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Perché il ritiro estivo è tornato di moda

By 16 Luglio 2019

Il ritiro è tornato in auge perché in tempi in cui l’estate è diventata una cassaforte per monetizzare il proprio brand in giro per il mondo, e l’International Cup ne è l’esempio più famoso, le società che hanno resistito nel difenderlo, e persino allungarlo, hanno ottenuto grandi risultati

Il ritiro, già di suo, ha un nome respingente. Con quell’equivoco che gira attorno all’isolamento, di chi si ritira a vita privata, e la sconfitta, di chi si arrende, mette un po’ di tristezza fin dalla sua semantica. Diciamocelo, è la parte più sfigata della stagione calcistica, quella che ogni tifoso subisce, drogandosi di calciomercato, spiando affamato di partite da 3 punti le possibili figuracce dei propri idoli imballati, magari organizzando una vacanza in montagna, gabbando l’ignara famiglia, per scoprire, prima di altri, che quello che si credeva un giovane campione è un futuro bidone.

Eppure.

Eppure il ritiro è, dopo anni di oblio, tornato a essere al centro dei dibattiti di calciofili, giornalisti, allenatori e calciatori. Può essere breve, lungo, a intermittenza, può essere fatto in casa oppure in montagna, in alcuni non ti fanno vedere la palla, in altri pure troppo. Sì, lo sappiamo, si potrebbe dire lo stesso di un amplesso, ma la verità è che il ritiro è il preliminare per eccellenza: del campionato, della coppa, della ricerca dell’orgasmo sportivo che spesso, per il 95% delle squadre e dei supporter, si rivela solo un coito interrotto, se non si fa proprio cilecca o, peggio ancora, si gode sì, ma a causa della preparazione sbagliata e dell’eccessiva eccitazione, troppo presto.

È tornato in auge, il ritiro, perché in tempi in cui l’estate è diventata una cassaforte per monetizzare il proprio brand in giro per il mondo – l’International Cup, che tocca tre continenti tra luglio e agosto, ne è l’esempio più famoso – le società che hanno resistito nel difenderlo e persino allungarlo, hanno ottenuto grandi risultati: se la Juventus non se ne preoccupa più di tanto, infatti, il Napoli, che nell’era De Laurentiis non si è mai fatto abbacinare da redditizie ma pericolose tournée ma al massimo da amichevoli illustri o tornei da due giorni, ha dimostrato, con Sarri soprattutto, i poteri di una preparazione coerente e sudata, a cui dare i giusti tempi e ritmi. Perché 4 milioni di euro in meno in estate possono portartene 40 in primavera, qualificandoti per la Champions.

Ritiro estivo

LaPresse.

La ricetta perfetta, però, non c’è l’ha nessuno: la Lazio da una dozzina d’anni si diletta nel preparare la nuova stagione nella splendida Auronzo di Cadore, in modo tradizionale, ma continua a sgonfiarsi nelle ultime giornate, sebbene quest’anno abbia, proprio negli ultimi mesi, costruito la vittoria in Coppa Italia. Il Napoli, che nella Val Di Sole ha trovato la felicità sportiva e un portafortuna nel rinchiudersi a Dimaro, conferma invece la professionalità di medici, preparatori atletici e programmi di rinforzamento muscolare e tenuta agonistica rimanendo tra le squadre più equilibrate nel gestire energie e risorse durante tutta la stagione.

Il Trentino Alto Adige, neanche a dirlo, è la regione più gettonata, avendo dalla sua l’altura, un clima perfetto e quei torrenti che consentono una crioterapia naturale (alla faccia di Cristiano Ronaldo, che ha speso 45000 euro per mettersi in casa una macchina che lo congela a meno 200 gradi almeno due volte a settimana), ma chi ha un centro sportivo di proprietà e attrezzatissimo preferisce rimanere tra le proprie mura, come Juve, Milan, Inter (quest’anno eccezionalmente a Lugano per il restyling di Appiano Gentile, all’estero come Genoa e Udinese, che vanno in Austria), l’Udinese per le prime due settimane e la Roma, che però ha rimediato la figuraccia della disdetta a Pinzolo con tanto di penale da pagare, per via del caos preliminari Europa League causato dai rossoneri.

E sono proprio i giallorossi a dare al ritiro sempre un significato particolare: delle grandi, complice anche la breve durata degli allenatori sulla sua panchina, è quella che più spesso ha cambiato metodi di preparazione e durata della trasferta in montagna o, come ultimamente accaduto, a Trigoria: dai gradoni di Zeman ne è passata di acqua sotto i ponti e quest’anno la prima delle doppie sedute – motivo di discussione da anni per gli amanti dei lupacchiotti – è saltata per la riunione a Siena tra Pallotta e gli alti gradi della società, mister Fonseca compreso.

ritiro estivo

Getty Images.

Il ritiro, un tempo, era affidato alle penne ispirate di giornalisti privi dello stress da scoop che, in mezzo a trasferte rilassanti e a vacanze pagate, raccontavano di partite contro i dilettanti con ironica epica, di giovani promesse che crescevano insieme ai fuoriclasse, di illusioni al sole e delusioni più cocenti dell’afa, ottenendo interviste mai banali, lontane dallo stress da vittoria.

