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Il Lipsia ha messo le ali a Timo Werner

By 29 Maggio 2020

Con ma maglia dell’RB Lipsia Timo Werner sta portando avanti la sua trasformazione in attaccante totale, moderno. Una punta che non ruba l’occhio per giocate particolarmente creative e nemmeno da un punto di vista estetico, eppure ha sensibilità tecnica e sta dimostrando di saper fare bene tante cose all’interno di una stessa partita

Sono quattro anni che Timo Werner raccoglie fischi in tutti gli stadi di Germania. Sia che indossi la maglia del suo club sia che vesta quella della nazionale. Alle orecchie del romantico pubblico tedesco, le parole con cui Werner descrisse le ragioni del suo trasferimento dallo Stoccarda al Lipsia, nell’estate del 2016, suonavano come un imperdonabile attacco agli ideali: «Lascio una squadra che ha grande tradizione per una che invece in futuro avrà grande tradizione».

Tanto bastò per conquistarsi il titolo di traditore. Più che una neo promossa con grandi ambizioni e un progetto avanguardista, infatti, in patria l’RB Lipsia era visto come l’esperimento in vitro di un club di calcio, una creatura senz’anima, un laboratorio dove plasmare giocatori-testimonial utili a pubblicizzare un brand. A ben pensarci, però, Timo Werner ha avuto un buon motivo per diventare nemico in patria.

All’epoca Werner aveva vent’anni, ed era reduce dalle sue prime tre stagioni in Bundesliga disputate con la maglia dello Stoccarda – il club in cui è cresciuto -, nelle quali aveva stracciato record di precocità: il più giovane esordiente della storia del club (17 anni e 25 giorni), il più giovane giocatore a realizzare una doppietta nella massima serie tedesca e a raggiungere 50 presenze. Il suo talento si era manifestato con largo anticipo, tanto che il suo nome si circondò ben presto dell’aura di grande promessa del calcio teutonico. Una gustosa prospettiva che non costituì un ostacolo sufficiente a placare il risentimento popolare che lo investì dopo quell’uscita infelice. Tuttavia, per quanto quelle parole gli siano costate care, oggi si può dire che i motivi alla base di quel trasferimento – e di quella dichiarazione – si sono rivelati validissimi.

(Photo by Jan Woitas/Pool via Getty Images)

I princìpi e il modus lavorandi dell’universo Red Bull, in questo caso del Lipsia, hanno assecondato al meglio le caratteristiche di Timo Werner, favorendo la sua fioritura. In un ambiente in cui le parole d’ordine sono ritmo e verticalità, le sue qualità tecniche e la sua abilità negli spazi hanno trovato terreno fertile sin dal principio. Nella stagione 2016-2017, la prima con la maglia dei tori rossi, Werner realizza 21 gol in 32 partite. Schierato come seconda punta nel 4-4-2 del tecnico Ralph Hasenhüttl, Werner dimostra da subito quanto possa essere letale nell’attacco alla profondità e negli smarcamenti laterali alle spalle ai terzini, zona da cui, soprattutto partendo da sinistra, può puntare la porta con la sua rapidità e la sua capacità di venire dentro il campo per concludere.

Proprio la naturalezza con cui esegue questo tipo di movimento, lascia spazio all’ipotesi di poterlo impiegare come esterno offensivo – posizione che gli capiterà di ricoprire in futuro -, ma Hasenhüttl sembra voler indirizzare la «straordinaria carriera che lo aspetta» ritagliandogli il ruolo di punta mobile, vestito ideale per sfruttare sia le sue doti nell’uno-contro-uno, sia quelle, evidenti, di finalizzatore puro. 

