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Il giorno in cui Pirlo è diventato Pirlo

By 30 Aprile 2020

Epifania calcistica di uno dei più grandi talenti del millennio

 

Si fa presto a dire Pirlo. Anzi, pirlo, con la “p” minuscola, soprattutto a Brescia dove questa parola rappresenta un cocktail, o meglio, “Il” cocktail per eccellenza, una sorta di cugino dello spritz, impossibile organizzare un buon aperitivo senza. Il Pirlo con la P maiuscola, invece, è arrivato dopo la bevanda, diventando celebre in tutto il mondo e non solo nel circondario bresciano. Tuttavia, come questo cocktail, anche il calciatore, Andrea Pirlo, è stato uno che ha saputo mettere le bollicine.

Che il futuro “Maestro” fosse un predestinato si sapeva già. Lo pensava Mircea Lucescu, quando l’aveva fatto esordire con il Brescia in Serie A che era un bambino, a 16 anni e due giorni; lo pensava Roberto Clerici, il suo scopritore, scomparso due anni fa e a cui Pirlo avrebbe dedicato un ricordo commosso. “Nettamente superiore ai suoi coetanei. A volte si crogiolava troppo nei suoi passaggi e bisognava stimolarlo un po’, faceva pochissimi falli, ad esempio”, spiegava Clerici, ricordandone anche i difetti iniziali.

Lui ne aveva visti a centinaia, di talenti, prima di Andrea, e gli bastava poco per capire, gli bastava poco per dire “Sì”, e mandarlo al Brescia, oppure “No”. Tipo Corini, Baronio, i gemelli Filippini, Bonera, Diana: uno degli ultimi prima di morire era stato Sandro Tonali, “il nuovo Pirlo”, perché nel frattempo il centrocampista di Flero era diventato una pietra di paragone.
Una stagione da titolare in A, chiusa con la retrocessione delle Rondinelle nel 1998, ma impossibile non notarlo, nemmeno tra i compagni di squadra, alcuni dei quali si ingelosivano sempre più, faticavano a stargli dietro, e avevano paura di perdere il posto da titolare, lì nel cuore del centrocampo.

Grazia Neri/ALLSPORT

Inevitabile anche la cessione: e allora poi via all’asta per accaparrarselo, vinta dall’Inter su, si mormora, Juventus, Lazio e Parma. Anche in nerazzurro, tante coccole. Gigi Simoni, che doveva gestire un attacco con Roberto Baggio, Djorkaeff, Zamorano e soprattutto Ronaldo, di lui dice: “Mi ricorda Rivera, ha due occhi davanti e due dietro la nuca, vede tutto. Ha attitudini al sacrificio e questo lo rende destinato a un grande futuro. Potenzialmente è uno dei più forti giocatori del mondo”.

E non si faceva problemi nel buttarlo nella mischia quando la situazione era disperata, come a Cagliari: sotto 2-0, dentro Pirlo e Ventola (altro attaccante della rosa nerazzurra), 2-2 coi due ragazzini protagonisti: prima giornata del campionato 1998-99, stagione quantomai disgraziata per l’Inter, quattro allenatori, infortuni, caos, persino con Lucescu al timone pochissimo spazio per Andrea nel duro impatto con il calcio di vertice, nonché con la città di Milano.

Ci sarebbe voluto qualcosa per la svolta. Non poteva essere quello il destino di Andrea. Arriva all’Inter Marcello Lippi, il consiglio è chiaro: “Vai a giocare titolare altrove”. Così Pirlo avrebbe fatto la valigia in direzione sud. Avrebbe preso il suo stile riservato, il suo essere taciturno, avrebbe salutato papà e mamma per andare a Reggio Calabria, a mille chilometri di distanza.

E se nell’Under 21 era già un pilastro bisognava che anche i club si rendessero conto che di Andrea l’unica cosa forse fuori moda era quel ciuffo di capelli in testa: di certo non il ruolo in campo, il regista, che in quell’epoca è di difficile collocazione, quasi impossibile in certi schemi, in alcuni 4-4-2 dove in mezzo meglio avere ottimi “legnaioli” e davanti persino campioni come Roberto Baggio o Gianfranco Zola faticano a trovare spazio se non adattandosi o espatriando. Eppure sarà proprio alla Reggina che Pirlo diventerà Pirlo. Un giocatore che nel 2006 Marcello Lippi renderà fulcro inamovibile della sua Nazionale campione del mondo.

