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Eibar, ma come fai ogni volta?

By 31 Agosto 2020

Viaggio nel mondo della squadra basca che per il sesto anno consecutivo, pur con il monte ingaggi più basso della Liga, è riuscita a salvarsi con largo anticipo. Una realtà fatta di pochissimi fronzoli, un allenatore duro ma leale coi suoi giocatori, e una strategia di mercato pragmatica fino all’estremo

 

La N-634 è una strada statale che collega la Galizia ai Paesi Baschi, arriva fino a San Sebastiàn partendo da Santiago di Compostela: una sorta di Via Emilia del Nord della Spagna, ma decisamente molto più lunga, oltre 700 chilometri. Cambia eccome il panorama durante il percorso, si attraversano luoghi incantevoli e altri più trascurabili, mare e montagna si danno il cambio, cartelli in gallego o in asturiano fino ad arrivare all’euskera: insomma, è un viaggio tra mondi anche opposti.

Quando provenendo da Bilbao si entra in Gipuzkoa, la provincia con capoluogo San Sebastiàn, non farete in tempo ad abituarvi che già sarete dentro una cittadina che nel 2017 è stata scelta tra le più brutte di tutta la Spagna. La quinta più brutta per la precisione, dopo Parla, Vigo, Ciudad Real e Algeciras: si tratta di Eibar. Un posto che a dire il vero non spicca per attrazioni turistiche, ma che storicamente significa molto. Questa, infatti, è stata la prima città di tutta la Spagna a proclamare la Repubblica, all’alba del 14 aprile del 1931, nella centrale e ordinata Plaza de Unzaga, dove c’è il Comune.

Da sei anni, poi, Eibar ha la sua squadra in Prima Divisione, e ce l’avrà anche nella prossima stagione dopo l’ennesima salvezza ottenuta. E che alla faccia di un calcio fatto di investimenti miliardari e dei pronostici che la danno sempre tra le maggiori candidate alla retrocessione continua a mantenere un atteggiamento sparagnino che sta dando ogni volta maggiori frutti.

Takashi Inui (Photo by Fran Santiago/Getty Images).

 

“Defiende al Eibar”

“Divertiamoci finché possiamo”, è una delle frasi che si sente maggiormente ripetere nei corridoi del club. Sì, perché quello che sta vivendo la squadra gipuzkoana dal 2014 in avanti tutto sommato è un sogno. Mai prima di allora l’Eibar era arrivato nella Liga: anzi, di solito il calcio da queste parti era (lo è tutt’ora, in realtà) il meno seguito degli sport. Nessuno mette in discussione il primato della pelota, lo sport basco per eccellenza, che ha in città uno degli impianti più prestigiosi della regione, l’Astelena; figurarsi poi il ciclismo, visto che appena fuori Eibar, sull’Alto de Arrate, quasi sempre la Vuelta piazza un arrivo di tappa tra i più duri e spettacolari, per la felicità dei tantissimi appassionati locali.

“E il calcio?”, direbbe il visconte Cobram, personaggio fantozziano che mai come in questo caso ci viene in aiuto trattandosi di pallone e bicicletta. Già, il calcio fino al 2013 in questo paesone di 27.400 mila abitanti (il più piccolo non solo tra quelli della Liga, ma pure della Segunda Divisiòn: anzi, la città più piccola ad essere arrivata nella Liga) era fatto soprattutto di pane duro tra le categorie inferiori, Segunda B o Tercera, rispettivamente terza e quarta serie spagnola. D’altronde c’erano l’Athletic Bilbao da un lato, la Real Sociedad dall’altro, ogni tanto sbucava nella Liga pure l’Alaves, quindi perché un’altra squadra basca avrebbe dovuto issarsi tra i grandi? In senso positivo, naturalmente. Moltissimi giovani prospetti dei grossi club, locali e non, venivano mandati in prestito a Eibar a farsi le ossa: due nomi su tutti, Xabi Alonso e David Silva, futuri campioni del mondo con la Spagna.