Il ricco bottino di gol messo insieme da Werner al suo primo anno al Lipsia fa crescere le aspettative su questo ragazzo schivo e dal sangue gelido, che subisce i fischi solo per via di un problema circolatorio che coinvolge l’udito e lo rende sensibile ai rumori forti (nel 2017, in una partita di Europa League contro il Besiktas, è costretto a lasciare il campo dopo mezz’ora di gioco perché il frastuono assordante della Vodafone Arena gli provoca nausea e giramenti di testa). Le tredici reti messe a segno in campionato nella stagione successiva, sebbene rappresentino una conferma parziale, sono sufficienti per garantirgli la chiamata del ct Löw – che aveva già avuto modo di conoscere le sue qualità in occasione della Confederations Cup dell’anno precedente, in cui Werner era stato il miglior marcatore della competizione – per il Mondiale russo del 2018. Werner gioca da titolare tutte le partite del torneo senza mai segnare, e le critiche successive al clamoroso flop tedesco non possono che investire anche lui. 

(Photo by Maja Hitij/Bongarts/Getty Images)

L’inconsistenza di una squadra fumosa come quella Germania, ha fatto emergere il tema della spendibilità di Werner in un contesto di gioco diverso da quello del Lipsia, in cui gli spazi che lui sa sfruttare brutalmente sono congestionati da difese basse e costantemente schierate. La condizione tipica che si trovano a dover fronteggiare le grandi squadre. Per quanto le riserve su Werner potessero apparire giustificate, soprattutto in ottica di un suo futuro protagonismo nella scena europea, la delusione per il fallimento mondiale aveva contaminato il giudizio sul giovane attaccante tedesco, che in più di un’occasione aveva dimostrato di avere ancora enormi margini di miglioramento. 

Dalla dolorosa esperienza in Russia, Werner torna con le ossa rotte ma la testa alta. Ad attenderlo c’è Ralf Rangnick, passato dalla direzione sportiva al ruolo di tecnico del Lipsia. Principale demiurgo della filosofia alla base della galassia Red Bull, Rangnick esplora a fondo il concetto di fluidità del sistema, sempre in funzione di un calcio intenso e diretto. In un contesto che restituisce sempre meno valore a moduli e numeri in favore dei compiti da svolgere sul campo, Werner conserva le sue caratteristiche di attaccante verticale ma comincia ad allargare le sue conoscenze e il suo set di giocate, lavorando soprattutto sulla sua vena associativa. Chiude la stagione con 19 gol e 10 assist tra tutte le competizioni, ma soprattutto con una finestra aperta sull’allargamento del suo gioco, che non ha più un respiro circoscritto alla capacità di sfruttare spazi e transizioni.

 

(Photo by Maja Hitij/Bongarts/Getty Images)

L’uomo che ancora una volta piomba con tempismo perfetto sulla traiettoria della carriera di Werner è il tecnico Julian Nagelsmann, arrivato la scorsa estate sulla panchina del Lipsia. Con Nagelsmann, lo slancio preso da Werner nella stagione precedente trova una continuità preziosa, una spinta decisiva per il completamento del suo processo di crescita. Il giovane allenatore tedesco esaspera in concetto di liquidità già instillato da Rangnick, al punto di trasformare in una costante l’adozione di sistemi di gioco diversi all’interno di una stessa partita. In questo magma di idee, Werner amplia ancora di più i suoi movimenti sul campo, prendendo confidenza con situazioni di gioco che qualcuno, fino a poco tempo fa, non riteneva conformi alle sue caratteristiche. «Con l’arrivo di Julian in panchina sono diventato più versatile», ha detto Werner. 

