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Manolas al Napoli è il fallimento tecnico della Roma americana?

By 28 Giugno 2019

La cessione del greco al Napoli rischia di diventare la Caporetto giallorossa. Perché la Roma non solo va a rafforzare quella che doveva essere una sua diretta concorrete, ma lo fa anche incassando una cifra decisamente contenuta. Un’operazione che pone fine al sogno di diventare grandi tramite plusvalenze

Il bello delle parole è che ti permettono sempre di smussare gli spigoli, di addolcire la pillola, di dipingere la realtà con tinte meno cupe di quelle che sarebbero necessarie. Il bello delle foto, invece, è che non sono interpretabili. Per quanti filtri tu possa utilizzare, le immagini riescono sempre a centrare l’elemento più simbolico della storia che vuoi raccontare. E ad amplificarlo. Ce ne stiamo accorgendo (in maniera drammatica) in questi giorni. Uno scatto non riempie le orecchie con un fiume di parole, ma grida in silenzio, ti colpisce allo stomaco, ti mette con le spalle al muro. Anche nel calcio, dove il flusso continuo di notizie rischia di diventare un brusio informe, una confusione nella quale è difficile orientarsi.

La fotografia più chiara del momento della Roma è ancora in fase di sviluppo, pronta a uscire a momenti dalla camera oscura del San Paolo. Eppure tutti la conosciamo già da qualche giorno. Perché Kostas Manolas che stringe fra le dita la maglia del Napoli e che sorride ai flash dei fotografi rappresenta molto di più di un semplice trasferimento di mercato, dell’ennesimo giocatore sacrificato sull’altare del bilancio. È la foto di un fallimento sportivo, di una Caporetto che tiene insieme due aspetti: il tradimento di una promessa pronunciata più volte dalla proprietà a stelle e strisce (quella di rendere grande la Roma) e di un’idea, ma con l’iniziale rigorosamente minuscola (di poter competere ad altissimi livelli grazie alle plusvalenze).

Kostas Manolas che risponde alle domande dei giornalisti nella sua conferenza di presentazione a Napoli, infatti, è la Polaroid che esprime nel miglior modo possibile quella parola che la dirigenza giallorossa non ha nessuna intenzione di pronunciare: ridimensionamento. Cedere il miglior difensore della propria rosa a una diretta concorrente vuol dire esplicitare che chi acquista non è più considerata come la diretta concorrente, vuol dire mettersi in una posizione di subalternità. Perché la Roma sta dimostrando di non riuscire più ad alzare l’asticella, di poter competere con sempre meno squadre della parte alta della classifica e con sempre più club che vogliono entrare nella parte sinistra della graduatoria.

Per carità, quello di Manolas non è certo il primo sacrificio doloroso dei capitolini negli ultimi anni, ma stavolta sembrano davvero essere cambiate le prospettive. Con l’assenza delle milanesi, Roma e Napoli si sono contese il ruolo di vice Juventus, di prima fra le seconde. E hanno provato a duellare seguendo modelli profondamente diversi. I giallorossi avevano seguito una vocazione internazionale: struttura con molti quadri dirigenziali specializzati, uso massiccio dei social network per aumentare il numero di fan (e di possibili “clienti”) in tutto il mondo, rafforzamento del marchio, sponsor tecnico di rilievo internazionale (capace di garantire visibilità in praticamente tutti i negozi del globo), logoranti tournée estive in modo da far sedere il club allo stesso tavolo delle big d’Europa, progetto di uno stadio all’avanguardia chiamato ad aumentare gli introiti. Il Napoli, invece, aveva battuto una strada più orientata verso l’interno, fatta di ritiri estivi in altura, di uno sponsor tecnico storico ma con una distribuzione più limitata, di acquisti mirati, di un patron molto più vicino ai presidenti degli anni Novanta rispetto ai proprietari più moderni.

Le prime otto stagioni della gestione americana, però, non hanno tolto la polvere dalla bacheca del club. Anzi, la semifinale di Champions League raggiunta lo scorso anno è stata abbondantemente controbilanciata dalla finale di Coppa Italia persa contro i cugini della Lazio, dall’1-7 subito in casa contro il Bayern, dal 7-1 subito dalla Fiorentina (non esattamente una corazzata) nella Coppa Italia di quest’anno, dal 6-1 del Camp Nou, e così via. Nello stesso periodo, invece, il Napoli ha vinto due trofei nazionali ma, soprattutto, è riuscito a contendere davvero lo scudetto alla Juve. Sì, perché anche quando la Roma è arrivata seconda, non è mai neanche andata vicino a lottare testa a testa con la Juventus, finendo sempre a distanze incolmabili dai campioni d’Italia: 17 punti nel 2013/2014 e nel 2014/2015, 4 nel 206/2017 (ma con i bianconeri che, dopo essere arrivati a +8 a sei giornate dalla fine avevano tirato il freno a mano). Il Napoli, invece, con Sarri è arrivato a un passo dalla vittoria finale, mentre con Ancelotti, nonostante le 11 lunghezze di ritardo rispetto ai bianconeri, ha costruito una base interessante per tentare l’affondo vincente nella prossima stagione (con Sarri che, ironia della sorte, sarà proprio sulla panchina della Juventus).

