Feed

Il Napoli è nella terra di mezzo

By 7 Ottobre 2019

Questo inizio di stagione ci sta dicendo che il Napoli di De Laurentiis non è un top team. È troppo grande per essere una piccola e troppo piccola (per fatturato, valori tecnici, strutture) per essere una big. E quando ti trovi in un limbo del genere, per quanto dorato, i nodi vengono al pettine. Una rifondazione, forse, è necessaria

Crisi di crescita e di identità. Difficile chiamare altrimenti il momento attuale del Napoli, squadra e società che hanno creato un modello unico, forse irripetibile e gioiosamente incompiuto di gioco, sostenibilità finanziaria e progettualità sportiva. Per sgombrare il campo da qualsiasi pregiudizio, cominciamo col sottolineare che ciò che ha fatto Aurelio De Laurentiis a Napoli è un miracolo, arrivando persino a giocarsi uno scudetto e mezzo contro la squadra più forte che il calcio italiano abbia espresso negli ultimi 20 anni (e una delle migliori in assoluto della storia).

Un miracolo frutto di scelte manageriali, di una gestione quasi perfetta di risorse finanziarie e umane, sia nell’alternanza di uomini e filosofie diverse sulla panchina, perfettamente coerente a ogni fase di crescita della squadra e della società, sia nei calciatori acquistati e ceduti. Una macchina talmente ben oliata, perfetta, che ha raggiunto regolarmente, negli ultimi otto anni, risultati superiori alle proprie possibilità (sì, anche il secondo anno di Rafa Benitez, nel quale solo due errori arbitrali clamorosi, due fuorigioco imbarazzanti, hanno impedito agli azzurri di giocarsi due finali meritate in Coppa Italia e in Europa League).

Questo percorso, poco vincente solo per la concomitanza del ciclo bianconero e di uno strapotere finanziario, politico, sportivo della Vecchia Signora, ha creato un’illusione: che il Napoli fosse un top team. E in effetti i numeri sembrerebbero confermarlo: stabilmente nei primi 20 d’Europa secondo il ranking Uefa, capace di attrarre un campione come Higuain comprandolo dal Real Madrid e di farsi aspettare da un vicecampione d’Europa come Llorente, ambito da top coach che hanno una o più Champions in bacheca come Rafa Benitez e Carlo Ancelotti, unica squadra ad aver battuto tre volte in un anno i campioni d’Europa del Liverpool.

(Photo by Francesco Pecoraro/Getty Images)

Eppure il Napoli non è un top team: è troppo grande per essere una piccola, una outsider, e troppo piccola (per fatturato, valori tecnici, strutture) per essere una big. E quando ti trovi in un limbo del genere, per quanto dorato, i nodi vengono al pettine. Finito il ciclo di Maurizio Sarri, che questa illusione l’ha alimentata dando un gioco abbagliante e una serie di automatismi tattici straordinari a una buona squadra, valorizzando calciatori in alcuni casi mediocri (Hjsay, ad esempio) e facendo passare per campioni ottimi calciatori (Lorenzo Insigne), Aurelio De Laurentiis ha provato la stessa scommessa del post Mazzarri, altro allenatore che ha proiettato il Napoli ben oltre i suoi possibili orizzonti (basti pensare che ha vinto un trofeo con meno di un terzo del monte salari attuale).

Puntare, dopo l’underdog affamato e visionario, su un uomo di grande esperienza internazionale, dalla mentalità vincente, abituato ai piani alti di questo sport e capace di attrarre giocatori altrimenti irraggiungibili. Ma qualcosa era cambiato, rispetto all’avvicendamento tra il grintoso Walter e il filosofo Rafa. C’era uno scudetto perso sul filo del traguardo nella memoria dei tifosi ma anche di un gruppo coeso che “ha un sogno nel cuore” da almeno tre anni che ha lentamente eroso motivazioni e prospettive.

