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Il Genoa è di nuovo al punto di partenza

By 25 Ottobre 2019

Per il Genoa doveva essere l’anno del raziocinio, della voglia di portare avanti un’idea duratura dopo anni di player trading estremo. E invece, dopo 8 giornate, il progetto di Andreazzoli è già finito. Ora si riparte con un’altra idea di gioco, quella di Thiago Motta. Sarà un azzardo o una intuizione geniale di Preziosi?

Doveva essere l’anno del raziocinio, della voglia di portare avanti un progetto duraturo dopo anni di player trading estremo, caratterizzati da squadre montate in estate, smontate in inverno e riassemblate in fretta e furia per evitare il peggio, cambiando allenatori come fossero paia di calzini. Sembrava finalmente l’alba di una nuova era e invece il Genoa è di nuovo al solito punto di partenza.

Dopo otto giornate oggettivamente senza capo né coda, Enrico Preziosi ha mostrato la porta ad Aurelio Andreazzoli, saltato dopo una sconfitta larghissima contro il Parma proprio come accadde, all’epoca in maniera inspiegabile, a Davide Ballardini non più tardi di un anno fa. Ma se l’esonero dell’ex allenatore di Palermo e Lazio portava con sé un velo di mistero difficile da squarciare, le ragioni che hanno indotto la dirigenza rossoblù a privarsi del mister toscano paiono decisamente più evidenti, tra una fase offensiva mai abbastanza fluida e una difesa costantemente esposta alle intemperie.

Foto LaPresse – Tano Pecoraro.

Quel che invece ha stupito è la scelta del nuovo tecnico, con cui Preziosi prova a dare un calcio alla malinconia, a quegli allenatori sempre tutti uguali, che già a metà dicembre iniziano con la tiritera in stile “Da adesso in poi sono tutte finali”. Dalle parti di Pegli si è rivisto l’incedere elegante di Thiago Motta, che era arrivato in un pomeriggio di metà settembre di undici anni fa per ridare linfa a una carriera che si era arenata a causa dei troppi infortuni.

Adesso che è tornato, forse per saldare quel debito di riconoscenza, l’italo-brasiliano è diventato un meme prima ancora di allenare un minuto, con la voglia di farsi beffe di tutto e tutti che ha preso il là da una dichiarazione senza dubbio a effetto pronunciata poco meno di un anno fa: «Per me la squadra si può leggere anche partendo dalla fascia destra arrivando alla sinistra: che ne dice se giochiamo con il 2-7-2?», disse in un’intervista alla Gazzetta. Tirata fuori al momento giusto, e tagliuzzata a dovere per mettere in mostra solo la parte numerica, è diventata lo spunto per titoli ironici e commenti altrettanto sarcastici.

Il bel video con cui il Genoa ha voluto accogliere il figliol prodigo

Non c’è dubbio che Motta, in questa situazione psicologica e in un momento dell’anno così delicato per il Grifone – all’orizzonte ci sono due sfide interne molto importanti con Brescia e Udinese, intervallate dalla trasferta allo Stadium e seguite da quella del San Paolo -, rappresenti una scommessa rischiosissima.

Non è un tecnico testato ad alti livelli, la sua idea di calcio ci perviene direttamente dalle sue parole, quel che è certo è che nella testa di Motta non c’erano dubbi sul futuro: sapeva che lo avrebbe atteso una carriera in panchina quando ancora scendeva in campo con la maglia del Paris Saint-Germain. «Sono per una filosofia offensiva, d’attacco. Una squadra corta, che imponga il gioco, pressi alta, sappia muoversi insieme, con e senza palla, affinché ogni giocatore abbia sempre tre o quattro soluzioni e un paio di compagni vicino pronti ad aiutarlo. Il difficile nel calcio spesso è fare le cose semplici: controllo, passaggio, smarcamento». Concetti che chiunque sposerebbe, e che dovranno essere visti poi sul campo.

Foto LaPresse – Tano Pecoraro.

Ma Motta troverà una squadra allo sbando, che ha subito 20 reti in 8 giornate di campionato. Dirlo adesso sembra strano, eppure il Genoa era parsa una squadra interessante fino al minuto 94 della terza giornata di campionato: pareggio rocambolesco in casa della Roma al debutto (3-3), mostrando tante lacune difensive e qualche buona giocata offensiva, poi la vittoria di misura (2-1) sulla Fiorentina, in quel momento ancora totalmente frastornata, quindi una partita ripresa per i capelli contro l’Atalanta, prima di soccombere in pieno recupero sugli sviluppi di un missile terra-aria scagliato dal piede di Duvan Zapata.

Lì si è sgretolato il Genoa, che molti pensavano di vedere con il rombo tanto caro ad Andreazzoli nella cavalcata promozione alla guida dell’Empoli e che invece si è sempre schierato con un 3-5-2 sporco, modellato più sull’ultima parte dell’esperienza empolese del tecnico, quella che potremmo definire “post Zajc”. Ritornato in panchina dopo l’esonero e la parentesi Iachini, Andreazzoli si era trovato senza il suo trequartista e aveva deciso di lavorare nel solco tracciato dal predecessore.

