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Il giorno in cui Eriberto è tornato a essere Luciano

By 5 Febbraio 2020

Nell’estate del 2002 il brasiliano Eriberto è sul punto di passare alla Lazio. Ma dopo un periodo di crisi decide di gettare la maschera e di rivelare la sua vera identità: si chiama Luciano, è 3 anni più vecchio e ha mentito pur di avere un’opportunità nel mondo del calcio

 

Nell’agosto del 2002 il signor Luciano Siqueira de Oliveira stava provando a pregare sul nome di Eriberto Conceição da Silva la cui sepoltura era ancora incerta, una sepoltura senza marmo, senza epigrafi, senza locandina; quel giorno c’era solo Luciano davanti a qualcuno che all’improvviso era diventato uno sconosciuto dopo sei anni trascorsi insieme. Come Adriano Meis che porta fiori alla tomba del fu Mattia Pascal.

Luciano era nato il 3 dicembre 1975, Eriberto invece il 21 gennaio 1979, entrambi poveri: il primo orfano che viveva grazie all’aiuto della sorella e del cognato, il secondo contadino di cui non si sapeva niente, nemmeno che esistesse. Quell’estate il signor Siqueira si era deciso a seppellire da solo Eriberto, era andato via da Verona, dove viveva, rimanendo nascosto chissà dove in Brasile, lo cercavano dappertutto ma lui era sparito e c’era molta preoccupazione – il fatto è che non ne poteva più della compagnia di Eriberto, infatti il signor Siqueira si presentò il giorno 21 agosto 2002 negli uffici del 15° distretto di polizia dello stato di San Paolo per denunciare la morte del contadino, non sopportandone più la convivenza lo aveva ucciso.

(Photo by Dino Panato/Getty Images)

Voglio una solitudine, voglio un silenzio,
una notte di abisso e l’anima inconsutile,
per dimenticarmi che vivo, liberarmi
dalle pareti, da tutto ciò che imprigiona;
attraversare gli indugi, vincere i tempi
pullulanti di intrecci e ostacoli,
infrangere limiti, estinguere mormorii.

Non ne poteva più del silenzio che lo stava strozzando, per questo era necessario strappare dalla sua vita quel nome da cartone animato, gettargli la terra sopra appena la trovava, farlo tacere per sempre, affrancarsi dalla fatica di vivere con il nome di un altro. Ostacoli, intrecci, terribili mormorii gli assillavano il sonno e la coscienza, bisognava smetterla di indugiare.

Lui era il fu Mattia Pascal che doveva portare i fiori sulla tomba di Adriano Meis e non viceversa. Il nome falso sulla maglietta da calcio (oltre che sui documenti) era l’epitaffio sulla sua vita, una lapide sotto cui tenere la sua identità dove far marcire il nome di Luciano come fosse la vecchia insegna di un bar chiuso da tempo.

LaPresse.

Essere la tua ombra, la tua ombra, soltanto,
e star vedendo e sognando alla tua ombra
l’esistenza dell’amore risuscitata.

Gli ultimi versi di questa intensa poesia d’amore di Cecília Meireles de Carvalho Benevides sono, nella storia di Luciano, l’ombra di Eriberto che lo copre dove dorme, mangia, sogna, sbirciando come un ladro persino il figlio. Non era questo che voleva, non più dopo sei anni di inesistenza, costretto a stare nascosto per non perdere tutto quello che aveva dopo tanta povertà; era un sudamericano triste, delle volte sembrava più giovane, altre più vecchio perché i giorni non sono tutti uguali, ognuno ha il suo peso, la sua pena, la sua fine specie per chi è stato povero.

A venti anni nessuna squadra lo voleva, era bravo a giocare a pallone ma troppo anziano per tutti; doveva avere meno anni, andare a ritroso come Benjamin Button e come Benjamin diventò quando incontrò un certo impresario Moreno, uno dei tanti impostori che si muovono tra burocrazia e povertà – fece un provino col Palmeiras mostrando il documento di nascita del diciassettenne Eriberto Conceição da Silva.

Luciano Eriberto

© Massimo Morelli – LaPresse

Diventò più giovane di tre anni, diventò visibile e si sentì felice. Fu così che con la falsa identità riuscì a giocare nel campionato brasiliano venticinque partite segnando cinque gol, fino ad ottenere il passaporto utilizzato per il trasferimento in Italia, prima al Bologna poi al Chievo Verona. Di seppellire Eriberto glielo aveva consigliato sua moglie, il figlio da poco nato ma registrato con il solo nome della madre e lui, Luciano, non poteva ancora essere padre pure se era padre.

Dopo Bologna, arrivò al Chievo Verona di Delneri e si trasformò in un calciatore importante: corsa, forza, cross, gol, era imprendibile; entusiasmava per quelle sgroppate irrefrenabili, scomposte, efficaci, non era lo stesso calciatore in terra felsinea dove si ironizzava sul suo stile dinoccolato. Intanto fingeva di essere Eriberto, era Eriberto. Si parlava di un suo passaggio alla Lazio e quando rivelò di essere Luciano, di essere più grande di età, di aver mentito per fame, di essere pronto all’arresto, alla riprovazione del mondo la vita gli rientra nei polmoni – la giustizia sportiva lo condannò a sei mesi di squalifica “per avere volontariamente tenuto una condotta non conforme ai principi della lealtà, della probità e della rettitudine, nonché della correttezza morale e materiale”.

Luciano Eriberto

© PAOLO NUCCI / LAPRESSE

Il giovane Eriberto è morto senza ricevere il funerale, al suo posto ecco il vecchio Luciano. Un altro anno al Chievo prima di passare all’Inter. Solo che Luciano a Milano non è bravo come Eriberto, gioca male, è impacciato, il nome sulla maglia lo ha reso irriconoscibile, a sembrar finto è proprio Luciano, al calcio italiano manca quel potente brasiliano che sulla fascia sfondava qualsiasi linea di difesa; non si capisce più dove sia il vero e dove la menzogna: Eriberto era forte, Luciano no.

Non è più lui, il nome gli ha dato un figlio gli ha tolto il calcio; allora torna al Chievo Verona nel 2003, dopo solo cinque partite banali. Ci resterà fino al 2013, trasformandosi in un onesto lavoratore di fascia e mai più il fantastico Eriberto che incantava gli stadi. Si sussurra che il vero Eriberto lo ricattasse, che fosse costretto a pagare di continuo per il silenzio; sono voci, forse false. La carriera finisce a Mantova, lontano dalla tomba di Eriberto, il cui nome non è più leggibile.

Davide Morganti

About Davide Morganti

Davide Morganti, professione insegnante, ha scritto romanzi per Avagliano, Fandango, Neri Pozza.

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