 

Stuart Franklin /Allsport

 

Al servizio di Baronio

Pirlo arriva a Reggio e trova una sorta di fratello maggiore calcistico ad attenderlo. Si chiama Roberto Baronio e l’unica cosa che li differenzia in campo a parte l’età anagrafica (1977 vs. 1979) è che uno (Baronio) è biondissimo coi capelli lunghi e l’altro no. Per il resto stesso ruolo, centrocampista centrale, stessa città e club di provenienza con cui è arrivato un precocissimo esordio in A (il Brescia), stessa situazione di cartellino, ceduti in prestito alla Reggina da una big del campionato (l’Inter per Pirlo, la Lazio per Baronio). Ma se per Andrea il destino sembra quello di diventare una sorta di trequartista, altro tipo di giocatore in via d’estinzione, Roberto è un playmaker fatto e finito, non ci sono esperimenti da organizzare.

Convivenza tra i due? Possibile, di certo i due sono amici, si conoscono da tempo. Franco Colomba ricorderà con piacere l’approccio del più giovane: “Andrea si allenava più a lungo degli altri, rimaneva più tempo sul campo anche da solo, e dovevo mandarlo via in pratica solo spegnendo la luce dell’impianto”, anche se all’inizio preferisce andarci cauto. La prima presenza da titolare di Pirlo è solo alla settima giornata, altrimenti è sempre panchina: entra al posto di una delle punte (Kallon o l’argentino Reggi) se c’è da difendere un risultato positivo, oppure dello stesso Baronio, come vice-playmaker. Al massimo, quando la Reggina è sotto, viene gettato nella mischia per Ezio Brevi, che a centrocampo è l’uomo di fatica, per sbilanciarsi un po’.

Ciò nonostante fino al 24 ottobre 1999 Pirlo non è titolare, fino alla partita in casa con il Parma, quando Colomba se la rischia: due punte, Baronio e Pirlo, che indossa un’anonima maglia numero 30, sembra quasi l’ultimo della fila. Il leader del centrocampo amaranto è l’altro, il compaesano, non gli lascia nemmeno le punizioni, teoricamente fa anche bene, prende due pali e segna un gol, l’1-1 provvisorio, prima del 2-1 di Crespo.

Calcio d’angolo, tira Baronio (chi altrimenti?), sponda di Possanzini e gol di testa di Pirlo, che si accovaccia a pochi passi da Buffon e trova la prima rete con la maglia della Reggina. Eppure sui giornali dell’indomani la prestazione è valutata così così: “Voto 6: Trova la perla del primo gol. Discontinuo. Opta troppo spesso per il passaggio all’indietro”, si legge sulla Gazzetta dello Sport. Per Baronio invece c’è un bell’8: “E’ l’uomo della partita. Sui calci piazzati segna un gol e coglie due pali clamorosi”.

La Reggina dopo una buona partenza non vince più e viene risucchiata nei bassifondi. Nelle due successive gare Pirlo è ancora titolare ma arrivano altrettante sconfitte. L’ultima del 1999 per i calabresi è contro il Milan a San Siro, la prima volta in assoluto per loro alla “Scala del Calcio”. Peraltro un Milan che vorrà chiudere l’anno alla grande per onorare il centenario della fondazione del club.

Fino ad allora la convivenza Baronio-Pirlo in un 4-4-2 è stata abbastanza disastrosa, e l’unica alternativa è cambiare l’assetto dell’undici titolare: e Colomba lo fa proprio a San Siro, in casa dei campioni d’Italia in carica. Difesa a tre, più due laterali, Baronio-Brevi-Pirlo in mezzo e le solite due punte. Si dice che il giorno prima di questa partita ci sia stato un confronto tra Andrea e l’allenatore.  In porta il tecnico lancia come titolare al debutto assoluto in Serie A, al posto di Orlandoni, Emanuele Belardi. Insomma, sembra una di quelle situazioni in cui o vieni massacrato o peschi il jolly della vita.

