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Il manuale contro il razzismo che non dovrebbe esistere

By 5 Novembre 2019

Un punto su quello che sta accadendo nel calcio italiano, a partire dal caso Balotelli. Perché rendersi conto di un problema è il primo e indispensabile passo per risolverlo, il problema

Non esistono lati positivi, in quello che sta succedendo. Anzi, ne esiste uno: il problema razzismo negli stadi italiani (e, di riflesso, in Italia: anzi, al contrario) è sempre più evidente, ingombrante, solare, dunque risulta sempre più difficile nascondersi. Il prima problema, lo sappiamo, è che il razzismo in Italia non viene considerato per quello che è, cioè appunto un problema. Serio, reale, insistente. Viene minimizzato ogni volta, “massì sono in pochi”, “non generalizziamo, non sono tutti così”, “il nostro pubblico non è razzista, è ironico” e “al massimo sono state 15 persone”. Sono tutte frasi reali, le ultime delle quali pronunciate a voce o per via scritta nello scorso fine settimana dal presidente del Verona, Setti, e dal collaboratore federale che domenica presenziava sotto la curva veronese durante la sfida con il Brescia e udiva cori e insulti razzisti nei confronti di Mario Balotelli.

Dunque i cori ci sono stati, ci sono, non esiste vittimismo e nessuno se li sta inventando. Ma nel teatro dell’assurdo del campionato italiano è necessario chiarire quello che dovrebbe essere ovvio, dunque chiariamolo. Assodato che siamo nella realtà, risulta ancora più assurdo il fatto che non ci siano prese di posizione, o meglio che le prese di posizione ci siano, ma siano solo parole. L’episodio a Balotelli è infatti l’ultimo di una lunga serie: in principio fu Lukaku, poi Kessie, Dalbert, Koulibaly e Juan Jesus sui social. Provvedimenti? Zero, sia delle società (a parte la Roma, che ha emesso un daspo a vita contro il suo tifoso) che della Federazione. Perché? Perché le prime rimbalzano la responsabilità sulla seconda, e viceversa.

(Foto LaPresse/Tocco Alessandro)

È un problema di sistema, che non funziona perché i casi rimangono impuniti nonostante due anni fa sia stato firmato, dal governo, Coni, Figc e sindacati sportivi, un codice etico che consente ai club di individuare in autonomia i responsabili e bandirli dagli stadi. Ma i club troppo spesso non intervengono per non inimicarsi le tifoserie, per paura di esserne vittime, per non finire sotto scacco. Per vigliaccheria, quindi. E l’intervento degli arbitri è solo il primo filtro, non l’unico come viene spesso suggerito dall’opinione pubblica. Ci sarebbe poi la giustizia sportiva, che però può intervenire solo su soggetti tesserati, siano essi società o persone fisiche, non su terzi, dunque non sui tifosi, che dal canto loro lo hanno capito e sfruttano la “protezione”, prendendosi le libertà che desiderano. È un auto-scatto matto.

Il razzista allo stadio lo è anche nella vita, ma dentro l’impianto agisce con la consapevolezza di rimanere impunito perché da sempre lo stadio viene considerato come un porto franco in cui tutto, o quasi, è lecito. Le norme hanno ridotto questo raggio di azione, ma non l’hanno cancellato. Potrebbero intervenire le società e la giustizia ordinaria, sui tifosi, ma qui torniamo al punto di partenza: i club nicchiano, la giustizia può invece fare il suo corso (arrivando solitamente al Daspo) soltanto in presenza di reato, e i cori razzisti non sono catalogati come tali, anche se dovrebbero. Il manuale contro il razzismo che non dovrebbe esistere prevede quindi che i club intervengano, assumendosi la responsabilità e sfruttando gli strumenti tecnologici che hanno a disposizione per individuare i razzisti, che i giocatori prendano iniziativa e mettano spalle al muro le istituzioni, e che queste ultime siano così obbligate a muoversi sul serio.

Banale a dirsi, meno a farsi, in questo Paese poco interventista. Il primo livello di cura manca, così il sistema nasce zoppo. Punire gli esempi negativi, come il capo ultras del Verona, che spingono alcuni giovani esordienti in curva a emularli senza nemmeno saperne il motivo, significa avviare un possibile circolo virtuoso. Isolare i razzisti, evidenziarli per contrasto, renderli inadeguati, è l’unico modo per rimuovere il marcio e invertire l’attuale gerarchia: significa cominciare a trasformare il calcio in uno strumento che risolve alcuni problemi del Paese, non nella cassa di risonanza di questi ultimi.

(Foto Spada/LaPresse)

Isolare i razzisti vuol dire ricordarsi anche che razzista è anche chi perdona o sorvola sulle loro azioni, sia esso un presidente, un allenatore, un opinionista, un giornalista. Il secondo livello è l’educazione dei più giovani, che deve partire dalle scuole, dai campi di calcio e da tutti i luoghi di ritrovo, con programmi di educazione non civica ma di civiltà, che abbraccino anche i valori dell’uguaglianza, della tolleranza e del rispetto.

Si invoca spesso un regolamento sportivo rigido che preveda la sconfitta a tavolino per la squadra i cui tifosi inscenano cori razzisti. A rigor di logica sarebbe un intervento ideale, punitivo sul risultato e quindi su qualcosa che non va oltre la competenza sportiva e che in teoria dovrebbe interessare ai colpevoli, ma purtroppo è un intervento che può anche essere ribaltato. I tifosi razzisti lo possono usare come scacco per le società, come strumento di ricatto, come infatti è già accaduto in passato. Ecco perché nel regolamento si è ignorato questo provvedimento.

Si torna quindi all’educazione, ai gesti utili, a Dzeko che chiede al pubblico dell’Olimpico di applaudire e sommergere i deficienti, all’arbitro Rocchi che decide di sospendere la gara di sua iniziativa, a Balotelli che scaglia il pallone contro la curva del Verona e chiama a raccolta i suoi colleghi, invitandoli a uscire dal campo con lui la prossima volta anziché convincerlo a restare. Si è cominciato a fare qualcosa, si continui a farlo con forza, e si faccia di più. Così il manuale contro il razzismo diventerà inutile, come dovrebbe essere.

Claudio Savelli

About Claudio Savelli

Giornalista, tra le altre cose. Fa, vede, scrive, tendenzialmente di calcio e sport, ma non solo. È firma di Rivista Undici e Libero, ma non solo. Infatti lo trovate anche qui.

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