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C’è Milan oltre Zlatan Ibrahimovic?

By 4 Febbraio 2020

Con lo svedese fuori a causa di un attacco influenzale la manovra del Milan è diventata subito più farraginosa e meno efficace. A Ibra è bastato meno di un mese per plasmare il Diavolo a sua immagine e somiglianza

Uno spettro si aggira per l’area di rigore dell’Hellas Verona. È lo spettro di Zlatan Ibrahimovic, e fa paura soltanto al Milan, che in una domenica pomeriggio insolitamente calda per l’inizio di febbraio, si scopre all’improvviso Ibra-dipendente.

Non che fosse difficile pronosticarlo. Fin da quando il nome di Zlatan era stato accostato ai rossoneri, era chiaro il (non) disegno tattico e tecnico alle spalle dell’operazione. Rinunciare a ogni velleità di programmazione, abbandonare la speranza di una rinascita che passasse attraverso il gioco, affidarsi totalmente nelle mani e nei piedi di un attaccante che va in giro a dire di essere Dio e che su un campo di calcio è capace di creare dal nulla più o meno come fece Lui.

Se la Genesi dà sei giorni all’Altissimo per costruire il mondo intero, Zlatan ci ha messo poco meno di un mese a plasmare il Milan a sua immagine e somiglianza. Per lasciarlo disperatamente orfano ai primi sintomi influenzali.

Zlatan Ibrahimovic

Foto LaPresse – Spada

Non è che il Milan visto contro l’Hellas non ci abbia provato, attenzione. Almeno lo spirito è rimasto quello contagiato dallo svedese. I rossoneri hanno tirato 17 volte e attaccato 71. Il problema non è la quantità di questi tentativi, ma la loro qualità.

La precisione al tiro, per esempio, è la peggiore dall’inizio di gennaio, col 35% delle conclusioni terminate nello specchio, poco più di una su tre. Un dato che contro Brescia e Cagliari era stato del 50%, e contro l’Udinese anche di qualcosa in più (10 tiri in porta su 19 complessivi).

Un dato che non è solo frutto dell’imprecisione, perché il Milan ha creato meno occasioni da gol (quattro, contro le cinque con Brescia e Cagliari e le 12 con l’Udinese), e ha ridotto ai minimi termini la sua presenza nell’area avversaria.

Zlatan Ibrahimovic

(Photo by Marco Luzzani/Getty Images)

Ecco dove l’assenza di Ibra si è sentita di più, negli ultimi sedici metri. Guardare la heatmap della partita per credere. C’è una macchia che varia dal giallo al rosso grande quasi quanto tutto il campo, e poi un bel buco verde proprio in corrispondenza del dischetto del rigore.

Senza Ibra non c’è centravanti, così i tiri in porta da dentro l’area calano drasticamente: tre in tutta la partita, su 17 totali, un esiguo 17,6%. Contro il Brescia erano stati 5 su 10, con l’Udinese 9 su 19, con il Cagliari 4 su 8. E nell’1-1 di domenica i rossoneri hanno creato un’azione manovrata dentro l’area solo nel finale, quella che ha portato prima alla conclusione di Theo Hernandez respinta da Silvestri e poi al palo di Castillejo.

Quello visto contro l’Hellas non è stato un Milan arrendevole o apatico, piuttosto un Milan confuso e senza idee. I giocatori rossoneri si sono passati molto la palla (454 passaggi completati, il dato di gran lunga più alto da quando è arrivato Ibrahimovic), ma senza trovare sbocchi. Solo 2 i passaggi chiave, come contro il Brescia, ma con oltre 100 scambi in più, peggio che contro Udinese (9) e Cagliari (3). E hanno cercato di dare sfogo sulle fasce a una manovra lenta e prevedibile. I rossoneri hanno condotto per vie centrali solo il 12,7% dei loro attacchi, mentre nelle precedenti tre partite con lo svedese in campo per 90 minuti il dato medio superava il 18%.

Zlatan Ibrahimovic

(Photo by Marco Luzzani/Getty Images)

Più lontani dalla porta si va, più è difficile rendersi pericolosi, questo è chiaro. Ed è fin troppo evidente come l’assenza di Zlatan abbia pesato sulla produzione offensiva dei rossoneri. Pur avendo segnato finora un solo gol in campionato (contro il Cagliari, alla 19esima giornata), Zlatan è sempre stato al centro del gioco. Contro i sardi ha prodotto due occasioni da gol e altrettanti tiri, con l’Udinese tre occasioni e due tiri, col Brescia due occasioni e un tiro. Ha sbagliato qualche conclusione di troppo (clamoroso il piattone sinistro spedito a lato di Joronen da ottima posizione su assist di Theo Hernandez), è apparso ancora non al top della condizione, meno preciso e cinico del passato, ma decisamente non meno impattante.

E non si tratta solo di questo. L’assenza di Ibra fa evidentemente male anche ai compagni d’attacco. L’esempio più lampante è quello di Ante Rebic, il giocatore maggiormente in ascesa in casa Milan, con tre gol segnati nelle ultime due giornate di campionato.

Contro l’Hellas il croato non si è visto, non è praticamente mai riuscito a rendersi pericoloso con le sue incursioni in area di rigore, con o senza palla. Gli sono mancati gli spazi che invece gli si erano creati nelle precedenti due giornate. Pardon, che Ibra gli aveva creato nelle precedenti due giornate.

Foto LaPresse – Spada.

Nel primo dei due gol con l’Udinese, una partita in cui in 37 minuti era stato capace di creare due occasioni, concludere due volte, segnando in entrambi i casi, è Ibra che si porta via due difensori con il più semplice dei tagli sul primo palo sul cross dalla destra, producendo il buco in cui si infila il croato. E col Brescia è ancora Ibra a mettere in mezzo da destra il pallone che dopo un rimpallo viene messo in rete da Rebic.

Può sembrare poco, ma sono dettagli decisivi. Ridurre Ibra e la sua assenza a una questione di personalità sarebbe sbagliato. Riportandolo in Italia, il Milan sapeva benissimo di ingaggiare un giocatore fortemente condizionante, uno di quelli da cui, poi, non si può più prescindere.

La cessione di Piatek all’Herta Berlino, poi, ha lasciato un enorme vuoto alle spalle dello svedese. Il Milan non ha un’altra prima punta, perché Rafael Leão non lo è, Rebic ancora meno. Se Zlatan dovesse ammalarsi di nuovo, o magari rimediare un qualsiasi infortunio, Pioli si ritroverebbe in una situazione ancora peggiore di quella affrontata prima del mercato di gennaio.

Foto LaPresse – Spada

Dipendere da un giocatore come Ibrahimovic è normale, scegliere di affidare tutta la propria sorte a un giocatore che a ottobre compirà 39 anni, un rischio. Se sarà stata una buona idea, lo dirà solo il tempo. E l’integrità fisica di un centravanti che si fa chiamare Dio.

Gabriele Lippi

About Gabriele Lippi

Gabriele Lippi nasce a Cagliari nel 1984. Ama lo sport più del calcio, il cinema, i gatti, la birra, l'Africa e la gente che è capace di sorridere senza doversi sforzare e piangere senza vergognarsene. Curioso per natura, ha scelto di farne una professione. Ha scritto e scrive – tra gli altri – per Esquire.it, Wired, GQ.com, Vanity Fair, Rivista 11, Lettera43 e Letteradonna.

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