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Harald Schumacher, il Piccolo Hitler

By 12 Maggio 2019
Harald Schumacher

Una sua uscita spericolata nei Mondiali del 1982 mandò in coma il francese Battiston. E Le Figaro decise di incoronarlo come il tedesco più odiato di tutti i tempi

Quella frase l’ha investito come un pugno in pieno stomaco. Poche parole che vogliono dire tanto, forse tutto. Sillabe che si aggrappano ad altre sillabe e zavorrano la speranza. Lettere sputate dietro altre lettere che trasformano i sogni in occasioni buttate alle ortiche.

Harald Schumacher se l’è sentito dire dritto in faccia, senza inutili giri di parole. Occhi estranei che si incastrano nei suoi. Voci imbarazzate che si puliscono le scarpe sullo zerbino delle sue illusioni. Labbra indifferenti che lo mettono con un muro dietro le spalle e con una sentenza davanti alla faccia.

Gli hanno detto che non era abbastanza bravo. E che non lo sarebbe mai stato. Gli hanno detto che non possedeva una delle poche cose che al mondo non si possono comprare: il talento. Arrivederci e grazie, non ci servi.

Harald ha annuito ma non ha abbassato il capo, ha stretto le mani degli osservatori mentre il rumore del suo mondo che implodeva e gli franava addosso sovrastava le loro frasi di circostanza. Poi ha infilato i guantoni e ha ripreso ad allenarsi

Uscite, rinvii, e palloni bloccati.
Sempre con maggiore intensità.
Uscite, rinvii e palloni bloccati.

Ogni sacrosanto giorno che il Signore mandava sulla Terra. Con il sole pallido di Germania che gli intiepidisce la pelle o con la faccia che affonda nella neve gelida. Un menù senza troppe variazioni che Harald si vede servire tutti giorni sotto l’occhio attento di sua madre. Un menù che ha migliorato il suo gioco e ha peggiorato il suo carattere. Un menù che ha dato i frutti sperati.

A diciotto anni Harald Schumacher è una cascata di boccoli biondi da arcangelo Gabriele che sovrasta un fisico da dio pagano. A diciotto anni Harald Schumacher è il portiere del Colonia. Di un Colonia che in campionato si è fermato a una distanza astrale dal Bayern Monaco ma che ha voglia di crescere in fretta. E per farlo ha scelto lui, il portiere spaccone che nelle mani ha l’acciaio.

L’infortunio all’estremo difensore Gerhard Welz gli spalanca la porta dei “Caproni” della Renania per qualche partita. Le sue prestazioni gliela affidano a tempo indeterminato. Basta qualche giro di lancette per far stropicciare gli occhi a tutta la Germania. Basta qualche match perché tutta la Bundesliga si accorga di quel talento cristallino che alla fine degli anni Sessanta era sfuggito a quegli osservatori.

Harald consuma le mani degli spettatori con una serie di parate da applausi. Partita dopo partita, intervento dopo intervento. In poco tempo gli addetti ai lavori lo incoronano come erede designato di una leggenda vivente come Sepp Maier. Un nome che solo a pronunciarlo si pecca di lesa maestà. Una leggenda vivente che con il Bayern Monaco aveva collezionato cinque Meisterschale, quattro Coppe di Germania, una Coppa delle Coppe, tre Coppe dei Campioni e una Coppa Intercontinentale. Oltre alla Coppa del Mondo che aveva chiuso in bacheca con la Nazionale tedesca.

Un paragone pesante, un paragone che avrebbe messo pressione a tutti. A tutti tranne che a lui. «Se io sono come Maier? Lui non è il migliore. Il mio idolo è Toni Turek, il più bravo di tutti». E Toni Turek non è un portiere come tanti. È il portiere che ha vinto il Mondiale con la Germania Ovest nel 1954. Uno degli eroi di Berna. Uno degli uomini che sono riusciti nell’impresa di battere l’Ungheria di Puskás.  Un’impresa che neanche le voci su qualche rinforzino chimico infuso nei muscoli tedeschi erano riuscite a scalfire.