 

Padrone della situazione

Una costante di quelle stagioni è che il Milan nell’ultima partita dell’anno solare non la sfanga mai: o perde o pareggia. L’ultima volta con un sorriso era stata nel 1993, 2-1 contro il Cagliari. Tuttavia la Reggina che arriva a San Siro il 19 dicembre del 1999 è appena sopra la zona-retrocessione e sembra un avversario molto abbordabile. Anche i rossoneri, come i calabresi, schierano la difesa a tre, è lo schema con cui nel maggio precedente hanno conquistato a sorpresa lo scudetto numero 16: N’Gotty-Costacurta-Sala, manca Maldini (hai detto niente), in mezzo sugli esterni Guly e Serginho, Ambrosini e Giunti centrali, poi Boban dietro le punte, Bierhoff e Shevchenko, arrivato nel mercato estivo per 40 miliardi di lire. Due formazioni a specchio, insomma.

Pirlo, come Boban, è incaricato di innescare le punte, viene riportato effettivamente nel ruolo di trequartista, e Colomba gli ha cucito la squadra attorno. Il suo compito, almeno all’inizio, è di curare soprattutto Giunti, il regista arretrato del Milan. Infatti le sue due prime giocate sono due palloni recuperati in un contesto in cui, come normale, i rossoneri provano ad assediare gli avversari da subito. Un lancio di 50 metri d’esterno destro dalla difesa al minuto 8 lancia Possanzini in contropiede, l’attaccante è tamponato da N’Gotty e conquista una punizione interessante da cui non nasce comunque nulla. Ma è solo l’inizio del crescendo di colui che quando indosserà la maglia rossonera verrà ribattezzato da Carlo Pellegatti “Trilly Campanellino”, la fatina amica di “Peter Pan”.

Pirlo staziona più sul centro-sinistra che dietro le due punte: il cuore della mediana così come i calci piazzati, ci mancherebbe altro, sono sempre di Baronio. “Stare a contatto con Mihajlovic alla Lazio mi ha aiutato a perfezionarmi, ma lui è di un altro pianeta”, confesserà il biondo centrocampista, spiegando i suoi segreti su punizioni e angoli.

Phil Cole /Allsport

La “fortuna” della Reggina è quella di trovare uno dei peggiori Milan stagionali; dopo un quarto d’ora gli schemi non è che siano saltati, ma il disordine in campo è evidente, da parte rossonera. Tanti lanci lunghi per la testa di Bierhoff o palla a Shevchenko e preghiera; in fascia Guly tende a finire nell’imbuto centrale e Serginho è in versione “1.0”, quindi va molto avanti e pochissimo indietro. E in contropiede gli amaranto possono colpire con i loro due attaccanti, Possanzini e Kallon, decisamente più rapidi sia di Sala che di Costacurta che di N’Gotty.

Le armi per servirli sono i lanci-laser di Baronio oppure Pirlo, il primo che va in appoggio delle due punte. Così, a parte un rasoterra debole di Shevchenko e una punizione appena alta di Boban, l’esordiente Belardi non corre rischi. Nemmeno Abbiati dall’altra parte, ma è evidente che la Reggina sta riuscendo ad incartare il Milan. All’ennesimo fallo duro per evitare una ripartenza amaranto Giunti falcia Kallon e si becca il primo giallo dell’incontro.

Minuto 26, ennesimo cross rivedibile dalla trequarti dei padroni di casa, capitan Giacchetta respinge e innesca un altro contropiede: Possanzini arriva fin quasi al limite dell’area, tacco senza guardare per l’accorrente Pirlo che con una specie di “maledetta”, il tiro che sarà il suo marchio di fabbrica, sfiora il palo alla sinistra di Abbiati, complice una deviazione di Costacurta. E’ un segnale, la Reggina è vivissima. E alla mezz’ora va in vantaggio, non senza merito: palla persa banalmente da Serginho, che cerca di auto-lanciarsi, ma viene fermato da Foglio. Campanile su cui si avventa Possanzini di testa, appoggio a Kallon che al volo lancia lo stesso Foglio nella voragine lasciata dietro di sé da Serginho: praticamente dalla linea di fondo il terzino crossa al centro tagliando fuori tutta la difesa del Milan. All’altezza del dischetto del rigore ci sono Pirlo e Possanzini da soli contro Abbiati, ed è il primo ad arrivare sul pallone; piattone senza guardare il portiere, che viene spiazzato. Tutto sotto lo spicchio occupato dai duemila tifosi della Reggina giunti a San Siro, e che vanno in delirio mentre il numero 30 si bacia la maglia.

