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Chi è Ralf Rangnick, l’uomo che ribalterebbe il Milan

By 5 Marzo 2020
Ralf Rangnick

Ralf Rangnick è il profeta di un calcio furioso e divertente, mai speculativo, sempre all’insegna della cibernetica e della qualità tecnica e decisionale. Ecco tutto quello che c’è da sapere sull’uomo che ha dato vita al miracolo sportivo del network Red Bull

Complicarsi la vita è un esercizio stupido e frequente. Proprio nel momento in cui il Milan sembrava aver trovato una dimensione, un senso grazie al quale era possibile guardare con ottimismo a questo finale di stagione, i nodi legati alla divergenza di vedute tra proprietà e direzione sportiva sono venuti al pettine e hanno provocato una deflagrazione interna. Le ultime notizie raccontano di un Boban impegnato a raccogliere le sue cose da casa Milan, in attesa della lettera di licenziamento che con ogni probabilità metterà la parola fine alla sua avventura da dirigente rossonero, iniziata solo otto mesi fa con i migliori auspici e forse conclusa dopo un’intervista rilasciata alla Gazzetta in cui, come nel suo stile, non le ha mandate a dire, sputando veleno sulla proprietà.

I motivi che stanno portando all’ennesimo domino rossonero – anche il destino di Maldini sembra segnato – di questi anni turbolenti e sconclusionati, sono diversi (il fallimento di Marco Giampaolo, la scelta di risollevare il Milan puntando su giocatori esperti che tradivano la linea verde invocata da Gazidis). Ma il vero casus belli, ciò che ha portato Boban a gettare il guanto di sfida attraverso le pagine del quotidiano sportivo, pare essere la consultazione segreta che la proprietà avrebbe avuto con Ralf Rangnick, l’uomo a cui vorrebbe consegnare le chiavi del progetto sportivo nella prossima stagione. “Non avvisarci è stato irrispettoso e inelegante. Non è da Milan. Almeno quello che ci ricordavamo fosse il Milan”, ha tuonato Boban. Parole simili a quelle spese poche settimane fa – quando ancora pensava di avere il supporto dell’a.d., dei cui piani era evidentemente all’oscuro – per commentare le voci su Ralf Rangnick che rimbalzavano dai media tedeschi: “non è un profilo da Milan”.

Prima di provare a interrogarci sul fatto se sia o meno “da Milan”, è il caso di capire a che profilo corrisponde quello di Ralf Rangnick, e cosa porterebbe in dote a un ambiente che si avvia verso un’altra rifondazione e che ormai da troppo tempo non riesce a ritrovare la strada di casa. Per cominciare, è bene chiarire una cosa: quando parliamo di Rangnick, parliamo di un nome forte del calcio mondiale, di un uomo che sul calcio è riuscito a mettere un’impronta netta. Nel corso degli ultimi vent’anni, infatti, è capitato più volte di elogiarne il lavoro, anche se indirettamente.

 

Ralf Rangnick

(Photo by Christian Charisius/picture alliance via Getty Images)

Quando, per esempio, all’inizio del nuovo millennio si guardava con ammirazione e spirito di emulazione il nuovo modello calcistico tedesco che ha portato la Germania a un virtuoso ricambio generazionale, implicitamente quegli encomi erano rivolti a Rangnick, che con le sue idee fu un uomo chiave della rinascita del movimento.

Allo stesso modo, quando oggi ci stropicciamo gli occhi di fronte al gioco vorticoso e adrenalinico del Liverpool di Jürgen Klopp, è come se inconsciamente battessimo le mani al lavoro svolto negli anni da Rangnick, vero e proprio pioniere del calcio iperintenso che oggi è abbracciato a diverse latitudini. Se per queste ragioni in Germania è considerato evidentemente una figura di spicco, da queste parti, considerata la specialità della sua parabola – che tra poco andremo a esplorare -, la presa di coscienza di quanto fatto in carriera da Ralf Rangnick assume i tratti di una rivelazione, un po’ come accade quando si viene a conoscenza del nome di uno sceneggiatore per poi scoprire che molti dei film che abbiamo apprezzato portano la sua firma.

La storia sportiva di questo 61enne originario della Foresta nera – proprio come Klopp -, che ha il volto rassicurante di un medico autorevole e il rigore teutonico espresso da occhi freddi e fermi, è di una coerenza rara. Un percorso limpido che tappa per tappa, un punto dopo l’altro, negli anni è arrivato a comporre il disegno di un fermo e preciso credo ideologico. I primi segnali di una visione ampia e avanguardista, virtù che caratterizza tutta la sua traiettoria, arrivano prestissimo, negli anni 70, quando Ralf Rangnick, che ancora si divide tra il calcio dilettantistico e gli studi di astrofisica alla Sussex University, durante una chiacchierata con una pallavolista rimane impressionato dal metodo di allenamento della sua squadra. Quella precoce epifania, oltre ad aprire un varco nel pensiero di Rangnick, è il preludio al trittico di folgorazioni che qualche tempo dopo lo influenzeranno in modo decisivo.