Ma più passa il tempo, più ad Harald questi paragoni cominciano ad andare stretti. Lui non ha nessuna intenzione di limitarsi ad interpretare un ruolo. Lui vuole reinventarlo. Schumacher non si sente semplicemente l’ultimo baluardo del Colonia. Lui si sente un templare che custodisce il Sacro Graal, un crociato pronto a tutto pur di vincere la sua personalissima guerra santa. «La cosa più importante è spaventare l’attaccante avversario, intimidirlo. Lui deve pensare che io sono un drago volante, agile come un diavolo. I sedici metri d’area di rigore mi appartengono. La porta è un tempio sacro che devo proteggere».

Sacro e profano che si annodano insieme. Un legno orizzontale retto da altri due legni verticali che diventa un santuario. Un santuario che Harald deve proteggere a tutti i costi. È anche per questo che Schumacher inizia a collezionare trofei. Con la maglia del Colonia alza al cielo uno scudetto e tre coppe di Germania. Con quella della Nazionale dovrà “accontentarsi” di un Europeo, quello organizzato in Italia nel 1980.

Nel Vecchio Continente sono poche le orecchie che non hanno mai sentito pronunciare il suo nome. Un nome che negli avversari incute timore e rispetto. Nazionali e club imparano a conoscere il suo stile. Uno stile impastato di forza fisica e di spavalderia. Uno stile che il mondo intero impara a conoscere in una notte di mezza estate.

È l’8 luglio del 1982. Francia e Germania Ovest si contendono l’accesso alla finale dei Mondiali spagnoli in quella che verrà ricordata come la “Notte di Siviglia”

Il velluto di Platini contro la barba ispida di Breitner.

Quando Harald stringe la palla fra i guanti e la sistema con cura sulla linea dell’area piccola, l’orologio indica che è passato da poco il sessantesimo. Quando stringe la palla fra i guantoni e la sistema con cura sulla linea dell’area piccola, Schumacher ha la faccia pulita e la coscienza sporca. Si gira di scatto, fa qualche passo indietro mentre con la mano invita i suoi compagni a salire. È tranquillo, naturale, spontaneo. Come se dagli spalti del Ramón Sánchez Pizjúan non gli stesse piovendo addosso di tutto. Una grandinata di insulti, improperi e minacce che scroscia rumorosamente contro il suo volto. Una grandinata di insulti, improperi e minacce che avrebbe mandato al tappeto chiunque. Chiunque tranne lui. Chiunque tranne il portiere della nazionale tedesca.

Harald aspetta impaziente il fischio dell’arbitro per ricominciare a giocare. Come se non fosse successo niente. Come se a un paio di metri da lui un avversario non stesse lottando per portare a casa la pelle. Come se a un paio di metri da lui un avversario non stesse lottando per portare a casa la pelle a causa di un suo intervento.

Qualche secondo prima le Roi Michel aveva alzato lo sguardo e aveva lanciato un pallone in avanti. Un passaggio preciso, un’apertura soffice verso sinistra, un pallonetto zuccheroso che aveva cariato una difesa abituata ad addentare le caviglie. Patrick Battiston non deve far altro che correre.

E Patrick Battiston corre.
Corre come non aveva mai fatto prima.
Corre verso la porta della Germania.
Corre veloce verso il suo appuntamento con la storia.

Battiston lascia il campo in barella dopo lo scontro con Schumacher.

Trenta metri più avanti Harald si piega sulle ginocchia mentre mezzo stadio si alza in piedi. Tutti pronti per esultare. Tutti pronti per abbracciarsi. Tutti pronti per celebrare l’accesso alla finalissima. A Schumacher basta un’occhiata per capire quello che deve fare. Gli basta un secondo per capire che non può far altro che correre in avanti.

Un passo. E vede Battiston avvicinarsi al limite dell’area di rigore.
Due passi. E sente la porta spalancarsi alle sue spalle.
Tre passi. E tutto quello che spera di non sentire è il boato del pubblico.

