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Chi è davvero Aurelio De Laurentiis?

By 1 Agosto 2019

Ecco perché il presidente del Napoli è l’unica vera novità del nostro calcio nel nuovo millennio

Vi piaccia o no, Aurelio De Laurentiis è l’unico vero elemento di novità del calcio italiano del nuovo millennio. Né emiro né patron che rischia la pellaccia per la squadra, il produttore cinematografico ha portato la sua competenza di imprenditore dell’immateriale, ovvero l’arte, il cinema, in un’altra industria atipica, squilibrata: non ne esiste un’altra in cui il 70%, almeno, del fatturato è impiegato nei salari dei dipendenti (nulla è mai esistito, paradossalmente, di più vicino al comunismo del calcio). È entrato nel Napoli a seguito del fallimento del 2004, rilevandolo per 25 milioni di euro circa, ha speso parecchio nei primi 4 anni per riportare gli azzurri nel gotha del calcio e da 10 anni non scende sotto il quinto posto (e da 5 sotto il terzo). Il tutto senza mai fare il passo più lungo della gamba, avendo riserve per oltre 100 milioni di euro (ci si potrebbe costruire uno stadio, e non è detto che non lo faccia), senza essere ostaggio delle banche – da Unicredit si fece aiutare per comprare la squadra che fu di Maradona, poi estinse ogni debito – e capitalizzando sempre le sue intuizioni e i suoi asset (da Cinecittà World presa con i crediti accumulati con Cinecittà ai Cavani, i Lavezzi, gli Higuain e i Jorginho che grazie alle clausole, tre su quattro, gli hanno portato quasi 250 milioni di euro) per migliorare e crescere.

Aurelio De Laurentiis e i tifosi
De Laurentiis è un raffinato stratega, a dispetto della sua comunicazione decisamente muscolare (si pensi a Kostas Manolas definito, di fatto, viziato, un po’ rotto e pericoloso per lo spogliatoio e poi portato a casa con 15 milioni di euro cash circa più la cessione alla Roma della riserva Diawara che, guarda caso, a bilancio fa una plusvalenza di 15 milioni), ma anche un grande conoscitore di uomini. Tranne Ventura e Donadoni, comunque passati per la Nazionale e quindi non proprio gli ultimi arrivati, non ha mai sbagliato un allenatore: dalle scommesse Mazzarri e Sarri ai big vincitori di Champions Benitez e Ancelotti – chi altri è riuscito a convincere top coach così in Italia a venire ad allenare la propria squadra? – senza dimenticare l’amico e sodale Edy Reja, a cui si deve il doppio salto dalla C alla A, tecnico troppo sottovalutato.

L’uomo è geniale, anche se spesso incompreso: molti tifosi lo chiamano “pappone”, dagli ultras che gli rimproverano scarsa ambizione e amore per il proprio portafoglio (ma in realtà lamentano la fine di ogni privilegio fuori e dentro lo stadio, dai biglietti gratis alla curva come porto franco d’illegalità: il presidente arrivò e fece subito arrestare una dozzina di loro) ai supporter più borghesi che mal ne sopportano la romanità e la lucidità d’analisi dei difetti del popolo partenopeo, lo scarso romanticismo (loro, che fischiano Insigne) e la maleducazione.

Non ha quasi mai sbagliato una campagna acquisti, se non forse quella del secondo anno di Benitez, in cui saltò l’affare Mascherano e il rapporto con lo spagnolo (arrivò, è vero, l’allora sconosciuto Koulibaly, ma anche David Lopez, Michu, De Guzmàn con allegato il ritorno dal prestito di Gargano) e quella post Higuain, in cui l’enorme plusvalenza dell’ex galactico fu frammentata su diverse scommesse – che proprio in questa sessione di mercato stanno prendendo altre vie, vedi Diawara e Rog e presumibilmente anche Tonelli – di cui rimangono tra i titolatissimi “solo” Zielinski e Milik (anche se il secondo lo potrebbe essere ancora per poco, in caso di arrivo di Icardi o simili).