(Photo by Jamie McDonald/Getty Images)

È un Milan nervoso, Bierhoff in particolare, che la butta quasi in rissa a un certo punto, mentre Pirlo trova il tempo prima dell’intervallo di lanciare un contropiede 4 contro 3 con un pallonetto su Giunti e poi di liberarsi di Shevchenko con una veronica. Ci sono momenti in cui il bresciano è totalmente libero in mezzo al campo, ma i compagni non riescono a servirlo. Su un campo male in arnese tra rizollatura e temperature rigide sembra galleggiare. Al minuto 44 sulla linea laterale scherza Giunti che gli si fa incontro con un tunnel, subendo anche fallo. Nel recupero Possanzini di testa gli leva un pallone interessantissimo dai piedi, in un’azione che sembra la fotocopia dell’1-0. Ma i compagni, persino il portiere Belardi quando ce l’ha accanto al momento del rinvio, lo servono sempre più spesso e volentieri.

 

Palcoscenico degno

Dopo nove minuti di calma piatta nella ripresa è sempre Pirlo a recuperare un pallone a centrocampo e a lanciare un altro 4 contro 3: Possanzini in profondità per Kallon, ma Abbiati stavolta è strepitoso. Milan del tutto in bambola e che opera subito due cambi: De Ascentis e Leonardo per Ambrosini e un inesistente Boban. “Irriconoscibile”, secondo la Gazzetta dello Sport. Con il brasiliano i rossoneri passano al 3-4-3, dall’altra parte la Reggina non cambia il suo copione: Pirlo si è leggermente abbassato, rispetto alla prima frazione, gioca più vicino a Brevi e Baronio in quello che è diventato un 5-3-2 a tutti gli effetti, con Foglio e Morabito che preferiscono rimanere in difesa piuttosto che attaccare.

Sala segna l’1-1, ma è in fuorigioco su tiro-cross di Shevchenko. È comunque una scossa per i rossoneri: un minuto dopo punizione dai 22 metri che lo stesso Sheva calcia fortissimo, ma centrale, e Belardi non è impeccabile, palla sotto la traversa e ora sì, è il pareggio. Altri due minuti e arriverebbe il sorpasso, ma Leonardo servito da sponda di testa di Bierhoff segna in fuorigioco molto dubbio per non dire inesistente. Sta di fatto che il brasiliano ha ribaltato gli equilibri, volendo essere cattivi il Milan è tornato a giocare in undici dopo 55 minuti di un Boban disastroso.

Alla Reggina non rimane che mettersi in trincea, Pirlo tocca pochi palloni, ma in almeno un paio di casi è elegante nell’allentare la pressione, uscendo a testa alta dalla difesa. E al minuto 70 Colomba richiama Baronio, e non Andrea, per far entrare Bernini, un giocatore molto più di corsa del biondo bresciano, peraltro già ammonito. Dal nulla, un po’ casualmente, Pirlo torna protagonista: di testa serve in profondità Kallon, che brucia Sala e costringe Abbiati alla seconda paratona di giornata.

(Photo by Grazia Neri/Getty Images)

Per i calabresi, però, la doccia gelata è dietro l’angolo: Brevi, fin lì encomiabile, inciampa sul terreno in fase di disimpegno, Giunti recupera e lancia in area Shevchenko, un po’ spostato sulla sinistra. È un tiro-cross quello dell’ucraino, che praticamente Belardi si butta in porta da solo: papera gigantesca dell’esordiente e Milan addirittura in vantaggio 2-1 a un quarto d’ora dalla fine. Potrebbe essere la mazzata definitiva, il solito copione della “squadra che gioca bene ma viene punita dagli episodi e dalla classe del singolo”. Invece Giunti, già ammonito, travolge Foglio lanciato a rete dopo un controllo sbagliato di Sala: secondo giallo e Milan in dieci al 78′. Zaccheroni non fa in tempo a mettere Gattuso che arriva il 2-2: punizione scucchiaiata di Pirlo per Possanzini in area, cross al centro e sforbiciata di Brevi, miracolo di Abbiati, ma Kallon è lì accanto per il pareggio.