Patrick Battiston rallenta e prende la mira, rallenta e spedisce il pallone verso l’angolino destro con un tocco morbido. Lui, il difensore che si traveste da numero dieci. Lui, il panchinaro entrato da appena cinque minuti che si prepara a sfilare sugli Champs – Élysées. Schumacher è in ritardo. Non può far altro che guardare la sfera di cuoio che lo scavalca e che plana verso la sua porta. È allora che Harald chiude gli occhi. Chiude gli occhi e balza in avanti come un leone. Un leone ferito. Un leone che ha paura di assistere al suo declino.

L’anca del tedesco contro la faccia del francese.  Il fiato che si spezza al centro della gola. L’anima pronta a fuggire da quella corazza di carne e muscoli.

Patrick Battiston non ha neanche il tempo di guardare il pallone uscire a qualche centimetro dal palo. L’unica cosa che si ricorda, prima di sprofondare con il viso contro l’erba, è quella strana sensazione. Una sensazione di privazione. Come di due denti che evadono dalla bocca senza apparente motivo. Poi solo buio.  Buio che ha il sapore della paura, buio che ha l’odore di sangue misto a sudore.

Harald Schumacher

Secondi che assomigliano a ore. Minuti che sembrano ere geologiche. Un silenzio assordante inghiotte Siviglia mentre i 45mila cuori del Ramón Sánchez Pizjúan cominciano a rallentare all’unisono.

Patrick Battiston è inerme al centro dell’area tedesca. La sua faccia nascosta dai ciuffi d’erba verde. Il suo respiro che si fa irregolare. I suoi sensi che si affievoliscono secondo dopo secondo. Gli spasmi scuotono il suo corpo fino a farlo girare sulla schiena.  Poi più niente. Fermo, mentre dalla panchina lo staff medico si mette a correre con un secchio d’acqua in una mano e una spugnetta nell’altra. Immobile, mentre qualche suo compagno gli infila qualche falange in bocca per evitare che possa soffocare. Senza respiro, mentre la vita e la morte si contendono il suo corpo avvolto in una maglietta di cotone blu.

Per qualcuno Battiston è morto sul campo. Per altri è semplicemente svenuto dopo essersi spezzato la schiena. I medici sistemano il francese sulla barella, Il tedesco Foerster scuote la testa, Platini stringe la mano del compagno come se volesse trasmettergli un soffio della sua anima. Sul campo in molti faticano a trattenere le lacrime. Non Schumacher. Non l’uomo che non vede l’ora di ricominciare a giocare. Non l’uomo che solo un’ora più tardi addomesticherà i rigori di Bossis e di Six, regalando alla sua Germania la finalissima contro l’Italia.

Negli spogliatoi le squadre vengono raggiunte dalla notizia che Battiston è in coma. È in coma ma comunque fuori pericolo. Schumacher è fra i pochi ad aver voglia di parlare. Schumacher è l’unico a perdere una buona occasione per risparmiare un po’ di fiato. «Battiston ha perso due denti? Può stare tranquillo, gli regalerò una dentiera d’oro». Un rospo che i francesi non sono disposti a ingoiare. Il giorno seguente il prestigioso “Le Figaro” chiese ai suoi lettori di incoronare il tedesco più odiato di tutti i tempi. E Adolf Hitler dovette accontentarsi del secondo posto.

Harald Schumacher

Dopo un paio di giorni Battiston si risveglierà dal coma. Ma quella non sarà l’unica uscita a vuoto di Harald. Quattro anni più tardi vanno in scena i Mondiali messicani. E gli occhi di tutto il mondo sono puntati sul portiere della nazionale tedesca. In Messico Harald si diverte ad andare in giro vestito da cowboy. Ma quando bisogna fare sul serio è il primo a dare l’esempio. Si presenta agli allenamenti un’ora prima dei suoi compagni. E mentre loro sono già sotto la doccia lui è ancora a sudare in campo. In partitella gioca come se si trattasse di una gara a eliminazione diretta. Respinge, blocca e, ogni tanto, ci va giù pesante.

