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Capitan Koulibaly

By 18 Ottobre 2019

Sempre più assorbito dalle dinamiche del Napoli e di Napoli, il senegalese  è il capitano in pectore di una squadra tanto talentuosa quanto umorale, proprio come lui

Nei frenetici e vibranti vicoli del quartiere Vasto, nei pressi della stazione centrale, i fedeli musulmani sono da decenni parte integrante del reticolato sociale di Napoli. Tra di loro, in alcune occasioni, durante alcune riunioni si è aggiunto Kalidou Koulibaly, da oltre cinque anni residente a Napoli e sempre più assorbito dalle dinamiche sociali di una città unica nel suo genere. Il via vai di gente nelle ruvide viuzze calde di umanità del cuore del capoluogo campano ha per lui la stessa intensità di quel Senegal che sente nel sangue e sulla pelle, nonostante sia cresciuto nel Nord-Est della Francia.

Il dialetto napoletano suonerà a lui un po’ come il peul, in italiano fula, una delle principali lingue veicolari del suo paese d’origine che lui ha imparato fin da subito grazie ai suoi genitori e all’ingente comunità peul di Saint-Dié-des-Vosges. Napoli è anche il motore frenetico che lo ha avvicinato alla sua Africa in tutti i sensi, sia per lo stile di vita sia perché proprio dopo le sue prestazioni in maglia azzurra il difensore classe ’91 è stato invitato ad indossare la maglia della nazionale dei Leoni della Teranga.

(foto LaPresse)

Napoletano

A Napoli Kalidou è diventato uomo, è diventato padre, ed è diventato napoletano. Come lui stesso ha esclamato ai microfoni de l’Equipe in una recente intervista: «Napoli è piena d’amore e il razzismo non si sente. Sono stato accolto benissimo fin dal primo momento». Da sempre terra di nessuno e di tutti, Partenope vive pulsando le tante culture che l’hanno forgiata e continuano a renderla malleabile. Seppur la sua notorietà e i suoi impegni lo tengano verosimilmente lontano dalla quotidianità delle attività delle comunità locali, Koulibaly è presente nei discorsi di ogni senegalese di stanza a Napoli, nei discorsi in wolof, peul, francese o napoletano.

Arrivato nell’estate del 2014 grazie all’ottimo scouting di Rafa Benitez, il senegalese aveva subito rapito l’occhio di chi nel calcio apprezza la dedizione, la lotta e la grinta, nonostante la foga tradisse alcuni svarioni dal punto di vista tecnico. Sebbene sia cresciuto in Francia, Kalidou porta dentro di sé i geni di chi il calcio lo mangia e lo respira nei campi sterrati. Scugnizzo fin da subito e senza neanche saperlo, il numero 26 azzurro indossa la fascia di capitano soltanto quando tra i titolari non vi sono Lorenzo Insigne, napoletano di nascita, e José María Callejón, secondo elemento con più anni in rosa insieme a Dries Mertens. Eppure, a livello emotivo, non c’è nessuno più di lui capace di rappresentare la napoletanità di oggi, una napoletanità multicolore al di là del calcio.

Negli ultimi anni, infatti, il capoluogo campano è stato un porto di arrivo e un luogo di accoglienza per tante persone provenienti dal continente africano o dal subcontinente indiano, in primis srilankesi. Parliamo di un’immigrazione relativamente recente, non come quella di ex colonie come, appunto, la Francia, dove già negli anni ’80 e ’90 negli asili e nelle scuole elementari giocavano a calcio durante la ricreazione bambini di differenti origini.

La napoletanità di Koulibaly è insita anche nel cambio di alcune abitudini alimentari: «Prima di venire a Napoli non sapevo che tra i piatti principali ci fossero gli spaghetti alle vongole, e non li avevo mai mangiati. Adesso, invece, è il mio piatto preferito», riportava il difensore tre anni fa durante una conversazione via WhatsApp tra me e lui durante un suo ritiro con il Senegal, dove la maggior parte dei compagni di esprimono in francese, principale lingua veicolare per andare al di là delle differenze tra wolof, peul ed altri vernacoli.