Invece, giugno 2013, promozione in Segunda Divisiòn. Finita? Macché. Undici mesi dopo, al termine di un’assurda cavalcata nel girone di ritorno, con sole due sconfitte e 14 partite su 21 senza subire gol, ecco scodellato nientemeno che il doppio salto fino alla Liga. La data, storica, è il 25 maggio 2014: 1-0 all’Alaves, rete di Jota Peleteiro, attaccante mancino in prestito (tanto per cambiare) dal Celta, che poi avrebbe trovato discreta fortuna in Championship, la Serie B inglese, con Brentford e Birmingham City.

(Photo by Gonzalo Arroyo Moreno/Getty Images)

Molti dei protagonisti di quell’impresa sono ancora oggi in club di alto livello, a partire dall’allenatore Gaizka Garitano, attuale tecnico dell’Athletic Bilbao. Per non parlare di Yuri Berchiche, Ander Capa e Dani Garcia, tre titolari inamovibili della squadra bilbaina. Oppure del “Comandante” Morales, capitano del Levante, oggi, e all’epoca in prestito (anche lui) all’Eibar: uno dei pilastri di quella squadra, poi, Jon Errasti, l’abbiamo visto seppur per un breve periodo anche in Italia, allo Spezia.

Tuttavia, naturalmente senza volerlo, era stato fatto il classico passo più lungo della gamba. Sì, perché per stare nella Liga ci volevano soldi, tanti soldi. Denaro che il club non aveva, abituato a sopravvivere con budget bassissimi, tanti giocatori in prestito e molti sacrifici richiesti ai tesserati. In compenso la massima serie significava aumentare il proprio capitale di circa 1,71 milioni di euro, pena la retrocessione a tavolino in Segunda Divisiòn. Obiettivo raggiunto grazie a una sottoscrizione online chiamata, con tanto di hashtag sui social network, “Defiende al Eibar”: in sostanza, per diventare socio del club bastava comprare su internet un’azione a 50 euro. La società avrebbe potuto chiederlo alle banche, quel denaro, ma ha preferito agire con questa strategia all’epoca abbastanza unica nel suo genere. Pragmatismo tipico di questa zona di lavoratori e operai, quasi tutti impiegati nell’industria delle armi da fuoco: non a caso il soprannome della squadra è “Los armeros”. Durante la Prima Guerra Mondiale, per dire, con la Spagna neutrale, chi tra Imperi Centrali o Alleati aveva bisogno di pistole e quant’altro spediva alcune delle sue centinaia di migliaia di commesse a Eibar, che così si era arricchita non poco. E oggi, ad ogni gol segnato in casa nel piccolo stadio di Ipurua, parte la sirena delle officine.

Un bel progetto, questo modello di auto-sostentamento, destinato però a crollare quasi subito, visto che il primo campionato dei baschi nella Liga si era concluso con la retrocessione, in una stagione in cui ad indossare la magliaazulgrana era stato, segnando pure 6 gol, anche il nostro Federico Piovaccari, il primo dei due italiani a giocare per l’Eibar (l’altro, Simone Verdi, per pochi mesi nel 2015). Favola finita? Macchè, poche settimane dopo il termine del campionato l’Elche, salvatosi sul campo, era stato declassato per irregolarità finanziarie: Eibar ripescato e di nuovo tra i grandi.

LaPresse

José Luis Mendilibar

Rientrato nella Liga dalla finestra, il club armero ha così potuto finalmente darsi una certa continuità: per fare tutto questo, però, ci voleva un allenatore un filo meno implume di Garitano, uno più smaliziato, uno che conoscesse l’ambiente e la Liga. In sostanza, ci voleva José Luis Mendilibar, l’attuale tecnico dell’Eibar. Più che conoscerlo, l’ambiente, ci ha proprio vissuto dentro, lui che è di Zaldibar, piccolo borgo della provincia di Bilbao ma confinante con la cittadina armera, e che di quel club era stato già sia giocatore che allenatore in una precedente tappa. Uno che dice le cose pane al pane, uno che in carriera ha diretto squadre che tendenzialmente lottavano per salvarsi nella Liga o per la promozione in Segunda Divisiòn, più un’avventura in un mediocre Athletic Bilbao conclusasi con un esonero dopo una decina di partite, nel 2005.

