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Guardiola e la crisi del quarto anno

By 23 Novembre 2019

Guardiola è rivoluzione ed evoluzione e la stagione peggiore della sua carriera si spiega con una impossibilità del Manchester City di evolversi ulteriormente

Conoscendo il tipo, Pep Guardiola avrà approfittato della sosta della nazionale per chiudersi nel suo ufficio a studiare nuove soluzioni alla crisi del suo Manchester City. Altro che riposo, l’immagine che abbiamo dell’allenatore catalano, per come ci è stato raccontato dai suoi biografi Guillem Balague e Martí Perarnau, è quella di un uomo letteralmente ossessionato dal calcio, completamente risucchiato dal suo lavoro, un perfezionista che non lascia nulla al caso e soffre fisicamente quando le cose non girano come dovrebbero.

E non c’è dubbio che Guardiola ora stia attraversando una di quelle fasi in cui poco e nulla sembra funzionare. Mai in carriera, dopo 12 giornate, aveva raccolto così pochi punti: 25, poco più di 2 a partita, con tre sconfitte e 13 gol subiti. Il quarto posto in classifica a -9 dal Liverpool e la sconfitta di Anfield che non ha fatto che confermare le impressioni di inizio stagione sembrano togliere ogni significato al prosieguo della Premier del City, e lo spettro di una stagione di sofferenza dopo la grande abbuffata dell’anno scorso comincia a materializzarsi.

Eppure, se si analizza la traiettoria professionale di Guardiola, è difficile restare stupiti da ciò che sta accadendo al City. La storia dell’allenatore catalano sembra ripetere ciclicamente uno schema piuttosto ben definito, a prescindere dal contesto ambientale in cui opera. In un recente articolo del Guardian, Barney Ronay ha preso in prestito il lessico biblico per descrivere tre fasi, «la Genesi, la Rivelazione e l’Esodo. La prima di queste è la fase della costruzione, quando i suoi metodi vengono applicati, nuovi sistemi messi all’opera, gli incidenti di percorso affrontati (per un periodo, nella sua prima stagione al City, Guardiola ha letteralmente disegnato un punto bianco sul campo d’allenamento per indicare la posizione in cui voleva che Raheem Sterling stesse). La seconda è il periodo dell’Alto Pep, quei momenti dorati in cui la squadra funziona alla sua tonalità perfetta. L’ultimo step è il periodo dell’addio, un processo di abbandono che coinvolge tanta energia emotiva in tutti gli attori».

(Photo by Nathan Stirk/Getty Images).

Secondo Ronay, l’esperienza di Guardiola al City sarebbe arrivata a quest’ultima fase, ed è difficile dargli torto. Lo dicono diverse sensazioni, ma più di tutte lo dice la storia dell’allenatore, che non è mai sopravvissuto a una quarta stagione sulla stessa panchina. Al Barça lasciò esattamente dopo quattro anni, conquistando soltanto una Coppa del Re nella sua ultima annata e perdendo la sfida interna con José Mourinho.

Proprio questo confronto, andato avanti per tre anni, finì per sfibrare Guardiola, che lasciò il Barcellona visibilmente invecchiato rispetto al suo arrivo da allenatore della prima squadra, appena quattro anni prima. Capelli bianchi e sempre più diradati, volto tirato, fisico sempre più magro. Come racconta Paolo Condò in I duellanti, Guardiola patì tantissimo un rivale che portava lo scontro fuori dal campo, lì dove lui si sente a suo agio, conducendolo per mano in una sfida mediatica a cui non era né preparato né interessato.

(Photo by Alex Pantling/Getty Images)

In Premier, Pep ha trovato un rivale diverso, uno con cui confrontarsi solo ed esclusivamente sul piano tattico e calcistico. Klopp è probabilmente l’avversario che Guardiola ha sempre desiderato, quello in grado di costringerlo a spingere il suo calcio ogni volta oltre il limite. Klopp è stato nelle ultime stagioni la benzina dell’irrequietezza mentale di Guardiola, un uomo che non riesce mai a smettere di pensare, a rinunciare ad elaborare nuove soluzioni, a far progredire le sue idee.