Ma, soprattutto, i due club hanno tenuto un comportamento opposto sul mercato. Specialmente per quanto riguarda quello in uscita. Anche i partenopei hanno dovuto affrontare cessioni difficili da mandare giù (Higuain, Lavezzi, Cavani, Hamsik, Jorginho), ma sono riusciti sempre a cedere alla proprie condizioni. E anche quando Hiugain è andato alla Juventus, è stato acquistato solo tramite il pagamento di una clausola da 90 milioni di Euro. Il Napoli ha avuto la forza di trattenere alcuni dei suoi gioielli più luccicanti come Koulibaly (il miglior difensore del campionato che poteva partire per cifre importanti) e Allan, che a gennaio era stato vicino al PSG per somme da capogiro. Eppure la società è riuscita a dire no, a impuntarsi, a blindare un giocatore che da solo reggeva il centrocampo. Il Napoli ha fatto capire che, anche se la Juventus era comunque lontana in classifica, l’importante era costruire e rafforzare, non smontare il giocattolo. E pensare che solo un anno prima, sempre nella finestra invernale di trasferimenti, i giallorossi avevano praticamente venduto Edin Dzeko al Chelsea. Nonostante una Champions League ancora da giocare, nonostante un quarto posto ancora tutto da conquistare.

Il mercato della Roma, sotto la gestione americana, ha dovuto fare i conti con la necessità di alleggerire il monte ingaggi, con un bilancio cronicamente in rosso, con il Fair Play Finanziario. Così, la plusvalenza è diventata una necessità per poter vivere al di sopra delle proprie possibilità, come il padre di famiglia che finito lo stipendio continua a fare acquisti con la carta di credito. I giallorossi hanno comprato tanto e non sempre hanno pescato bene. In 8 anni, secondo i dati di Trasfermarkt, il saldo fra acquisti e cessioni è in passivo di circa 16,2 milioni. Quello del Napoli, invece, è in rosso per 66,3.

Numeri che fanno riflettere, anche perché tenere il conto dei movimenti di mercato della Roma americana è praticamente impossibile. Solo nel primo anno sono stati acquistati 13 giocatori nuovi per la prima squadra (oltre a un’infinità di operazioni “minori”, che comunque hanno distolto soldi dalle casse societarie), nella stagione successiva 14, e così via. E visto che ogni nuovo arrivo deve essere bilanciato dalle cessioni, si è venuto a creare un vortice che ha impedito di rafforzare l’identità del club. Il risultato è che un’ipotetica formazione dei giocatori ceduti (un ideale 4-3-3 comprenderebbe Alisson, Rudiger, Benatia, Marquinhos, Emerson Palmieri, Pjanic, Nainggolan, Paredes, Salah, Dzeko e Lamela, con Szczęsny, Jedvaj, Digne, Manolas, Castan, Strootman, Ljajic, Osvaldo in panchina) non solo sia nettamente più forte della formazione attuale, ma  anche di quella di molti club che competono per traguardi più importanti.

E non solo. Perché questo sfrenato turnover ha fatto in modo che molti giocatori vedessero la Roma come un trampolino, come una tappa di passaggio. È stato così con Schick, l’acquisto più costoso della storia capitolina, pagato ancor più di Batistuta, che appena sbarcato nella capitale aveva messo in chiaro i suoi obiettivi a medio termine (vestire le maglie di una fra Real Madrid, Barcellona, Manchester United) e di Justin Kluivert che aveva specificato di voler approdare, presto o tardi, al Barcellona. In pratica Roma e la Roma erano diventati un polo di attrazione per quei giocatori che si trovavano in una fase intermedia della loro carriera. Troppo talentuosi per restare confinati nelle loro squadre, ma ancora troppo acerbi per affermarsi in un top club. In questo senso i giallorossi sono diventatiuna destinazione dove fermarsi per qualche stagione prima di compiere il grande salto. Perché tanto poi ci sarebbe sempre stato un club pronto a fare l’offerta giusta, con buona pace di tutte le parti in causa (tranne i tifosi).

Questo processo, però, si è arrestato all’improvviso nelle ultime due stagioni. Con Monchi alla guida del club, infatti, la Roma sembrava destinata a vivere la propria età dell’oro, a conciliare plusvalenze e ambizioni sportive. Esattamente quello che non era riuscito a Walter Sabatini, che nonostante ottimi acquisti non era mai riuscito a vincere un trofeo. Le cose, però, sono andate in maniera molto diversa e la semifinale di Champions League dello scorso anno (conquistata anche con un pizzico di fortuna) non si è trasformata in un volano, ma in una zavorra. Durante la sua conferenza stampa di presentazione, Monchi aveva toccato chiaramente il tema delle plusvalenze affermando: «Il problema non è vendere. Il problema, semmai, è comprare male». Una dichiarazione spot che si rivelerà un’arma a doppio taglio. Perché nelle ultime due stagioni la Roma ha venduto bene, ma ha comprato decisamente male.

