentativo di recuperare Regini è forse orientato più alla qualità nell’uscita del pallone che alla solidità difensiva, ma l’impressione è che Colley possa tornare a breve titolare, pur con tutti i suoi difetti. Il calendario non sorride: il Torino arriva a Genova schiumando rabbia per la sconfitta interna con il Lecce ed è una delle squadre più aggressive del campionato, a seguire Fiorentina fuori casa nell’infrasettimanale e Inter sabato 28 settembre a Marassi. Per evitare di scivolare nell’abisso, Di Francesco dovrà ritrovare se stesso e la voglia di rinunciare a qualcosa che sente radicato al suo interno, pur di venire incontro alle esigenze della squadra. Un secondo esonero, nel giro di pochi mesi, sarebbe un colpo difficile da digerire anche per chi non aveva la minima intenzione di fare questo mestiere.

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