L’ambiente, esternamente e internamente, ha sviluppato la convinzione che pur non avendo alzato il tasso tecnico e le entrate economiche quanto avrebbe dovuto (ma forse, non potuto), grazie a un percorso virtuoso avesse comunque accorciato le distanze rispetto alle grandi d’Italia ed Europa. Dirigenti, allenatore, giocatori, ma anche giornalisti, tifosi, persino gli avversari hanno alimentato quello che è diventato un circolo vizioso fatto di insoddisfazioni e frustrazioni. Sopravvalutando il patrimonio tecnico – pur sempre alimentato da giocatori provenienti da realtà come Empoli, Udinese, Psv, Roma, tranne poche eccezioni – e quello economico di un presidente che non ha la potenza di fuoco di Exor, Suning, arabi.

(Photo by Francesco Pecoraro/Getty Images)

E non facendosi domande elementari o dandosi risposte sbagliate. Ad esempio, una fondamentale, è: quanti giocatori nella rosa degli azzurri giocherebbero nelle squadre più forti d’Europa? Kalidou Koulibaly e Dries Mertens: il primo ormai definito il miglior difensore del mondo, il secondo titolare fisso di una nazionale tra le più forti, sia pure, ironia della sorte, a digiuno di trofei. Troppo pochi per ambire a coppe e campionati, soprattutto se si valuta che il primo non casualmente è al suo sesto anno a Napoli.

Giocatore dagli enormi mezzi fisici e tecnici, con limiti tattici evidenti, se si esclude il “mitico” Juventus-Napoli in cui segnò il gol della vittoria ha sempre fallito le partite da dentro-fuori, rappresentando perfettamente gli azzurri: belli, capaci di grandi imprese ma con limiti caratteriali, di personalità evidentissimi. Cosa che non difetta a Dries, anche in questo frangente l’unico leader in squadra, capace persino di recuperi difensivi commoventi, ma che paga i suoi 32 anni e una maturazione tecnica tardiva.

Se da cinque anni il tasso di conversione tra occasioni da gol e reti è bassissimo, se nelle ultime Champions si è pareggiato in casa del Besiktas, della Stella Rossa e del Genk e si è conosciuti in Europa per essere il team che ha subito eliminazioni cocenti nei gironi nonostante punteggi in classifica a due cifre, non ci si può appellare (solamente) alla sfortuna. Il Napoli, semplicemente, è, con il quarto posto in classifica in Serie A e un girone europeo in cui ha alternato una partita eccezionale a un’occasione sprecata, perfettamente incasellato nella posizione che merita. Di bello incompiuto. Posizione a cui non era più abituato.

(Photo by Francesco Pecoraro/Getty Images)

Il problema è che per questa crisi di crescita – lo avevano capito De Laurentiis e Ancelotti che hanno cercato, ognuno per sé, di portare in rosa Mauro Icardi e James Rodriguez (ma non sarebbe forse servito un grande centrocampista, invece?) – si è rotto un giocattolo. Allo stadio la freddezza dei tifosi è inspiegabile, delusi dalle illusioni che tutti hanno alimentato contro ogni evidenza, immemori di un passato recente sportivamente drammatico; in società si continua giustamente a portare avanti una strategia illuminata fatta di giovani di grandi prospettive – Ruiz, Meret, Di Lorenzo, Elmas – e conferme di elementi determinanti con pochissime dolorose cessioni, ma pretendendo l’inseguimento di obiettivi impossibili da raggiungere. Anzi, peggio: dichiarandoli.

Il Napoli è un’Atalanta più ambiziosa, un Atletico Madrid senza soci danarosi, un Borussia senza tifosi che accettino e applaudano persino una stagione a ridosso della zona retrocessione. E così rischia di cannibalizzarsi, di rovinare quanto di buono fatto, di impedirsi l’accesso a un miracolo alla Leicester o a una progettualità di lungo termine come quelle che hanno visto, nella buona e cattiva sorte, far bene Simeone e Klopp (sia a Dortmund che a Liverpool). Gli azzurri avevano risposto al denaro altrui con la gioia, la coesione, l’entusiasmo, che ora stanno scemando per l’incapacità di tutte le sue componenti di rendersi conto quale sia la propria reale dimensione.

