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Il peso specifico di una Coppa

By 15 Maggio 2019
Lazio Coppa Italia

Stasera la Lazio cerca la settima Coppa Italia della sua storia. Eppure le considerazioni sul futuro di questa squadra non possono dipendere dalla conquista o meno del trofeo

«Questa squadra può competere alla pari con tutti, abbiamo un posizionamento in classifica che non corrisponde alle potenzialità della squadra. Mi auguro che nel rush finale della stagione possa verificarsi quel colpo di coda che riscatti le qualità e l’organizzazione di questa società». Con tre gare di campionato ancora da giocare (la prima poi vinta con il Cagliari) e soprattutto una finale di Coppa Italia all’orizzonte, Claudio Lotito ha voluto mettere le cose in chiaro. Lo sostiene da tempo, di aver messo a disposizione di Inzaghi una Ferrari.

La società aveva fissato l’obiettivo: Champions League, o sarà un fallimento tecnico. Adesso, sfumata l’Europa che conta, restano in realtà soltanto 90 minuti – o 120 – per provare a salvare la stagione. Ma sarà davvero soltanto la partita con l’Atalanta a dire cosa è stato e cosa sarà di questa Lazio?

È veramente logico affidarsi a una gara secca per provare a fare il punto su una stagione che vedrà, il 26 maggio, i biancocelesti affrontare il match numero 51 della loro annata? Ovviamente un trofeo in più o in meno – e la conseguente qualificazione in Europa League, che al momento sembra un miraggio via campionato – sposta molto nelle valutazioni dei tifosi, e non può essere altrimenti, specialmente per una tifoseria umorale come quella biancoceleste, ma se la Lazio non è stata in grado di restare aggrappata a un treno Champions mai così affollato, dopo aver sfiorato il quarto posto dodici mesi fa, non può essere soltanto colpa dell’imponderabile, degli infortuni, degli arbitri, di Inzaghi o delle cavallette. Pregi e difetti sono lì da vedere, e non saranno spazzati via da una vittoria o da una sconfitta contro la formazione di Gian Piero Gasperini.

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Chi ha sbagliato più forte?
Il colpo di testa di Vecino, lo scorso 20 maggio, aveva gettato non solo l’ambiente ma anche il gruppo di Simone Inzaghi nel pessimismo più nero. Quando si è ripresentata ai blocchi di partenza, la formazione biancoceleste sembrava avere ancora addosso quelle scorie di nervosismo, figlie dell’obiettivo sfumato in volata e di qualche errore arbitrale di troppo. Una rabbia latente, pronta a esplodere al minimo fischio contrario e certamente non placata da Inzaghi, sempre propenso a cavalcare la furia della critica arbitrale davanti alle telecamere.

In una Serie A in cui si tende per natura a urlare il dissenso con lo scopo di ottenere qualcosa in cambio, le manifestazioni di disapprovazione della Lazio sono ormai così frequenti da diventare indistinguibile brusio di sottofondo. Una linea di condotta molto distante da quella, ad esempio, di Rino Gattuso, tecnico che non piace a una bella fetta di tifo milanista ma che brilla, nell’arido panorama italiano, per l’onestà intellettuale con cui affronta vittorie e sconfitte, torti e favori.

Memore di un campionato in cui Inzaghi aveva dovuto spremere ogni residuo di energia dal suo centrocampo cortissimo, il d.s. Igli Tare si è concentrato soprattutto in quella zona per rinforzare l’organico: dentro Berisha come ricambio delle mezze ali e Badelj come vice Leiva, oltre al rientro alla base di Cataldi. La conferma di Milinkovic-Savic, nonostante le sirene di mezza Europa, consegnava così al tecnico un centrocampo fin troppo vasto: Leiva-Badelj per il ruolo di centrali, pattuglia di intermedi composta da Milinkovic-Savic, Parolo, Berisha, Cataldi e Murgia (prestato poi alla Spal a gennaio), senza contare la possibilità di adattare in quel ruolo Lulic e, come poi si è visto durante la seconda parte di stagione, Luis Alberto.