(Photo by Alexander Hassenstein/Bongarts/Getty Images)

La prima arriva in un campo di provincia a Ostfildern, tra i boschi a sud-est di Stoccarda, in occasione di una partita amichevole che la sua squadra, il Viktoria Backnag (sesta divisione), disputa contro la Dinamo Kiev di Valeriy Lobanovsky. Rangnick rimane irrimediabilmente sedotto dal pressing asfissiante portato dalla squadra del “colonnello”, che dava l’impressione di giocare in 13 o 14 uomini. Al termine di quella partita, il giovane Rangnick, ancora calciatore, capisce che quello sarà il calcio che intende sviluppare non appena si siederà in panchina. Un calcio che ritrova sia nell’incontro con un altro visionario come il tecnico Helmut Gross, sia, più avanti, nel Milan di Arrigo Sacchi, con cui Rangnick trascorre intere nottate consumando voracemente i vhs delle sue partite nel tentativo di comprendere a fondo i meccanismi alla base di quella macchina ai suoi occhi perfetta. Quel modo di vedere il calcio si trasforma ben presto in ossessione, come avrà modo di scoprire anche sua moglie, costretta ad assistere agli allenamenti del Foggia di Zeman che si svolgevano a pochi chilometri di distanza dalla residenza suditirolese scelta insieme al marito per trascorre le vacanze estive.

Come ogni ideologo che si rispetti, Ralf Rangnick è talmente convinto delle sue idee che non ha paura di esporle, anche se non sono propriamente allineate con il pensiero calcistico comune del periodo. Nel 1998, in occasione di un’apparizione tv nel programma Sportstudio, mentre si analizzava il fallimento della Germania ai Mondiali, Rangnick inscena una lezione tattica alla lavagna spiegando le ragioni per le quali la nazionale tedesca avrebbe dovuto abbandonare il libero tradizionale per passare a una difesa a 4. Quello show teorico, accolto con scherno e scetticismo come è solito fare quando ci si confronta con i presunti vagheggi di un utopista, gli valse l’epiteto di “professore”. Solo che il professore non si limita a offrire lezioncine davanti alla telecamera, e nel frattempo sta compiendo un’impresa alla guida dell’Ulm, che tra il 1997 e il 1999 porta dalla terza divisione alla Bundesliga.

(Photo by Andreas Rentz/Bongarts/Getty Images)

Una scalata simile a quella che lo vedrà protagonista di una doppia promozione con l’Hoffenheim, che Rangnick allena dal 2006 al 2011 dopo un paio di inciampi consumati da tecnico dello Stoccarda prima e dello Schalke poi. E proprio all’Hoffenheim, la carriera di Rangnick arriva a uno snodo cruciale. È qui che per la prima volta, grazie ai soldi del ricco proprietario Dietmar Hopp (lo stesso che in queste settimane è stato aspramente contestato da diverse tifoserie tedesche), riesce a far confluire tutte le ramificazioni della sua visione ampia in un unico modello innovativo. La sua vena sperimentale non abbraccia solo il lavoro sul campo, ma anche lo scouting (vuole solo giocatori sotto i 23 anni con precise caratteristiche tecniche), la tecnologia, il supporto psicologico: tutto a sostegno di un’idea di gioco improntata su ritmo, verticalità e transizioni fulminee, riflesso perfetto di uno abituato da sempre a guardare avanti.

Sono gli anni in cui Ralf Rangnick getta il seme di un tipo di calcio che negli ultimi tempi è fiorito esponenzialmente, e che ha influenzato buona parte della generazione di laptop trainer saliti alla ribalta nell’ultimo lustro (Tuchel, Klopp, Nagelsmann). Proprio mentre il Barcellona suggeriva al mondo che il calcio del futuro avrebbe fatto leva sul dominio del pallone, Rangnick faceva di tutto per spiegare alla sua squadra che il vero vantaggio sarebbe stato non averlo, ma puntare subito ad attaccare la porta con passaggi verticali e, soprattutto, pressare ferocemente gli avversari non appena perso il pallone. Siamo agli albori del gegenpressing, ovvero quel concetto di riaggressione che prevede il recupero del pallone nell’arco di 8 secondi (per alcuni tecnici dai 4 ai 6), ancor meglio se in una precisa zona di campo, e che oggi ritroviamo un po’ ovunque, anche se con declinazioni diverse.