Ne sa qualcosa Matthias Herget, che per un tackle del suo portierone rimedia una forte contusione al ginocchio. «Non esiste differenza fra allenamenti e competizioni. A parte che negli allenamenti non mi pagano» risponde ai cronisti che lo incalzano. «Battiston? È diventato famoso dopo l’incidente. Io già lo ero». In molti cominciano a essere stanchi di quel suo carattere burbero che la stampa internazionale paragona a quello di un “orso rabbioso”. «Macché – rispondono i suoi amici – a carnevale canta nel gruppo folcloristico “I Burloni” ed è divertentissimo».

Sarà, ma gli unici a non ridere sono i tifosi tedeschi. Fra alti e bassi la Germania riesce a qualificarsi per la finale. Un appuntamento al quale, solo quattro ore più tardi, si autoinviterà anche l’Argentina di Diego Armando Maradona. Prima della partita Harald se ne sta in disparte e prova a concentrarsi. Sa che quei novanta minuti sono un’occasione troppo ghiotta per coagulare quella ferita che gli era stata incisa addosso quattro anni prima. Una ferita che aveva consegnato all’Italia il titolo di Campione del Mondo. Una ferita che l’aveva portato a rifiutare la stretta di mano del presidente della Repubblica Sandro Pertini.

Harald Schumacher

Quarantotto mesi dopo Harald Schumacher è convinto che il suo momento sia finalmente arrivato. Tutta la Germania ne è convinta. Soprattutto perché Lothar Matthäus riesce ad addomesticare il “Pibe de oro” fin dal calcio d’inizio. L’illusione è intensa ma breve. Al 23’ Jorge Burruchaga mette in mezzo una punizione dalla destra, la contraerea tedesca rimane con i piedi piantati per terra mentre Harald si lancia in un’uscita. Un’uscita a vuoto. Un’uscita insensata. Un’uscita che fa scorrere un brivido lungo la schiena di tutta una Nazione. Schumacher non va nemmeno vicino al prendere il pallone. Un pallone che sbatte sulla testa di Brown e finisce in rete. Il difensore argentino si inginocchia a qualche metro dalla bandierina del calcio d’angolo e alza le braccia al cielo. È incredulo, senza parole. Lui che quella finale non doveva neanche giocarla. Lui che era sceso in campo solo perché il “Re della difesa” Daniel Passarella era stato colto dalla “maledizione di Montezuma”.

Un gol più pesante del piombo. Un gol che spedisce il portiere della Germania dietro la lavagna con il cappello d’asino. Un gol al quale seguirà quello siglato da Jorge Valdano. Le reti di Karl-Heinz Rummenigge e di Rudi Völler sono buone solo per rinfocolare le illusioni. Illusioni che Burruchaga spegnerà una volta per tutte a sette minuti dalla fine grazie a un gol in contropiede.

Delusione che si addiziona a delusione. Cicatrici che si sommano a cicatrici.

Harald è stanco, è svuotato, è sfibrato. Pochi mesi dopo quel Mondiale si sfila i guanti e comincia a pigiare forte sui tasti di una macchina da scrivere. Pagine riempite di inchiostro nero, fogli su fogli che vanno a formare “Anpfiff”, “Fischio d’inizio”. Non una biografia qualsiasi.

Harald SchumacherUn libro in cui denuncia la massiccia presenza di doping nel calcio tedesco. «Un giocatore del Bayern Monaco – racconta – era da noi addirittura definito “farmacia ambulante”». Harald parla di sciroppi per la tosse a base di efedrina. Una sostanza che «stimola l’aggressività e aumenta le resistenza», una sostanza che dopo essere entrata in circolo lascia gli atleti «completamente sfiniti per giorni» e che non gli consente «di prendere sonno nonostante la stanchezza».

Il portiere parla di un esercito di medici al seguito della Nazionale durante i Mondiali messicani. Medici che obbligavano i calciatori a mandare giù «tre litri di bevande giornaliere», bibitoni che secondo lui avevano portato la dissenteria nel ritiro della selezione tedesca. Bevande alle quali seguivano pasticche. Caramelle farcite di ferro, magnesio e vitamine. «Accanto al tavolo dove di solito ero seduto con i compagni Allofs, Littbarski e Rolf, c’è una palma. Tra due anni ci crescerà una vite. Infatti molte di quelle pasticche di ferro le buttavamo in quel terreno».