La Reggina pur essendo in superiorità numerica è palesemente stanca, quindi non può sfruttare al massimo questo vantaggio. Il pareggio oggettivamente può andare benissimo. Pirlo è perfetto, quasi ideale, per rallentare i ritmi, in palleggio, uscendo dalla difesa. Riesce anche a servire con un assist fortuito Foglio a due passi da Abbiati, ma il difensore calcia alle stelle. È una di quelle occasioni che vedremo anche in futuro, in cui potrebbe tirare, ha lo specchio della porta libero, ma preferisce il passaggio.
Una chance, quella sprecata da Foglio, che rischia di diventare un rimpianto per i calabresi quando all’89’ l’arbitro Preschern dà rigore al Milan per abbraccio di Cirillo su Bierhoff in area. Per tutta la partita il tedesco ha fatto a sportellate con i difensori avversari, dando e ricevendo, e alla fine viene premiato.

E qua anche il destino cambia le carte in tavola, perché Shevchenko dopo una rincorsa chilometrica calcia alla sinistra di Belardi, che si tuffa e devia in angolo. Niente tripletta e macchia evidente sulla partita altrimenti sontuosa dell’ucraino, che poche settimane si era fatto ipnotizzare dal dischetto addirittura da uno che portiere non era, e cioè il difensore brasiliano del Venezia Fabio Bilica. Se Shevchenko avesse segnato il Milan avrebbe probabilmente vinto e quasi tutti si sarebbero dimenticati della prestazione di Pirlo, o comunque l’avrebbero un po’ sminuita, pochi dubbi. Un Pirlo che non si scompone, prosegue nel suo controllo del centrocampo, subisce un fallo da De Ascentis dopo averlo superato con una finta e poi serve in profondità Foglio, che regala a Reggi, entrato da 20 secondi, una sorta di rigore in movimento, che l’argentino calcia non malissimo, di più. Anni dopo l’avremmo rivista spesso questa giocata, con Pirlo alla Juventus a tagliare per Lichtsteiner, per dire.

Il risultato quindi rimane così, 2-2, grandissima iniezione di fiducia per la Reggina, che chiude il 1999 galleggiando sopra la zona retrocessione e a fine campionato si salverà. Pirlo nelle pagelle del giorno dopo prende voti ottimi, ampie sufficienze. “Lampi di classe. Segna il primo gol, propizia il secondo. Meno male che non serviva a Lippi”, sulla Gazzetta dello Sport, dove Alberto Cerruti gli dà un bel 7. E Giorgio Tosatti sul Corriere della Sera (7 in pagella anche qua, migliore in campo), confrontando anche il pessimo momento dell’Inter, squadra a cui appartiene il cartellino di Pirlo, si chiede se ai nerazzurri non fosse potuto servire il giovane bresciano vista la poca consistenza dei centrocampisti nerazzurri. Colomba nel dopopartita ribadisce l’importanza di Andrea: “Sta crescendo. È un ragazzo che è venuto da noi per aiutarci e per farsi aiutare. Lo vorrei sempre così”.
Al ritorno al Granillo la Reggina contro il Milan perderà 2-1, ma il gol degli amaranto lo segna proprio Pirlo, su punizione.

Ormai è titolare inamovibile, i calci da fermo sono roba sua, ha sorpassato l’amico Baronio (“Col 3-4-1-2 il rendimento di Andrea è migliorato”, ammetterà il compagno di reparto): chiuderà con 6 reti in carniere prima di andare a vincere da protagonista l’Europeo Under 21 con l’Italia, doppietta in finale alla Repubblica Ceca, premio di miglior giocatore della manifestazione. Il grande palcoscenico per esprimersi ancora meglio, come a San Siro in quel pomeriggio di dicembre in cui aveva rovinato la festa del Milan, la sua futura squadra. L’aperitivo di una carriera straordinaria, da “Maestro”.

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