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Sepp Maier, il portiere che si trasformò in clown. Forse

By 23 Aprile 2019

Secondo la leggenda, dopo il ritiro, l’estremo difensore si unì a un circo. Un pagliaccio segreto come Helmut Dorque, uscito dal genio di Jerry Lewis

Uno come Sepp Maier, il grande portiere tedesco degli anni Settanta, oggi non potrebbe esistere, visto che il calcio moderno, specie in Europa, ha trasformato i calciatori in omogeneizzati insapori, in star usa e getta, in prodotti uguali come le loro dichiarazioni da comitato di partito.

Maier era agilità, estro, esplosione, ferocissimo nelle uscite alte, la sua mascella squadrata come una finestra che dà sulle fabbriche è il segno di una Germania che non rinuncia alla parte razionale, i suoi riccioli invece rappresentano l’Es, la clownerie, l’istinto e lui, Peppino da Metten, paesino della Baviera, prima di Pfaff o Higuita, è stato il portiere più imprevedibile e divertente mai visto.

«Io non sono un clown, ma una persona seria che vuole anche divertirsi», ha detto il giorno del suo settantacinquesimo compleanno, a febbraio. Di lui si sussurra, senza prove certe, che sia stato per un breve periodo, dopo aver smesso di giocare, un vero clown nel circo Krone di Monaco di Baviera, circo che proprio quest’anno ha compiuto cento anni dalla fondazione.

Sepp Maier, allora secondo portiere della Germania Ovest, si allena con la squadra ad Ashbourne nel Derbyshire durante i Mondiali del ’66 in Inghilterra.

C’è un altro clown fantasma come lui, meno conosciuto però, è il tedesco Helmut Dorque: in realtà non è mai esistito perché si tratta del personaggio di un film interpretato da Jerry Lewis: The day the clown cried. Un comandante nazista assegna a Dorque il compito di sollevare l’umore dei bambini ebrei prima di salire sui treni diretti ai campi di sterminio, dietro la promessa di una revisione del suo caso.

Dorque, però, per caso, finisce insieme a un gruppo di bambini su un treno per Auschwitz, una volta in Polonia viene incaricato di accompagnare i fanciulli alle camere a gas. Di questo film, come del lavoro nel circo di Maier, si sa quasi nulla, qualche fotogramma e basta perché Jerry Lewis ha dichiarato prima che, data la sgradevolezza del tema, mai dovrà essere proiettato e comunque, pare, non prima di dieci anni dalla sua morte (avvenuta nel 2017).Sepp Maier e Helmut Dorque, dunque, due clown inesistenti, forse, o quasi, uno comico l’altro tragico, uno a ruzzolare in un’area ludica l’altro a cadere in un campo di sterminio; quanti fantasmi ci sono in Europa, non sanno ancora se devono ridere o devono piangere.

Maier fotografato insieme a Franz Beckenbauer e Bernd Patzke (sinistra) e Freidl Lutz (destra) prima della Coppa del Mondo del 1966.

Sepp Maier ha vinto tantissimo: un campionato del Mondo (1974), un Europeo (1972), tre Coppe dei Campioni, quattro Coppe di Germania, una Coppa Intercontinentale, una Coppa delle Coppe, quattro campionati di Germania, tre volte giocatore dell’anno come poche volte accade ai portieri che per l’Uefa in genere sembra siano sempre un calciatore più o meno.

Lui, il Peppino tedesco, nella leggenda c’entra pure quando la leggenda la subisce. Sono gli Europei 1976, si gioca la finale contro la Cecoslovacchia in Jugoslavia (oggi sembrano nomi inventati da Alice nel paese delle meraviglie), tu vedi un calciatore raffinato e sconosciuto come Antonin Panenka, boemo, che tira a lžíce, cucchiaio, come spesso faceva in allenamento chiuso nella tenebra sovietica scommettendo birra con il portiere.

Il buon Sepp resta incredulo, mica si aspettava che un baffuto comunista facesse una cosa del genere, non ne sapeva niente, lui era rimasto lì, immobile, convinto che Panenka tirasse su un lato come prevede la burocrazia del rigore; insomma pareva più roba per argentini o brasiliani un gesto così astruso e invece capitò che fosse proprio il perito alberghiero a tracciare una inattesa linea dadaista che dallo straordinario e surreale pittore Jindřich Štyrský arrivò ai suoi piedi.

sepp maier

Sepp Maier insieme con la Germania Ovest prima di una partita dei Mondiali del 1970.