Le prime avvisaglie si erano avute già nel primo mercato estivo del ds spagnolo, quando erano partiti Salah (42 + 8 di bonus), Rudiger (35+4), Paredes (23+4) e Mario Rui (5,5+1), ed erano arrivati Hector Moreno (svincolato), Karsdorp (14+5), Gonalons (5), Kolarov (5),  Under (13,5+1,5), Schick (42 totali) e Defrel (23 totali). Fra i nuovi arrivi solo Under e Kolarov hanno dato un buon apporto alla prima squadra, mentre gli altri hanno avuto rendimenti altalenanti, con Schick (pagato praticamente la stessa cifra che il Liverpool ha sborsato per Salah) e Defrel che si sono rivelati due autentici flop. Un vero e proprio problema per una squadra che si basa sulle plusvalenze. E non è un caso che anche all’inizio di questa stagione l’ossigeno per il bilancio societario sia arrivato dalla cessione dei giocatori portati a Roma da Sabatini. Qualche nome? Alisson (62+10), Nainggolan (38+2, ma con Zaniolo inserito nell’operazione), Strootman (25+3).

Un bottino di tutto rispetto che, sommato all’ottimo risultato in Champions League, poteva portare in dote un mercato di primissimo piano. Invece la società giallorossa ha sbagliato l’intera costruzione della squadra. Olsen (8,5 + 3,5) e Marcano (svincolato), si sono rivelati due acquisti non all’altezza, Kluivert (19 milioni) ha vissuto un ambientamento difficile, Coric (6+2) e Bianda (6+5) sono due oggetti misteriosi (con quest’ultimo che non è riuscito a ritagliarsi uno spazio neanche in Primavera). Ma, soprattutto, le due operazioni più contestate riguardano Pastore (24,7 milioni dal PSG) e Nzonzi (26,5+ 4 di bonus). Acquisti che hanno lasciato qualche dubbio non solo dal punto di vista tecnico (il primo era reduce da stagioni non particolarmente entusiasmanti a Parigi, il secondo è arrivato solo dopo il fallimento della pista che portava a Malcom, di professione esterno d’attacco), ma soprattutto economico. Come può una squadra che vive di plusvalenze fare di due giocatori rispettivamente di 29 e 30 anni i due acquisti più costosi della propria campagna trasferimenti subito dopo Cristante (30 milioni per prelevarlo dall’Atalanta)? E, soprattutto, come può investire cifre così alte in cartellini e ingaggi anche in presenza di un minimo dubbio sul loro rendimento?

 

Il disastro sportivo di questa stagione è figlio di questa opera di castrazione chirurgica del talento. Un’opera che ha portato alla sconfitta in Champions contro il Real Madrid (non esattamente il migliore degli ultimi anni) con una trentina di tiri subiti, agli scivoloni contro Spal (due volte), Bologna (che non aveva mai segnato prima nell’ultima Serie A), Udinese e Lazio (3-0 nel derby), al pareggio contro il Chievo, all’eliminazione prematura dalle coppe (7-1 contro la Fiorentina in Coppa Italia, sconfitta con il Porto agli ottavi di Champions League). Un’opera che ha portato la Roma fuori dalle prime quattro e le ha consegnato un posto in Europa League (grazie alla squalifica del Milan non giocherà i preliminari).

Gli addii di Monchi e l’esonero di Di Francesco hanno aperto la rifondazione. Da dove si riparte? Non dalla colonna vertebrale della squadra, visto che il bilancio impone sacrifici. Per far quadrare i conti verranno ceduti tutti i pezzi pregiati rimasti: Dzeko, Manolas, forse El Shaarawy. Tutti “colpi in uscita” che dovrebbero permettere di immettere liquidità nelle casse societarie, tutti uomini portati da Walter Sabatini.

Così la cessione di Kostas Manolas al Napoli diventa al tempo stesso causa e conseguenza del fallimento sportivo della Roma americana. Con l’aggravante che stavolta il miglior difensore della rosa giallorossa viene venduto a una diretta concorrente. Un po’ come era successo lo scorso anno con Nainggolan, spedito all’Inter dopo i contrasti con Monchi. Ma Kostas Manolas al Napoli diventa anche un fallimento economico per una società che vive di plusvalenze. Il greco se ne va sfruttando la clausola di rescissione di 36 milioni di euro. Una cifra contenuta per un difensore che, insieme a Koulibaly, formerà una delle coppie centrali più forti del campionato (e non solo). Addio con rimpianto, tanto tecnico quanto economico, proprio come era successo anche con Miralem Pjanic, che aveva sfruttato una clausola dello stesso importo per liberarsi e andare alla Juve. Un’emorragia di talento a prezzo di favore che, ora, sembra aver azzerato il progetto americano.

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