Ralf Rangnick

(Photo by Jasper Juinen/Getty Images)

È in questo contesto – che poi è risultato vincente – che inizia a delinearsi in maniera chiara la figura professionale di un uomo dogmatico ma dai mille volti, umanista e insieme aziendalista, filosofo del pallone e manager risoluto, che si appoggia alla scienza e ama leggere Dickens. Rangnick inizia ad apparire come una versione aggiornata e ultramoderna del manager all’inglese tanto in voga negli anni a cavallo tra vecchio e nuovo millennio, un Wenger allargato e digitalizzato, evoluto, convinto che la fusione di ruoli sia il modo migliore per costruire l’identità di un club.

In questo senso, la chiamata con cui nel 2012 il miliardario Dietrich Mateschitz gli offre il ruolo di direttore sportivo del network football di Red Bull, è da una parte limitante, perché non gli permette di fare ciò che, come lui ha spesso dichiarato, lo diverte di più, ovvero allenare, ma dall’altra è un’occasione d’oro, perché gli consente di modellare il settore calcistico di una multinazionale di energy drink che riflette perfettamente la sua idea di calcio ultradinamica.

Un sodalizio ideale: tanti quattrini a disposizione, visione comune, totale libertà di azione. In una situazione così accomodante, Rangnick può valorizzare tutte le sue qualità e coltivare in maniera fruttuosa il suo spirito avanguardista. Il suo scouting diventa ancora più mirato e selettivo, e si rivelerà ricco di grandi intuizioni (Mané, Forsberg, Naby Keità, Werner, Minamino) oltre che estremamente redditizio per le casse di Salisburgo e Lipsia, che negli anni, grazie alla vendita di alcuni di questi giocatori, registreranno plusvalenze enormi. Ma è più di tutto la sua idea di calcio che si evolve, puntando su nuovi metodi di coaching come il lavoro neuronale: “ Il miglioramento si traduce nel prendere le cose più rapidamente, analizzandole più rapidamente, decidendo più rapidamente, agendo più rapidamente. Se vuoi aumentare la velocità del tuo gioco, dovrai sviluppare menti più veloci anziché piedi più veloci”. Quello che Rangnick intende sviluppare nelle squadre Red Bull è un calcio furioso e divertente, mai speculativo, sempre all’insegna della cibernetica e della qualità tecnica e decisionale. Non c’è un modulo di gioco preimpostato a cui gli allenatori del circuito RB devono fare capo – che infatti si affidano perlopiù a sistemi fluidi – ma princìpi e visione devono essere condivisi.

Ralf Rangnick

(Photo by Stuart Franklin/Getty Images)

Rangnick ha modo di testare in maniera diretta l’efficacia di questo training nel 2015, quando torna sulla panchina per allenare il Lipsia (lasciando l’incarico di direttore sportivo del Salisburgo), con cui aggiunge un’altra impresa alla sua carriera ottenendo la promozione in Bundesliga. L’avventura da tecnico dura solo un anno, ma avrà modo di tornare ad allenare nel 2018, sempre per una stagione, sempre alla guida del Lipsia, per poi passare il testimone a Julian Nagelsmann, oggi agli ottavi di finale di Champions League e in corsa per il titolo tedesco.

I risultati di RB sono sotto gli occhi di tutti, e buona parte del merito è proprio del “professore”, che è arrivato addirittura a coniare una sua personale formula di successo basata sul sistema delle tre C: Capitale, Concetto, Competenza, come quei guru del marketing che producono video motivazionali sui social. La sua parabola professionale è stata fin qui un’ avvincente avventura pioneristica. È del tutto normale, dunque, che Rangnick emani un’enorme carica seduttiva. Se la decisione di cambiare rotta per l’ennesima volta e ammainare precocemente le bandiere Boban e Maldini appena issate lascia perplessi, è chiaro il motivo per cui Gazidis sia rimasto affascinato da quest’uomo brillante, visionario, versatile e ambizioso, che provò a portare anche a Londra quando era nel board dell’Arsenal. Un uomo, inoltre, che si sposerebbe perfettamente con la linea della proprietà di puntare su calciatori giovani da poter valorizzare.

(Photo by Matthias Kern/Bongarts/Getty Images)

È altrettanto evidente, tuttavia, che portare Rangnick a Milano significherebbe consegnargli le chiavi di tutto il Milan e prepararsi a una rivoluzione – l’ennesima – su tutti i fronti (tecnica, aziendale, gestionale, strutturale); significherebbe affidarsi tout court alla visione di un uomo che vuole avere a disposizione soldi e fiducia estrema e che stravolgerebbe l’impianto rossonero da cima a fondo. Un modus lavorandi che, per un tic atavico tipico delle nostre parti, intrinsecamente sollecita enormi riserve solo a pensarlo applicato a una società con la storia del Milan. Che porta a dire cose tipo “non è da Milan”. La questione, per quanto dolorosa, è che oggi quell’idea di Milan è un ricordo lontano, e forse, tra i numerosi azzardi di questi anni tumultuosi e fallimentari, quello che porta il nome di Ralf Rangnick rischia di essere il più sensato

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