L’influenza del tecnico ex Hoffenheim sembra aver rivelato in maniera definitiva la natura multiforme del talento di Timo Werner, sconfessando i giudizi di chi lo descriveva come un giocatore pressoché monodimensionale. In questo netto passo in avanti, l’attaccante tedesco non ha lasciato indietro niente. È ancora abilissimo a muoversi in profondità, freddo ed essenziale sotto porta, forte sulle gambe, brillante nelle scelte decisive, rapido nell’esecuzione. A questo bagaglio che si porta dietro da tempo, però, ha aggiunto la capacità di porsi come appoggio per i compagni, la lucidità nelle letture di gioco, il trattamento del pallone in zone del campo intasate e una maggiore visione corale: «La capacità di servire assist è diventata uno dei miei punti di forza», ha dichiarato in una una recente intervista. E gli 1.6 passaggi chiave che registra a partita sono solo la punta dell’iceberg di un più profondo mutamento attitudinale. Più in generale, Werner sta portando avanti con eccellenti risultati la sua trasformazione in attaccante totale, moderno. Non ruba l’occhio per giocate particolarmente creative e nemmeno da un punto di vista estetico, eppure ha sensibilità tecnica, sa fare bene tante cose, è preciso, pulito. Ha la classica aria del tipo di cui ti puoi fidare, da cui non ti aspetti nulla di strabiliante ma ti aspetti che non tradisca le attese.

(Photo by Kai Pfaffenbach/Pool via Getty Images)

La partita di domenica scorsa contro il Mainz, strapazzato 5-0 dal Lipsia, è un biglietto da visita perfetto del “nuovo” Timo Werner. Un fedele compendio di tutto ciò che oggi può portare dentro il campo. In un primo tempo in cui il remissivo Mainz era tutto chiuso negli ultimi trenta metri, Werner, sfruttando lo scaglionamento spesso puntuale della squadra di Nagelsmann, veniva fuori dalla sua zona di competenza per garantire superiorità posizionale e creare disordini all’assetto ermetico degli avversari. Proprio la tendenza a favorire lo sviluppo del gioco, è un aspetto su cui Werner ha lavorato molto, e di cui proprio Nagelsmann, al termine della gara, ne ha evidenziato gli enormi progressi: «Timo adesso riesce a esprimersi bene anche schierandosi come regista offensivo. Insieme al suo ritmo, questo lo rende più imprevedibile.» 

Nella seconda frazione di gioco, con un Mainz obbligato a sbilanciarsi per tentare di recuperare lo svantaggio di tre gol, Werner ha invece pescato dal suo mazzo preferito, l’attacco degli spazi e della profondità, creando continui pericoli alla fragile difesa avversaria. In questa saggia adattabilità ai diversi contesti di gioco, il timone dell’attaccante tedesco è rimasto ben saldo verso il suo obiettivo principale, il gol. Il segnale arrivato forte e chiaro è che il maggior coinvolgimento cerebrale con cui oggi Werner affronta le partite non ha oscurato quel pensiero che ogni attaccante deve sempre tenere a mente, alimentare, rincorrere. E la tripletta realizzata non è altro che l’ennesima dimostrazione della sua qualità nella finalizzazione, della sua destrezza quasi meccanica di scegliere sempre la soluzione più efficace per concludere. Quando si trova in una situazione da gol, spesso Werner fa esattamente quello che dovrebbe fare, senza aggiungere o togliere niente. Se c’è da fare un tocco ne fa uno, se serve un controllo prima di calciare non va oltre i due tocchi, eccetera. I tre gol con il Mainz sono arrivati tutti di prima, portando a 14 reti le reti realizzate con un solo tocco sulle 24 totali messe a segno in campionato.

(Photo by Alexander Hassenstein/Bongarts/Getty Images)

Insieme a quelli segnati in coppa, fanno un totale di 30 gol e 12 assist stagionali, e davanti ci sono ancora molte partite da giocare. Sono numeri da grande attaccante, che, uniti alla nuova vastità del suo gioco, tratteggiano il profilo di un giocatore ormai pronto per un top club. Soprattutto, pronto per qualunque tipo di progetto tecnico, che si tratti del calcio iperintenso del Liverpool di Jürgen Klopp, o di quello ultra codificato dell’Inter di Antonio Conte. A 24 anni, Werner sembra aver raggiunto la sua maturità calcistica, ottenuta grazie all’armonica intesa con un club che, negli ultimi anni, è cresciuto insieme a lui, arrivando al prestigioso traguardo dei quarti di finale di Champions League. Con buona pace dei tifosi puristi, è proprio il caso di dirlo: il Lipsia ha messo le ali a Timo Werner.

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