Sepp entrò per sempre in un quadro del Novecento, incredulo, per quello che aveva subito; l’uomo dei record (422 partite consecutive) rotolò male tra Jugoslavia e Cecoslovacchia, tornando a casa sconfitto. Resta, però, per tutti Die Katze von Anzing, il gatto di Anzing per la sua spericolata abilità, era fortissimo tra i pali, agilissimo nelle uscite, non lo intimidiva nessun tiro, nessuna incursione, era spavaldo e rassicurante.

«Sono ancora un ragazzino», ha detto più volte con quella sua faccia scanzonata e quei dentoni larghi. Quando prendeva il pallone capitava che salutasse il pubblico con la mano sulla fronte come un militare e la gente rideva, apprezzava perché aveva abbattuto la quarta parete come a teatro avevano fatto Carmelo Bene o Botho Strauss o Peter Handke rivelando al pubblico che il pubblico esiste.

Agli esordi Maier veniva chiamato il Karl Valentin del calcio, ora Valentin è stato il genio assoluto del cabaret tedesco durante la Repubblica di Weimar, uomo di Monaco di Baviera, punto di riferimento della comicità degli anni Trenta e oggi mito della cultura underground non solo tedesca – il nostro Sepp, rappresentate di una mentalità bavarese così aperta e spigliata, ilare e bizzarra, si travestì da Karl Valentin durante uno spettacolo del cantante austriaco Peter Kraus creando una striscia continua tra il grande comico e un giocatore di football.

Sepp Maier

Maier ha avuto tra i compagni di squadra Beckenbauer, austero, distaccato, elegante, sobrio, molto nordico, insomma il tedesco che ti aspetti e che il dimenticato attore Anton Diffring ha più volte interpretato nei film inglesi. Non c’era solo il mitico Franz ma anche Gerd Müller, Hoeness, Breitner, gente irripetibile in un tempo irripetibile con l’Olanda di Cruijff a fondare il calcio come arte.

Il nostro Sepp avrebbe voluto finire di giocare a pallone dopo i quarant’anni, come Zoff o Banks, solo che un giorno d’estate del 1979, sotto la pioggia, mentre stava tornando ad Anzing con l’auto, per evitare una macchina in senso contrario, sterzò e andò in coma: lesioni al fegato, al polmone, emorragie interne, il suo compagno di squadra Hoeness (l’unico a sbagliare rigore nella celebre finale contro la Cecoslovacchia e il cui pallone, secondo le ironiche parole di Beckenbauer, ancora vaga nelle strade di Belgrado) lo fece trasferire in un ospedale più attrezzato rispetto a quello di un paesino poco adatto ai grandi interventi e gli salvò la vita perché senza le cure specializzate sarebbe morto entro un paio di ore, come la ragazza dell’altra auto.

In quel giorno d’estate, in maniera drammatica, ha fine la carriera di Sepp Maier, per colpa della pioggia, della distrazione, della velocità, a quel punto non importava più voler vincere ancora e ancora e ancora. È finita proprio come spesso capita ai clown. Forse nel letto d’ospedale avrà ricordato un altro rigore memorabile, quello di Neeskens.

Sepp Maier

Maier allena Oliver Khan nel ritiro della Germania nel 2004.

Calciatore immenso, potente, tecnico, dinamico era, con Cruijff, il simbolo  dell’Olanda. Il giovane centrocampista calciò centrale il rigore della finale mondiale del 1974 e Maier si tuffò sul lato destro; non fu elegante quel gol, no, anzi, piuttosto rozzo e poco adatto al gioco dell’Olanda, un panno grezzo che non bastò a vincere.

L’anno prima, nel 1973, Maier aveva provato dei guanti con gomma adesiva (inventati da Gebhard Reusch) che avrebbe poi utilizzato per il Mondiale: guanti larghi tanto da essere chiamati Mickey Mouse per richiamare quelli del celebre topo a cui il portiere tedesco somigliava anche nell’abbigliamento per i pantaloncini assai lunghi e larghi.

Gli anni Settanta sono quelli in cui David Bowie si trasforma di continuo sul palco, gli abiti sono essi stessi spettacolo e identità, lo stesso farà Elton John e Maier a suo modo è pop, ha cambiato la vita ai portieri con i guanti, dandogli nuove mani così come Jascin e Zamora hanno creato il ruolo del portiere.

Sepp Maier

Nel 1976, a scudetto ormai vinto, il Monaco di Baviera giocava contro il Bochum, partita facile facile, a un certo punto Maier notò a bordo campo un’anatra, lui allora decise di abbandonare la porta per inseguire il volatile e lanciarsi in un tuffo nel tentativo di afferrarla ma come per i rigori di Neeskens e di Panenka non riuscì nell’impresa e l’animale si allontanò infastidito. Certi portieri son così, come i sogni dei giovani, conoscono solo il mattino.

Foto: Getty Images.

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