Di Mendilibar prosperano in rete video in cui si infuria con i suoi giocatori durante gli allenamenti o durante le partite, eppure è un atteggiamento che ai calciatori piace. In fondo è quello che si prospetta loro una volta che accettano di giocare nell’Eibar: pochi fronzoli, se ti va bene ok, altrimenti nessun problema, quella è la porta e amici come prima. “Non potrebbe allenare una big”, ha ammesso un suo giocatore che ha preferito rimanere anonimo. “Troppo diretto, le stelle di una squadra non lo accetterebbero mai”. Anche in quanto a comunicazione, siamo agli antipodi rispetto a un certo politicamente corretto diffuso nell’ambiente. “Messi? Bello stronzo, lui. In campo sa bene quando riposarsi e quando deve partecipare al gioco. Si stancherebbe di più stando seduto in tribuna, se gli dessero un giorno libero”. A Ivan Ramis, suo pretoriano della difesa, centralone vecchio stampo, dopo l’indimenticabile 3-0 rifilato al Real Madrid il 24 novembre 2018, forse la vittoria più prestigiosa in 80 anni di storia del club: “Non sa correre veloce, né avanti né indietro, ma è sempre posizionato bene, potrebbe giocare in sedia a rotelle”.

Duro ed esigente da un lato, ma capace di fare gruppo come pochissimi. Non è raro vedere Mendilibar, infatti, a un tavolo con un mazzo di carte assieme ai suoi ragazzi dopo averli cazziati pochi minuti prima, durante l’allenamento, o nelle trasferte in pullman. Così come non è raro vedere il tecnico fare la spesa da solo in qualche centro commerciale della zona, come una persona qualsiasi, o mangiare in qualche ristorante gestito da amici come il “Basaguren” vicino al passo di Urkiola.

José Angel (LaPresse).

In campo, niente ricami: 4-4-2, in base alla situazione può esserci una variazione con il 4-2-3-1 o al massimo il 4-3-3. Altri ingredienti: pressing feroce, che può portare anche a poca lucidità nella mira, lo stadio di casa, il piccolo Ipurua (7mila posti, ma in fase di ampliamento, si vede passando dall’autostrada) come fortino per raccattare più punti possibili, una spiccata tendenza a schierare trentenni piuttosto che ragazzini, salvo qualche eccezione. Eppure da sei anni a questa parte sta funzionando.

 

Come al militare

Stipendi faraonici? Neanche a parlarne, tra giocatori e allenatore il budget salariale non arriva ai 37 milioni lordi (Messi da solo dal Barcellona ne prende circa 100 all’anno) ed è il più basso della categoria: la città, d’accordo, è quella che è, e infatti qualcuno come l’attaccante Sergi Enrich (il più pagato della rosa, 1.4 milioni a stagione) vive a Bilbao, a mezz’ora di macchina, ma per il resto è una specie di mini-naja, un mini-servizio militare, in cui i benefit sono ridotti, tranne quello di far parte di una squadra della Liga, che comunque non è poco.
E per rimanerci, in questa benedetta Liga, l’Eibar ha operato in maniera semplice: cercare di non spendere più soldi di quelli che entravano, e se qualcuno voleva uno stipendio troppo alto pazienza, lo si lasciava andare anche gratis e si trovava qualcun altro di economico al suo posto. Ultimo caso, di qualche settimana fa, il cileno Fabian Orellana, il cui contratto scadeva il 30 giugno, ma che aveva già trovato un accordo con il Valladolid. Arrivederci e grazie, nonostante fosse il miglior marcatore stagionale della squadra con 8 gol. Salvezza ottenuta senza di lui, ma arrangiandosi con gli altri.