Kalidou Koulibaly subito dopo l’autogol nello Juventus-Napoli 4-3 del 31 agosto 2019
(Foto Marco Alpozzi/LaPresse)

Sempre, ovunque, comunque

Sorridente e umorale, Kalidou è dolce anche quando si arrabbia, quando applaude ironicamente gli errori di arbitri avversari e quando è costretto ad uscire dal campo dopo un’espulsione per uno scatto di rabbia. Quel che è certo è che raramente salta una partita, sia uno scontro abbordabile di campionato sia il big match di Champions League.

Il senegalese è un 4×4 cingolato con la velocità di un missile terra-terra. Uno strumento bellico che parte dalla difesa e si moltiplica in svariate zone del campo. Non a caso è stato impiegato in ogni posizione della difesa ed ha dimostrato di potersi disimpegnare anche da terzino. In cinque stagioni e mezzo il numero 26 azzurro ha saltato solo 16 partite per squalifica, 6 per la Coppa d’Africa 2017 e 5 in totale per infortunio.

Koulibaly rappresenta dunque una garanzia assoluta sia dal punto di vista tattico sia dal punto di vista tecnico, sebbene da quando sia partito Raúl Albiol gli automatismi con Kostas Manolas debbano essere ancora totalmente raggiunti. Essendo il greco un marcatore, e soprattutto non essendoci più la mano pesante di Maurizio Sarri, «un autentico maniaco a livello tattico», come lui stesso mi ha detto, è chiaro che servirà ancora un po’ di tempo per abituarsi a un nuovo modo di difendere.

Koulibaly rispecchia fedelmente il motto dei tifosi azzurri “Sempre, ovunque, comunque”. Gioca dove gli dicono e in qualsiasi condizione, il che lo associa come nessun altro all’essere intrinseco del Napoli, una squadra umorale e capace di arrivare a picchi estremi di rendimento per poi crollare emotivamente quando uno meno se lo aspetta. Egli stesso è simbolo della folle altalena emozionale sulla quale è montato il Napoli nel giro di una settimana nella quale al San Paolo ha prima demolito il Liverpool campione d’Europa in carica ed è poi caduto contro il Cagliari.

(Photo by Paolo Bruno/Getty Images)

Autore di interventi ai limiti dell’immaginabile contro gli attaccanti inglesi, su tutti un Salah fermato anche in velocità, Koulibaly si è poi lasciato conquistare dal nervosismo nel secondo tempo contro gli isolani, quando entrò per dare più efficacia alla manovra dalle retrovie. Lanciatosi in attacco nel finale da attaccante aggiunto e spettatore di un possibile fallo da rigore su Llorente, il numero 26 era dunque mancato nella difesa del gol di Castro, dopo il quale aveva protestato scatenando la sua rabbia e venendo espulso.

Fenomeno assoluto per qualità tecniche, fisiche e dedizione in campo, Kalidou è lo specchio del Napoli, una squadra possente e virtuosa ma che in alcuni momenti incespica per l’eccessiva forza cinetica che genera attorno a sé. Nel momento stesso in cui entrambi, mano nella mano, capiranno che in alcuni momenti è meglio frenare, di testa e di gambe, il difensore completerà il suo percorso di consacrazione, e la squadra intera ne trarrà giovamento assoluto.

Nel frattempo il senegalese nato in Francia e diventato uomo a Napoli mostra orgoglioso le sue cicatrici invisibili. Invisibili su una pelle nera e fiera di esserlo. Paladino della lotta al razzismo insieme ad altri calciatori, Koulibaly trattiene il respiro ed è pronto a ripartire dopo la squalifica. E lo farà con quel sorriso permanente sul suo volto, lo farà giocando a tutto campo, senza lesinare sforzi. Lo farà da capitano in pectore di un popolo storicamente senza condottieri. Senza fascia al braccio, perché di quella non ne ha bisogno.

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