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Il Genoa sta facendo di tutto per andare in Serie B

By 18 Maggio 2019
Genoa Serie B

Dopo aver raggiunto quella che sembrava una comoda salvezza il Grifone è caduto a picco. Per tornare competitiva la Serie A avrebbe bisogno di più progettualità

A volte per costruire qualcosa è necessario prima smontare, radere al suolo. La chiave di questa storia è tutta qui, in due parole. A volte, appunto. Non sempre. Non a ogni mercato di gennaio. Perché stravolgere di solito è sinonimo di disperazione. Si cambia tutto perché qualcosa non funziona, nel tentativo estremo di aggiustarlo. E invece sulla sponda rossoblù di Genova abbiamo assistito al processo inverso. Si cambia qualcosa che funziona, anche se a singhiozzo, anche se  fra mille difficoltà, per poi ritrovarsi nella situazione opposta. Ossia assediati dai rimpianti, dalle paure, si cambia per ritrovarsi invischiati in una situazione che sembrava impossibile solo qualche settimana fa.

La classifica, ora, per un tifoso del Genoa è un incubo a occhi aperti. Frosinone e Chievo (rispettivamente 24 e 15 punti) hanno già salutato la Serie A promettendo di non perdersi di vista. Un bacio a pupi, mi raccomando, e poi ciao. A contendersi l’altra sedia ci sono Empoli (35 punti), Genoa (36) e Udinese (37). Uno solo resta in piedi e si mette in marcia verso quel purgatorio chiamato Serie B.

Un finale a dir poco stravagante visto che lo scorso 29 dicembre, ossia il giorno dell’ultima partita di Krzysztof Piatek con la maglia rossoblù, il Grifone era tredicesimo in classifica a quota 20, con 7 punti in più sul Bologna terzultimo. Ricordi di una tranquillità ormai lontana che fanno a pugni con la situazione attuale. Anche perché l’Empoli, che insegue, forse flebilmente, ma comunque insegue, ha messo insieme 13 punti nelle ultime 10 partite. Il Genoa, invece, ne ha racimolati appena 6. E questa volta Wile E. Coyote potrebbe davvero finire con il catturare Beep Beep.

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Perché il Genoa, questo Genoa, assomiglia molto a quei personaggi dei film horror, quelli che corrono a perdifiato per mettersi in salvo e che dopo qualche inquadratura appoggiano la schiena contro il muro e tirano un sospiro di sollievo. Salvo poi girare la testa e incrociare gli occhi del mostro, della belva, del carnefice. Con l’aggravante, in questo caso specifico, che ha creare il mostro è stato il Genoa stesso.

A settembre, infatti, i rossoblù hanno dato il benservito a Davide Ballardini. Lo stesso allenatore che l’anno precedente, da subentrante, aveva portato la squadra a una salvezza tranquilla. Non con un gioco rivoluzionario, per carità, ma comunque funzionale agli obiettivi del club. In 7 giornate mette insieme 12 punti (1,7 a partita, una media da Europa League tanto per capirci), ma i dissapori con il numero uno del Grifone aumentano. E la situazione diventa a di poco surreale. «Il mio rapporto con Preziosi?» dice in un dopo partita «Non l’ho convinto? Io penso di essere un bell’uomo, magari lui è invidioso di questo. Devo avere delle idee e tradurle in settimana. Per il resto non so».

Una battuta che non fa poi molto ridere. Soprattutto non fa ridere Preziosi. Perché quelle parole  rappresentano la pietra tombale sul progetto sportivo 2018/2019. Il presidente accusa l’allenatore di essere «scarso», di «non saper mettere i giocatori in campo», di essere stato esonerato un pochino troppo spesso. Stracci che volano dalla finestra prima che da quella stessa finestra venga fatto uscire l’allenatore. Via Ballardini, dentro Juric. Lo stesso Juric che era stato assunto e licenziato già tre volte. Possibile un finale diverso in questa stagione? Ovviamente no. In 7 partite il Genoa mette insieme 3 punti (media di 0,42 a partita, esattamente quella che può “vantare” oggi il Chievo, ultimo in classifica).

Come se ne esce? Cambiando, che domande. E venne Prandelli che subentrò a Juric, che prese il posto di Ballardini. Una filastrocca che non cambia la sostanza. L’ex ct della Nazionale somma 21 punti in 22 giornate (con una media di 0,95 punti a partita. Poco più della metà di quanto raccolto da Ballardini).

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Ma è il mercato di gennaio il vero punto di snodo. Come ogni anno, d’altra parte. In estate il Genoa aveva acquistato KS Cracovia un promettente ragazzo polacco con un nome e un cognome difficili da pronunciare. Eppure, fin dalla prima gara con la maglia del Grifone, i suoi avversari cominciano a famigliarizzare con quel nome e con quel cognome. Alla sua prima gara, in Coppa Italia, Krzysztof Piatek segna 4 gol al Lecce. Nelle prime 7 di campionato ne fa addirittura 9. Eppure il Genoa guarda il suo centravanti con occhi malinconici, come la modella di una sarta che prova di nascosto un vestito destinato ad avvolgere il corpo di una ricca signora borghese. Una ricca signora che veste a strisce verticali rosse e nere. Il Milan, alla fine, si aggiudica il centravanti del futuro per 35 milioni più bonus. Una cifra che forse, a fine anno, poteva essere anche superiore.