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Acerbi e Correa erano stati individuati come sostituti di de Vrij e Felipe Anderson, ma chi sognava altri rinforzi per la difesa, le corsie e l’attacco, è rimasto deluso: è arrivato il solo Durmisi, scommessa (persa) proveniente dal Betis per dare il cambio a capitan Lulic. Un peccato mortale, che ha di fatto lasciato Inzaghi senza alternative: le riserve di Marusic (tutt’altro che positiva la sua stagione), Basta e Patric, sono via via o sparite per inadeguatezza – il serbo è stato fatto fuori dopo una disastrosa gara di Europa League a Francoforte e si è poi inutilmente cercato di piazzarlo a gennaio – o per esperimenti, con lo spagnolo che, archiviato l’addio di Caceres, è stato reinventato come terzo centrale, posizione in cui ha mostrato qualche buono spunto in fase offensivo e le solite, terrificanti amnesie difensive, costate punti pesanti come a Ferrara (fallo da rigore su Cionek all’89’, un colpo che Patric aveva dimostrato di avere in canna già lo scorso anno con l’entrata scellerata che aveva regalato alla Juventus il rigore del possibile 2-2 allo Stadium al 94’).

A sinistra, con Durmisi mai entrato veramente in rotazione e Lukaku vittima di una condizione fisica dopolavoristica, Lulic si è dovuto sobbarcare il peso di una stagione senza poter mai rifiatare: con 3.387 minuti è il terzo giocatore di movimento più usato da Inzaghi, alle spalle soltanto del totem Acerbi e di Immobile. Una costruzione della rosa sbilanciata che l’arrivo di Romulo a gennaio ha solo parzialmente riequilibrato e, soprattutto, ha tolto a Inzaghi ogni possibile via di fuga dal 3-5-2, una delle principali accuse rivolte al tecnico piacentino.

Lo scorso anno, in emergenza, Inzaghi aveva al suo arco frecce come Felipe Anderson e Nani: il portoghese ha deluso, ma potenzialmente avrebbe permesso all’allenatore di passare al 4-3-3 o al 4-2-3-1 in situazioni complicate di partita. Due anni fa, con Keita in rosa, c’era stato addirittura il tentativo di convertire Felipe Anderson in un quinto di centrocampo, senza trascurare la possibilità, a lungo cavalcata, di giocare 4-3-3 con i due esterni e Immobile al centro.

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Inzaghi sembrava il manifesto della duttilità, per molti fin troppo portato a modellare la propria formazione su quella degli avversari. A distanza di due stagioni, viene indicato come un allenatore fisso sull’idea del 3-5-2. In realtà, tra l’assenza di esterni d’attacco e di terzini capaci di giocare a 4 mantenendo alta la concentrazione difensiva, probabilmente si è dovuto limitare a mettere in campo quello che passava il convento. Non proprio una Ferrari.

Le cose da salvare
Da Inzaghi, insomma, non sono arrivate grosse novità a livello di sistema di gioco, né tantomeno dal punto di vista della gestione del polso di una squadra irascibile e nervosa. Nel corso della stagione, però, ha capito di dover tornare sui propri passi sotto il profilo dei principi. Il calo fisico di Luis Alberto ha fatto venire meno quel triangolo magico con Milinkovic-Savic e Immobile che, lo scorso anno, sembrava in grado di creare gol praticamente dal nulla.

La contestuale esplosione di Correa, giocatore che non vede molto la porta ma sa originare superiorità numerica come pochi altri in Serie A, anche a costo di eccedere talvolta in personalismi, ha indotto Inzaghi a inserirlo sempre più spesso come titolare al fianco di Immobile. Il tecnico ha quindi recuperato la qualità di Luis Alberto come mezz’ala sinistra, sacrificando il soldato prediletto Parolo per avere una squadra più offensiva. Il tutto con un gigantesco elefante nella stanza: Sergej Milinkovic-Savic.