Senza contare le punture. Quasi tremila in ventinove giorni. Punture che il professor Liesen avrebbe effettuato di persona. «Liesen mi consigliò anche delle pasticche per poter dormire, ma la sua spiegazione non fu convincente. Contro l’insonnia mi prescrivo da solo da uno a tre boccali di birra. Perché non dare alcolici al posto di sonniferi? Dopo un rifiuto iniziale è stata accettata questa mia particolare terapia».

Ma ad Harald tutto questo non bastava. Non poteva bastare. Harald decide di fare nomi e cognomi, di puntare il dito contro i giganti del calcio tedesco. «Come già nell’82 e nell’84 Rumenigge in Messico era nuovamente infortunato. Questa volta, però, non solo fisicamente ma anche psicologicamente. Era ormai evidente che soffriva di manie di persecuzione. Lo stesso Beckenbauer ha poi fatto notare in una intervista che a momenti i suoi occhi e le sue orecchie erano sulla nuca. Un modo per dire che era ossessionato dal suo passato e incapace di guardare in avanti».

Harald Schumacher

Il libro diventa un successo internazionale. Un bestseller da un milione di copie che mina la credibilità del calcio tedesco e che manda su tutte le furie il Palazzo. Harald la deve pagare. E cara. Quel portiere spaccone deve perdere la voglia di uscire a vuoto. Per qualche tempo il Colonia e la Federcalcio si palleggiano il suo caso. Nel 1987 il suo club lo mette alla porta. Quella d’uscita. Poco dopo anche la Nazionale si adegua e gli dà il benservito.

«Stanno facendo di tutto perché io me ne vada all’estero. Se per caso dovessi restare in una squadra tedesca, la gente che viene allo stadio mi applaudirebbe e chiederebbe a gran voce il mio reinserimento in nazionale. Allora sarebbe un grande problema. Ed è un rischio che la Federazione non vuole correre. Mi sento solo un po’ vittima. Il nostro è un mondo di bacucchi e parrucconi in cui puoi parlar male di tutti purché tu non lo faccia a voce alta».

Schumacher si accasa allo Schalke 04. Una stagione complessa. Una stagione della quale avrebbe fatto volentieri a meno. A fine anno il Fenerbahçe gli recapita un’offerta che non si può rifiutare. Harald carica moglie e figli sull’aereo e vola in Turchia. A Istanbul ha tutto: una villa con vista mozzafiato, una macchina da sogno e soldi. Tanti soldi. Ma tutto questo non serve a riempire il suo mondo. Harald sente di avere ancora qualcosa dentro, sente di poter giocare ancora per obiettivi importanti. Harald sente che gli manca la sua casa, la sua Germania. La stessa Germania che l’aveva degradato ed esiliato.

Un sogno che riesce a coronare nel 1991, quando una serie di infortuni decima i portieri del Bayern Monaco. I bavaresi si guardano intorno e si ricordano del vecchio Schumacher. L’estremo difensore firma un contratto a gettone e riesce a mettere insieme otto misere presenze. Otto misere presenze che sono l’anticamera per l’oblio. Ma proprio quando Harald sembrava diventato un pezzo da museo, ecco il che Borussia Dortmund lo ingaggia come preparatore dei portieri.

Harald non difende più il suo tempio sacro, ma può continuare a vivere di calcio. Almeno fino alla primavera del 1996. È il 18 maggio quando Schumacher entra in campo a due minuti dalla fine nella gara contro il Friburgo. Due minuti che non cambiano il risultato ma che sono sufficienti a fargli stringere fra le mani, a 42 anni, il suo secondo Meisterschale. Un trofeo che sarà un trattato di pace con la sua Germania.

Foto: Getty Images.

Andrea Romano

About Andrea Romano

Andrea Romano è nato nel giorno in cui van Basten ha esordito con la maglia dell'Ajax. Giornalista, scrive di sport per quotidiani e riviste. I suoi ultimi libri sono "Manicomio Football Club" e "Cantona - The King".

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