Dovrebbe essere una squadra sostenuta al di là del risultato, per quanto fatto negli ultimi anni, e sollevata, per la sua fragilità emotiva, di obiettivi gravosi dai suoi dirigenti. Dovrebbe continuare una progettualità, non accelerarla, liberandosi magari di fisime incomprensibili – continuare a puntare su giocatori fisicamente inadeguati al calcio moderno, rifiutare se non rarissimamente l’inserimento in rosa di calciatori esperti over 30, cominciare a costruire un modo di stare in campo più muscolare – e provando a ripartire per raggiungere quel salto di qualità, strutturale e sportivo, in un’altra direzione, perché questo percorso di maturazione è giunto al capolinea.

(Photo by Clive Brunskill/Getty Images)

Come è possibile? Cercando forse di superare il modello di società Aureliocentrica, con l’ingresso di nuovi capitali, puntare su più dirigenti capaci come Giuntoli (l’organigramma del Napoli è decisamente esile), liberarsi dei grandi equivoci che questa crescita ha portato in termini tecnici. Ci si illude che Allan sia il fenomeno della prima parte della scorsa stagione, ma la sua carriera dice che la sua prestazione media è quella attuale. Si pensa che Lorenzo Insigne sia il giocatore italiano più forte in attività, ma la verità è che è “solo” un talento di buon livello che a ridosso dei 29 anni non ha saputo crescere, ma che anzi sembra in balìa di un’involuzione tecnica e tattica, oltre che caratteriale. Va detto che non lo ha aiutato la generosità con cui ha “obbedito” a tutti i suoi allenatori (quattro, tutti lo hanno utilizzato in posizioni diverse, minandone l’identità) e un fisico che con i suoi 163 centimetri è inadatto al calcio moderno.

Discorsi analoghi, anche se per motivi diversi vanno fatti per Ghoulam (probabilmente ormai irrecuperabile dopo i due infortuni subiti) e Milik, troppo forte per essere una riserva e con troppi limiti per essere il titolarissimo di una grande (non è un bomber uno che ha fatto 17 gol nella sua migliore stagione italiana: gli manca il killer instinct, come ha dimostrato a Genk, nonostante la sua media gol fatti-minuti giocati). Non parliamo infine di Piotr Zielinski: a sentire tutti i suoi allenatori passati e presenti un potenziale top player, ma incapace di prendersi una responsabilità e vittima di un carattere fragilissimo.

Una rifondazione, forse, ora è necessaria: non si dimentichi che questo ciclo, avaro di vittorie ma capace di proiettare il Napoli nelle alte sfere, nasce dal primo Benitez e da una piccola rivoluzione che portò a un’ossatura, almeno negli 11, ancora presente quest’anno. Si deve immaginare un nuovo ciclo, liberandosi di questi punti interrogativi, monetizzandoli e provando a investire non solo in nuovi giocatori ma nelle strutture e nei vivai. Proprio come Liverpool, Dortmund, Atletico Madrid. Napoli ha già vinto la sua sfida.  Ora però deve diventare grande affrontandone un’altra. Oppure accettare serenamente il suo destino. Magari sperando di trovare il suo Claudio Ranieri.

Boris Sollazzo

About Boris Sollazzo

Boris Sollazzo è il padre di Carlo, critico e cronista cinematografico, autore televisivo, speaker radiofonico, telecronista e giornalista sportivo, pluricampione di fantacalcio. Spesso contemporaneamente. Ha scritto per quasi tutti i quotidiani e periodici e ora ha una trasmissione quotidiana su RadioRock. È il direttore artistico dell’Ischia Film Festival e del Cerveteri Film Festival.

Leave a Reply

Leggi un altro articolo
Leggi un altro articolo
Dispiace. Magari non ai tifosi del Milan, ma umanamente dispiace....