Il serbo era atteso alla stagione della conferma, dopo un campionato in cui sembrava in grado di spostare ogni avversario con la sola forza del pensiero. Non è andata così, e negli occhi dei tifosi, specialmente se le cose dovessero andare male, resterà l’incomprensibile calcione rifilato a Stepinski nella partita che ha definitivamente estromesso i biancocelesti dalla corsa Champions.

Insomma, non è la Lazio delle risalite del campo vertiginose di due anni fa, quando bastava lasciare palla a Felipe Anderson o Keita per vedere i biancocelesti in avanti nel giro di pochi secondi; non è neanche la Lazio dello scorso anno, quando le verticalizzazioni sfrontate di Luis Alberto e Milinkovic permettevano a Immobile di azzannare lo spazio. Adesso la Lazio è una squadra di palleggio e di possesso, che ha bisogno di pazienza, di far girare la sfera anche attorno a difese schierate, per trovare lo spazio giusto in cui colpire.

Un merito che va riconosciuto a Inzaghi, costretto però ad avere tutti i suoi uomini al meglio per cercare la riconquista alta del pallone. Acerbi non ha l’istinto di de Vrij nel difendere in avanti pur avendo giocato una stagione eccellente e il peso degli anni incombe sulle spalle di Radu, di gran lunga il centrale biancoceleste più abile nell’aggressione alta sugli attaccanti avversari. Inoltre, l’allenatore si sta scontrando ormai da due anni con l’incapacità di trovare un centrale destro affidabile.

Bastos pare regalare qualche certezza in più del disastroso Wallace, ma la sciocchezza è sempre dietro l’angolo. Come già citato, per avere più personalità, Inzaghi ha addirittura provato a convertire Patric. Luiz Felipe ha messo in mostra buone cose ma ha soltanto 22 anni e a volte si lascia trascinare dalla foga in interventi al limite. Un bussolotto con quattro nomi in cui ogni domenica può uscire qualcosa di diverso, lasciando di stucco compagni e avversari.

Di partite da giocare ne restano tre, ma l’attenzione è tutta sulla finale di Coppa Italia. Una Lazio fuori dall’Europa vorrebbe dire soprattutto un organico da sfoltire: un profilo come Badelj è impensabile possa fare da vice Leiva anche in una stagione senza triplo impegno, e se la gestione di Tare e Inzaghi ci ha insegnato qualcosa in questi anni, è che difficilmente un calciatore viene etichettato come di troppo se non lo si è testato fino in fondo, motivo che potrebbe spingere la dirigenza a dare un’altra chance a Berisha, martoriato dagli infortuni.

Niente Europa vorrebbe anche dire almeno uno tra Luis Alberto e Milinkovic-Savic via, andando a esplorare però un mercato decisamente meno ricco rispetto a quello della scorsa estate, complice la flessione del duo che aveva fatto le fortune dei compagni di squadra. In queste ore, un po’ a sorpresa, si fa strada un’altra ipotesi: una Lazio senza Europa potrebbe voler dire una Lazio senza Inzaghi.

Dopo Delio Rossi (2005-2009), è il tecnico durato di più sulla panchina biancoceleste. Tutti gli altri sono saltati come tappi di champagne, chi dopo due anni e mezzo (Reja), chi dopo uno e mezzo (Petkovic e, con qualche mese in più di permanenza, Pioli). Una consunzione che pare inevitabile per una piazza che insegue un piazzamento Champions dal 2007, senza mai riuscire a fare quel salto di qualità che ormai ha il sapore del proibito. I capelli di Simone Inzaghi, negli ultimi mesi, sono sempre più grigi. Non sarà mica un caso.

Foto: Getty Images.

Marco Gaetani

About Marco Gaetani

Romano, classe '87. Per Repubblica.it si occupa prevalentemente di calcio, basket e ciclismo, per Ultimo Uomo rovista nella storia dello sport. Nelle rare notti insonni, guarda vecchi servizi della Domenica Sportiva.

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