Aurelio De Laurentiis e la politica (non solo sportiva)
L’uomo è scaltro anche perché prende la politica sportiva, la coerenza e l’amore per i colori e per i tifosi come fossero autobus, con l’abilità che era di Enrico Mattei, che lo teorizzava senza problemi e di cui ha la stessa capacità di affezionarsi (e poi in caso sentirsi tradito, per questo) ai luogotenenti preferiti, specialmente se è stato lui a scoprirli e lanciarli.

In politica ha appoggiato il destrorso Lettieri, per poi abbracciare De Magistris nel post elezioni e infine mollarlo per l’attuale amore De Luca, che gli ha assicurato i fondi per il nuovo San Paolo.

Nel potere sportivo ha attaccato la Juventus spessissimo, per poi però, periodicamente, allearvisi, dall’asse con Lotito e Agnelli per Tavecchio all’Andrea bianconero che lo traghetta nel board dell’ECA (entrambe avventure da cui sembra aver tratto meno di quanto si aspettasse).

I tifosi li ha blanditi quando con quel suo piumino-bomber azzurro inguardabile faceva i giri di campo al San Paolo ai tempi delle serie inferiori e veniva chiamato ‘O Mast’, poi li ha stigmatizzati per la scarsa affezione e l’ingratitudine nei confronti della società – fino a immaginare uno stadio di proprietà di soli 30.000 posti -, società che mai tanto a lungo era stata così in alto se non con Diego Armando Maradona, infine ora, con un colpo di teatro, li riavvicina con un’estate piena di sogni di calciomercato (Manolas preso a una diretta concorrente con una mossa alla Juventus, James Rodriguez trattato con il Real, Icardi che non sembra lontano) e una campagna abbonamenti che tra ribassi e possibilità di cessione del titolo, rappresenta una controtendenza totale rispetto alle altre piazze e anche ai dispetti dello scorso anno (dopo il San Paolo deserto di molte gare, ADL pensò bene di alzare i prezzi di quelle successive per ripicca).

Aurelio De Laurentiis

La verità è che nulla è casuale con lui, neanche le dichiarazioni mediatiche che spesso sembrano improvvisate, frutto di rabbie improvvise e reazioni inconsulte. Quando da Dimaro attaccò Messi dandogli del cretino (era il 2011) ad esempio, a Madrid triplicarono le vendite del merchandising del Napoli. Se sta trattando un giocatore e ne parla male, spesso riesce ad abbassarne prezzo e pretese (a volte va male, ma come nel caso di James, troppo “vecchio” per i suoi gusti e sfizio personale dell’amato ma anche temuto Carletto Ancelotti, forse è far saltare il banco ciò che desidera), così come dagli sponsor, che pure sono ancora sottodimensionati rispetto all’attuale valore dei partenopei, riesce a cavare fuori il massimo, così come dalla maglietta che per primo ha fatto diventare più simile alla tenuta di un ciclista per la presenza contemporanea di ben tre sponsor.

Aurelio De Laurentiis e il calciomercato
Aurelio De Laurentiis è un geniaccio in un mondo di improvvisati, è un manager in una realtà di tycoon più o meno pezzenti, è uomo che di spettacolo che sa quando provare a puntare in alto. E per farlo, si rimangia anche le battaglie più urlate del suo passato. Pensiamo al Napoli attuale, che dopo anni di lotte con i procuratori (dalle casse di Castel Volturno uscivano pochissime commissioni per loro, se si esclude il Mazzoni di Lavezzi a cui fu regalato l’acquisto dell’indimenticabile Chavez, e quest’anno è saltato Pépé per lo stesso motivo) ora va a braccetto con Mendes (manager di James che gli propose persino Cristiano Ronaldo) – che ha portato a casa il rinnovo che sembrava impossibile di Ghoulam, ne ha avuto in cambio Vinicius che con gratitudine ha fatto rivendere a 17 milioni al Benfica assicurando al Napoli una plusvalenza e a una società di dilettanti brasiliani a lui vicina 8,5 milioni di euro – e con Mino Raiola (manager di Manolas e dell’obiettivo Lozano), che ai tempi della possibile cessione di Hamsik al Milan insultò per poi, ora, chiamarlo amico in diretta radiofonica.