In questo la strategia del club basco ricorda davvero quello di certe avventure di Football Manager, in cui bisogna essere accorti nello scandagliare situazioni al limite, alla periferia del pallone, e approfittarne, comprare a poco e vendere, se possibile, a molto: il cileno arrivava da una cattiva esperienza con il Valencia ed era stato acquistato per 400mila euro dopo un periodo in prestito. Ha fatto più che bene, ma il mercato ha deciso per lui. “Fabian è un piccolo bastardo, devi capire come prenderlo altrimenti ti manda al diavolo e allora lo perdi”: sentenza-ritratto di Mendilibar su Orellana, sempre tornando al rapporto diretto tra l’allenatore di Zaldibar e i suoi ragazzi.

Per un Orellana che va via a zero ci sono altri giocatori che, comunque, hanno generato sontuose (e concrete) plusvalenze: il centrale francese Florian Lejeune, scartato dal Manchester City, comprato a 1.5 milioni e venduto al Newcastle a 10, oppure il terzino destro Ruben Pena (200mila euro per prenderlo dal Leganes e finito al Villarreal per 8 milioni) e il metronomo Joan Jordan, pagato un milione (era all’Espanyol) e attualmente al Siviglia dopo che il buon Monchi ha deciso di sborsare 14 milioni per lui. Tutti soldi con cui si è ampliato lo stadio Ipurua, che rimane minuscolo, incastonato tra le case e le montagne, ma non più così piccolo, o con i quali si è rinnovato il centro sportivo di Atxabalpe, invero assai spartano, situato nella cittadina universitaria di Arrasate/Mondragòn, sempre nella provincia di San Sebastiàn.

Charles Dias  (Photo by David Ramos/Getty Images)

Da sei anni l’Eibar tira avanti così: da un lato lancia giocatori pescati dalla Segunda Divisiòn, anche da squadre sulla carta mediocri, come il gigantesco portiere serbo Dmitrovic, acquistato per un milione dal piccolo Alcorcòn, oppure letteralmente li rigenera, e in questo caso l’esempio più clamoroso è quello di Pedro Leon. Con Mendilibar al Valladolid era diventato uno dei giovani più interessanti di Spagna prima di finire al Getafe e in seguito immusonito al Real Madrid, a cui avrebbe addirittura intentato una causa per mobbing. E dove era diventato celebre suo malgradoper una sorta di trollata di José Mourinho, l’allora tecnico dei blancos, in conferenza stampa: “Voi giornalisti invece di chiedermi chi gioca domani in Champions mi domandate di Pedro Leon”. All’Eibar, dove è arrivato a parametro zero nel 2016, è tornato un fattore; certo ora ha 33 anni, ma con i suoi calci piazzati ha contribuito a più di una vittoria.

Oppure, e qui sfioriamo l’avanspettacolo, l’esterno Takashi Inui: già, un giapponese in una cittadina operaia dei Paesi Baschi? Ebbene sì. Acquistato per 300mila euro dall’Eintracht Francoforte, sempre seguito dal solito codazzo di giornalisti, non ha mai imparato una parola di spagnolo, posta sui social sempre e solo in giapponese. Vive per conto suo, se c’è una cena di squadra preferisce non presentarsi, in campo segue fin troppo pedissequamente le indicazioni basiche che riceve, ma Mendilibar lo perdona (“Per essere giapponese è molto simpatico” e “Tecnicamente è un fenomeno”). Anzi, l’ha rivoluto dopo che era stato ceduto al Betis Siviglia, dove non aveva legato né con l’allenatore Quique Setièn né con la città.

(Photo by Fran Santiago/Getty Images)

In cima alla piramide, una donna, la presidentessa Amaia Gorostiza, che afferma: “Non dobbiamo perdere di vista da dove veniamo: il giorno che questo succederà inizierà il nostro declino”. A decidere su tutto l’aspetto economico, il direttore sportivo Fran Galagarza, ex proprietario di una ditta di corrieri postali mollata per diventare allenatore nelle categorie inferiori. “Prima di decidere se investire su un giocatore valutiamo diversi aspetti: come si prepara nel riscaldamento, come esulta, persino quale macchina possiede”, spiega.
“Un altro calcio è possibile”, si legge su una targa che separa gli spogliatoi di Ipurua dal campo di gioco. Il caso-Eibar, studiato anche nelle università, lo dimostra. Fino al prossimo miracolo.

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