L’unica vittoria in campionato del Genoa, quando Kouamé e Pinamonti volavano e ogni piazzato rossoblù si trasformava in occasione da gol. Non sono passati neanche due mesi.

Si erano visti i tagli senza palla di Di Lorenzo sui cross di Pajac, il grande lavoro di una mediana allo stesso tempo fisica (Krunic-Traoré) e tecnica (Bennacer), la grande intesa della coppia Farias-Caputo. Un Empoli bello, però, solo a tratti, e incapace di portare a casa la salvezza.

Andreazzoli ha pensato di ripartire da lì, cercando di incastrare i pezzi in maniera grossolana per ricomporre l’immagine del puzzle che aveva in testa. Ha delegato a Lerager il compito di guastatore a centrocampo, legandosi mani e piedi al tandem Radovanovic-Schöne, cercando invano di capire quale fosse tra i due il più adatto a indossare il vestito sgualcito della mezzala per abbandonare quello più adatto del regista. Con Ghiglione e uno tra Pajac e Barreca sulle corsie l’esperimento empolese poteva anche funzionare, ma davanti non c’era nessuno in grado di replicare la qualità dei movimenti senza palla di Caputo.

Il Genoa, nella sua tensione offensiva conclusa spesso con un nulla di fatto, finiva inoltre per scoprire una difesa che non ha mai funzionato, neanche nei suoi singoli più quotati, con Criscito andato spesso e malvolentieri in apnea, come nella serata di Cagliari, oltre agli svarioni di tutti i suoi compagni di reparto.

Una delle partite in cui Andreazzoli ha provato a osare qualcosa di diverso, con Saponara dal primo minuto alle spalle di due punte. Una partita finita malissimo, con il goffo autogol di Zapata a cancellare il pareggio e il disastro del duo Pajac-Zapata a scatenare il tris di Joao Pedro nel finale

Se, come sembra, Motta vorrà davvero reimpostare il Genoa intorno a un 4-3-3, dovrà essere più bravo del suo predecessore a individuare gli uomini giusti su cui puntare. Una squadra orientata alla gestione del pallone in maniera continuativa potrebbe effettivamente insistere sul duo Radovanovic-Schöne, ma il momento del Grifone potrebbe richiedere qualcosa di diverso, e molto passa dal possibile recupero di una “mezzala di fatica” come Sturaro, ai box da svariati mesi per l’infortunio al ginocchio, oppure dalla decisione di lanciare in pianta stabile da titolare Cassata, affidandosi a un solo regista e mantenendo Lerager sul centro-sinistra.

Si fatica anche a immaginare il possibile tridente: dando per buono il sacrificio di Kouamé in fascia, con il ruolo di centravanti da dividere tra Pinamonti e Sanabria, la soluzione potrebbe diventare l’utilizzo di Ghiglione da esterno atipico d’attacco. Si tratta comunque di un salto triplo per un giocatore più abituato a fare tutta la fascia o a giocare da terzino, ma la rosa del Genoa non pare fornire grosse alternative, a meno di dare fiducia all’improvviso a Sinan Gumus, fin qui un totale oggetto misterioso.

Paradossalmente, considerando i numeri messi insieme fin qui dal Genoa, il reparto che dovrebbe dare più garanzie a Motta sembra essere la difesa, almeno stando ai nomi. Ci tornano quindi in mente le ultime parole di Andreazzoli da tecnico del Genoa, quando si è presentato con l’aria smunta ai microfoni dopo Parma-Genoa, con le cinque ferite inferte da Kucka, Cornelius e Kulusevski ancora ben visibili: «Sicuramente ho commesso degli errori, è naturale: non c’è componente che non ne abbia commessi. Le valutazioni sono state un po’ sopra le aspettative rispetto a quanto aveva fatto vedere la squadra in estate».

Thiago Motta

© a&g / LaPresse

A vederlo ora, slegato e malinconico, penultimo in classifica con la miseria di cinque punti raccolti in otto partite, di quel Genoa esaltato di metà estate non sembra essere rimasto più nulla. Come non sembrava esserci più nulla di Thiago Motta in quel giorno di settembre del 2008, e invece il meglio era ancora tutto da scoprire. Preziosi spera di aver visto giusto anche stavolta, ma il suo pare davvero l’azzardo di un giocatore all’ultimo lancio di dadi.

Marco Gaetani

About Marco Gaetani

Romano, classe '87. Per Repubblica.it si occupa prevalentemente di calcio, basket e ciclismo, per Ultimo Uomo rovista nella storia dello sport. Nelle rare notti insonni, guarda vecchi servizi della Domenica Sportiva.

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