Spregiudicato, egocentrico, amante del paradosso, eccessivo ma anche manager accorto, tra i pochi ad aver guadagnato dal calcio, senza saccheggiare e vampirizzare la propria società, capace di risultati incredibili con un fatturato limitato e un salary cap da Europa League (per intenderci, Insigne guadagna quanto Pastore, e Koulibaly fino a un anno e mezzo fa meno di Juan Jesus), quest’anno, complice l’età e l’ambizione (vuole vincere lo scudetto e poi rifare un film a Hollywood), desidera provare il salto di qualità. Trionfare, non solo nel bilancio sportivo ed economico, per entrare nella storia. E lo farà, però, riuscendo a chiudere a zero o quasi il bilancio del calciomercato.

Perché finalmente ha società (Cagliari e Parma su tutte, divenute quelle che sono Genoa e Sassuolo per la Juventus, anche se in modo meno sfacciato) che gli consentiranno, dalle riserve e dai tagli, di tirar fuori un tesoretto oltre i 100 milioni di euro. Inglese e Vinicius, mai un match ufficiale in azzurro, hanno portato da soli nelle casse 40 milioni, per dire.

Aurelio De Laurentiis

Si atteggia a Don Chisciotte e Masaniello, ma è un Cavour populista, realista e cinico, ma sentimentale e appassionato quando meno te lo aspetti. Un populista odiato dal suo popolo e invidiato da quelli altrui. Troppo abile e innamorato di sé per prendere in giro la gente, le dice la verità su denari, potere e soprattutto su se stessa, e questo è imperdonabile. I deboli con lui soccombono – Higuain, ma anche Sarri – i forti ottengono il suo rispetto e qualche gran giocatore (Mazzarri Cavani, Benitez Higuain, Ancelotti vedremo) e di solito qualcosina vincono.

Quest’anno può diventare il lider maximo della storia azzurra (un passo dietro D10S, ovviamente), e senza l’ombra di un Comandante paraculo a disturbarlo. Dipende solo da lui e quelle plusvalenze già messe a bilancio nel 2020 con gli obblighi di riscatto fanno pensare che lui ce la stia mettendo tutta. Perché a essere campione di fair play finanziario – lo sarà anche quest’anno, visto che i 25 milioni di Hamsik vanno su questo esercizio – forse si è scocciato pure lui. A quest’agosto l’ardua sentenza sulle sue ambizioni: se arriveranno James Rodriguez, Lozano e/o Icardi, nessuno potrà più criticarlo, se invece si tornerà dall’Udinese per il ticket De Paul-Lasagna, godranno i “gufi” e i maligni.

Con quel carattere, abbiamo solo un’ultima curiosità. Anzi due: fargli comprare Zlatan Ibrahimovic e magari, come successore di Ancelotti, il più tardi possibile, Mourinho. Quei tre, insieme, potrebbero invadere la Polonia.

Immagini: LaPresse.
Foto di copertina: Getty Images.

Boris Sollazzo

About Boris Sollazzo

Boris Sollazzo è il padre di Carlo, critico e cronista cinematografico, autore televisivo, speaker radiofonico, telecronista e giornalista sportivo, pluricampione di fantacalcio. Spesso contemporaneamente. Ha scritto per quasi tutti i quotidiani e periodici e ora ha una trasmissione quotidiana su RadioRock. È il direttore artistico dell’Ischia Film Festival e del Cerveteri Film Festival.

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