Il cortocircuito arriva presto. Il Genoa sostituisce Piatek con Antonio Sanabria. Professione: attaccante. Segni particolari: 31 gol fatti in 6 stagioni, solo una volta in doppia cifra (tre anni prima con lo Sporting Gijón, 11 reti all’attivo). Un acquisto che assomiglia molto al “rinforzino” per la cena del conte Mascetti in Amici Miei. E infatti, dopo 3 gol nelle prime 4 partite l’attaccante si ferma.

Un buio reso ancora più fitto dal rigore sbagliato contro la Roma. Ma se un acquisto si può anche sbagliare (e comunque è troppo presto per bocciare definitivamente l’ex Barça), il punto di domanda è un altro. Perché si sacrifica Piatek sull’altare del bilancio per poi acquistare Stefano Sturaro a 16,5 milioni? Perché anche se la cifra verrà spalmata in quattro rate, è anche vero che il centrocampista bianconero era reduce da zero presenze, zero, in sei mesi allo Sporting. Un acquisto seguito dagli arrivi di Lerager e Radovanovic e Pezzella, e bilanciato, se così si può dire, dalla partenza di Romulo.

Il risultato parla chiaro: con Piatek, in 19 giornate, il Genoa aveva raggranellato 20 punti. Senza il polacco, invece, ne ha raccolti 16 in 18 match. Un saldo negativo, soprattutto se si pensa che mentre il Grifone pigiava deciso sul freno, le inseguitrici hanno tutte schiacciato l’acceleratore: negli stessi 18 turni il Bologna ha messo in cascina 27 punti, la Spal 25, il Cagliari 20, l’Empoli e l’Udinese 19. Impossibile tenere il passo delle avversarie, dunque. E se alla fine i rossoblù riusciranno a evitare la retrocessione, il merito sarà soprattutto di un calendario che ha regalato all’Empoli il Torino e l’Inter nelle ultime due giornate.

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Il problema, però, viene da lontano. Perché sono anni che la squadra pianificata in estate non arriva intatta alla fine del mercato di riparazione. Non è un caso che lo scorso anno, con Pellegri lasciato partire verso Montecarlo e con gli innesti di Bessa,  Hiljemark e Pedro Pereira, ma soprattutto di Davide Ballardini, il girone di ritorno sia stato più proficuo di quello di andata (21 punti contro 18). Una rarità? Non proprio. Perché nonostante una compravendita compulsiva di giocatori, negli ultimi anni il Grifone è riuscito a migliorarsi più spesso di quanto non si possa credere.

In quattro delle ultime dieci annate, infatti, i rossoblù sono riusciti a ottenere più punti nel girone di ritorno che in quello di andata. La questione, però, è leggermente più complessa. Perché nello stesso periodo di riferimento i liguri hanno visto assottigliarsi in maniera preoccupante il numero di punti complessivi messi in cassaforte: dai 68 del 2008/2009 (35 all’andata, 33 al ritorno) si è passati ai 41 dello scorso anno.

E meno punti in classifica vuol dire meno margine di errore sul mercato. Il coefficiente di rischio si alza, ogni operazione diventa una mano in un gioco d’azzardo. Nelle prime 19 giornate del 2016/2017, ad esempio,  il Genoa si era arrampicato fino al dodicesimo posto con 23 punti, poi il calciomercato ci aveva messo di nuovo lo zampino: via Pavoletti, Rincon e Ocampos, dentro Hiljemark, Taarabt, Pinilla e Cataldi. E i punti in tutto il girone di ritorno erano stati appena 13, sufficienti a consegnare ai rossoblù un triste sedicesimo posto a +4 dalla terzultima, guarda caso ancora una volta l’Empoli.

Basta un errore, dunque, un giocatore non sostituito in maniera corretta per ritrovarsi nelle sabbie mobili. Ma tutta questa schizofrenia sul mercato, questo continuo cambiare anche quando i presupposti per una salvezza tranquilla sembrano a portata di mano, le girandole infinite di allenatori che si alternano in panchina sono l’espressione di una mancanza di progettualità preoccupante. Non solo perché pianificare una stagione diventa praticamente impossibile, ma anche perché anno dopo anno si è scavato un fossato sempre più largo fra tifosi e proprietà. E le società di calcio, senza il loro asset più prezioso, ossia i tifosi, restano delle semplici aziende. Quasi sempre in perdita.

Foto: LaPresse.
Andrea Romano

About Andrea Romano

Andrea Romano è nato nel giorno in cui van Basten ha esordito con la maglia dell'Ajax. Giornalista, scrive di sport per quotidiani e riviste. I suoi ultimi libri sono "Manicomio Football Club" e "Cantona - The King".

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