Guardiola è rivoluzione ed evoluzione, di certo non è conservazione. Rivoluzione lo è stato a Barcellona, quando ha portato un’idea diversa e dirompente nel mondo di calcio, e lo è stato anche all’inizio della sua avventura al Manchester City. Una rivoluzione che non ha toccato solo le sue squadre ma tutto il contesto in cui si trovava a lavorare. Durante gli ultimi Mondiali, mentre l’Inghilterra si avviava al suo miglior risultato dal 1990, girava un gioco affascinante che ricordava come la Spagna avesse vinto i Mondiali nel 2010, quando Guardiola allenava in Liga, e che la Germania l’avesse fatto nel 2014, quando Pep era al Bayern. L’Inghilterra alla fine è arrivata quarta, non ha vinto il Mondiale, ma l’influenza di Guardiola sul calcio inglese resta comunque evidente esattamente come lo è stata su quello spagnolo e forse in minor misura su quello tedesco.

(Photo by Michael Regan/Getty Images)

Evoluzione lo è sempre. Lo è stato al Barcellona, quando ha cambiato modulo provando la difesa a tre o si è inventato Messi al centro dell’attacco, e al Bayern, dove ha rinunciato al dogma dello spazio come unico centravanti perché ha scoperto che esistono centravanti come Robert Lewandowski che meritano di prendersi il loro spazio. Lo è stato al City dove ha dovuto cambiare il suo stile di gioco, in particolar modo accelerando le fasi di transizione difesa attacco (prendete la famosa regola dei 15 passaggi e metteteci sopra gli schemi coi lanci lunghi di Ederson, per avere un esempio estremo di ciò di cui stiamo parlando), rendendo più frenetico il moto della sua squadra, rinunciando all’ossessione per la precisione del tocco in favore di un ritmo più idoneo a un certo tipo di avversario.

Ora, se si guarda al di là dei risultati, il problema sembra proprio essere che al City Guardiola non riesce più a evolversi, non riesce più a trovare una chiave per variare ancora qualcosa. Ha già ottenuto il massimo possibile dai suoi giocatori (basti vedere quello che ha fatto con Raheem Sterling), ha messo centrocampisti e trequartisti a fare i terzini (prima Delph e poi Zinchenko), ha portato Kevin De Bruyne a esprimere tutto il suo straordinario potenziale.

E ora? Cosa resta? In un contesto del genere, probabilmente, la cosa migliore sarebbe conservare, ma Guardiola non è fatto per conservare. Se non ha qualcosa da trasformare perde gli stimoli e a furia di trasformare rischia persino di esagerare. L’ha fatto, per esempio, quando ha deciso che non c’era bisogno di sostituire Kompany perché Fernandinho sarebbe diventato un ottimo centrale di difesa: il risultato è che il City ora ha solo tre centrali di ruolo e che gli infortuni in serie nel reparto arretrato hanno generato una serie di scompensi tattici che hanno influenzato tutto il gioco della squadra.

(Photo by Alex Pantling/Getty Images)

Dobbiamo allora pensare che il City sia già nel bel mezzo del ramo discendente della sua parabola? Dobbiamo aspettarci che Guardiola cambi aria già a fine stagione e che lo faccia senza aver conquistato nemmeno un titolo? Sono tutti scenari plausibili, ma forse è ancora piuttosto prematuro delinearli. L’anno scorso, il City chiuse il girone d’andata con tre sconfitte, al terzo posto, con 7 punti meno del Liverpool.

Quest’anno la situazione è molto simile e mancano ancora 7 giornate al giro di boa del campionato. Può darsi che il City perda ancora terreno o che ne inizi a recuperare un po’ su un Liverpool che finora ha messo insieme 11 vittorie e 1 pareggio, un ruolino di marcia veramente impressionante, forse ancora più anomalo rispetto alla partenza negativa della squadra di Guardiola. Può darsi persino che alla fine il City molli il campionato e si concentri solo sulla Champions. Perché se contano ancora i trofei – e non c’è dubbio che contino – e se c’è ancora un limite oltre il quale spingersi, questo non può che essere il traguardo europeo. Che Guardiola non ha mai più raggiunto da quando ha lasciato Barcellona.

Gabriele Lippi

About Gabriele Lippi

Gabriele Lippi nasce a Cagliari nel 1984. Ama lo sport più del calcio, il cinema, i gatti, la birra, l'Africa e la gente che è capace di sorridere senza doversi sforzare e piangere senza vergognarsene. Curioso per natura, ha scelto di farne una professione. Ha scritto e scrive – tra gli altri – per Esquire.it, Wired, GQ.com, Vanity Fair, Rivista 11, Lettera43 e Letteradonna.

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