Si sognava, con le squadre in ritiro: segnavano grappoli di gol bomber della primavera che avrebbero poi avuto poco futuro, gli stranieri scovati chissà dove sembravano i nuovi Maradona, Zico, Falcao. Era romantico, prima che le telecamere delle tv delle società violassero quei giorni di intimità in cui vecchi e nuovi compagni siglavano fantomatici patti scudetto, neopromosse sognavano imprese e allenatori come Mazzone e Capello stroncavano carriere per un ritardo nel rientro dai giorni liberi o a chi fuggiva dall’albergo di notte mentre Liedholm, invece, ai tifosi delatori rispondeva “sono tornati alle tre di notte? Male, avevo detto loro che potevano rientrare alle quattro”.

Queste lunghe estati segnate da trofei pacchiani e i cui i nomi sono schiavi di sponsor invadenti – ora si sono inventati anche la Serie A Liga Cup, grazie a Tebas, che le conosce bene entrambe, con una finale andata e ritorno tra Napoli e Barcellona – hanno perso di romanticismo e divertimento. Una pessima International Cup abbatte il tifoso che vorrebbe sognare, anche se giocata con soli due titolari e peraltro acciaccati, così come una vittoria contro una big d’Europa si perde nelle migliaia di chilometri percorse mentre i tifosi sono al mare e osano non svegliarsi alle due di notte per vedere l’impresa sotto l’ombrellone.

ritiro estivo

LaPresse.

Che nostalgia dei 628 gradini che uniscono la parte bassa di Rivisondoli al suo centro storico percorsi dal Pescara di Zdengo, del test di Cooper (12 minuti in cui correre nei boschi, vinceva chi ne usciva vivo e con più chilometri percorsi: ne era un campione Ancelotti, che poi è diventato però paladino di ritiri aperti, tradizionali ma senza l’ossessione monastica che pervadeva i suoi da calciatore), della gabbia di Corrado Orrico, persino dei droni di Sarri. Di quei luoghi dove la Nasa – da lì viene il famoso test suddetto -, la tecnologia avanzata e la natura più ostica si incontravano per sognare scudetti e salvezze.

Che nostalgia di Bersellini che 40 anni fa portò l’Inter in Cina per una tournée e prima di partire fece testamento o di quel tour sudamericano triste, solitario y final che negli stessi anni portò al ritiro Gianni Rivera, che voglia di tornare alle squadre di amici-nemici che hanno aperto cicli e consolidato amicizie. I ragazzi del Milan di Sacchi giocano ancora quasi tutti a golf insieme, il Napoli di Maradona vive di sentimenti duraturi tutt’ora, persino la Lazio di Maestrelli, con i suoi due clan e le pistole nello spogliatoio, cementava rabbia e affetto in quei giorni senza mogli, figli, vizi. E se il Napoli di Sarri e poi Ancelotti sembra un gruppo di amici e non solo di sportivi, lo si deve alle settimane a Dimaro. Lo vedi dalla serenità delle inevitabili sconfitte causate dai muscoli imballati: Carletto, dopo aver battuto 1-0 il Liverpool poi campione d’Europa, ricordò con maliziosa ironia che “per batterli era servito il 5-0 subito nell’amichevole estiva: non fu una disfatta, li stavamo studiando”.

Perché il calcio è uno sport di squadra e il gioco più bello del mondo, e i compagni di giochi devono poter avere anche il tempo di annoiarsi. Ora l’intasamento del calendario ci ha tolto anche questo, eppure basterebbe fare come il Milan di Berlusconi, che le tournée le faceva eccome, ma a campionato appena finito, “comprando” a tempo atleti da altre squadre: il compianto Gianluca Signorini, a cui Arrigo Sacchi pretendeva si ispirasse Baresi, giocò in rossonero per sette partite in due anni in Canada (per poi tornare al Genoa, pensate ora che si direbbe di un giocatore che cambia maglia d’estate e poi gioca contro quella società in inverno), nel 1994 nelle Americhe in cui c’è in contemporanea il mondiale si aggregano Padovano e Lantignotti, nonché Bandieri e persino Allegri, che vincerà in rossonero uno scudetto da allenatore ma cha allora fu bocciato e bollato da Sor Fabio come sfaticato.

LaPresse.

Due anni dopo tocca a Stefano Desideri dell’Udinese e i mitici Luigi Gualco e Riccardo Maspero della Cremonese, Nicola Caccia del Piacenza che in futuro fece perdere una Coppa Italia al Napoli contro in Vicenza. E ancora negli anni successivi Hubner, Orlandini, Zauli (in quei giorni soprannominato lo Zidane della B!), Conticchio, Carrozzieri e a un certo punto persino Beppe Signori..

Eh sì, un tempo sapevamo vivere l’estate calcistica meglio. Forse perché sapevamo ancora sognare.

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