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Quella tournée maledetta che ha portato al ritiro Gianni Rivera

By 7 Giugno 2019
Gianni Rivera

Il 7 giugno 1979 il fuoriclasse del Milan gioca la sua ultima gara da calciatore in Argentina, tra espulsioni, sconfitte e un lutto improvviso

Pensare che siano passati quarant’anni esatti dall’addio al calcio di Gianni Rivera fa impressione, anche perché ancora oggi il ricordo della sua classe sopraffina è ben nitido nella memoria e nei racconti di tanti tifosi del Milan e della nazionale azzurra.

È un inizio di giugno caldo, ma nuvoloso, con raffiche di vento e pioggia a Milano, nel 1979: il tempo è inquieto, come l’animo di Gianni Rivera. Il vecchio campione, a quasi 36 anni, è reduce da una stagione agrodolce: il suo Milan ha vinto il decimo scudetto, quello della stella, ma Rivera ha giocato soltanto 13 partite di campionato, restando fuori causa per problemi fisici da dicembre ad aprile. Ormai non si sente più indispensabile nella macchina rossonera, che funziona anche in sua assenza. Il numero dieci ha comunque fatto in tempo a rientrare per la festa tricolore, disputando le ultime quattro gare e mettendo la firma anche su un gol, al Verona.

In quell’inizio di giugno di quarant’anni fa è in tournée in Sudamerica con il suo Milan, che è però partito senza l’allenatore dello scudetto, Nils Liedholm, che ha deciso di mantenere una vecchia promessa fatta a Dino Viola e di tornare ad allenare la Roma. Al posto del tecnico svedese, sulla panchina rossonera, c’è il suo vice Alvaro Gasparini che muore improvvisamente per infarto, a 40 anni, il 5 giugno, quando la squadra è a Buenos Aires. Il medico sociale Giovan Battista Monti e lo stesso Rivera, accorsi in ospedale, assistono agli ultimi istanti di vita del giovane allenatore del Milan.

Gianni Rivera

In questo clima funesto, il 7 giugno 1979, il capitano rossonero disputa la sua ultima partita da calciatore professionista, anche se ancora nessuno ne ha l’esatta percezione. L’ex regista della nazionale e i suoi compagni di squadra hanno infatti deciso di onorare gli impegni della tournée sudamericana nonostante la morte di Gasparini, disputando la gara di commiato, a Mendoza, contro gli argentini dell’Andes Talleres. Davanti a un pubblico di 3.000 spettatori, in gran parte italiani emigrati che tifano Milan, i rossoneri scendono in campo senza guida tecnica, con Rivera che funge da allenatore in campo, indicando alla panchina le sostituzioni da fare. A salutare il capitano rossonero, a Mendoza, c’è anche il 77enne italo-argentino Raimundo “Mumo” Orsi, ex ala sinistra della Juventus, campione del mondo con la nazionale italiana nel 1934: «Rivera è uno dei più grandi giocatori al mondo», le parole dell’anziano ex fuoriclasse.

I 22 uomini di Andes Talleres e Milan scendono in campo con il lutto al braccio: il match è nervoso, con i modesti padroni di casa che passano in vantaggio grazie a Hermes Turatti, poi si fanno scavalcare dai gol di De Vecchi e Chiodi su rigore, prima di acciuffare il definitivo 3-2 con le marcature di Turatti, ancora, e di Jorge Funes. Il finale di gara è incandescente, con i milanisti Bigon e Boldini che vengono espulsi dall’arbitro, facendo salire a sette il conto dei cartellini rossi del Milan nei sei match disputati in quei giorni tra Uruguay, Paraguay e Argentina. Per due volte, ad essere cacciato dal campo, è stato proprio capitan Rivera, che in vent’anni di carriera non aveva mai conosciuto l’onta del cartellino rosso. Conclusa la partita con l’Andes Talleres la comitiva rossonera rientra velocemente a Buenos Aires per poi prendere il primo volo disponibile per l’Italia, in un clima di tristezza diffusa.

Quella tournée del decimo scudetto sembra davvero nata sotto una cattiva stella, tra l’addio improvviso di Liedholm poche ore prima della partenza, la morte di Gasparini, infortuni, espulsioni e risultati deludenti (il Milan disputa sei incontri senza mai vincere: quattro pareggi e due sconfitte). E poi c’è Gianni Rivera, rientrato ad aprile da un lungo stop e lontano dalla forma migliore: «Onestamente dobbiamo dire che il capitano ha fatto molto poco», scrive quasi con dolore Alberto Cerruti, sulla Gazzetta dello Sport, stilando un bilancio al rientro a Milano. E il capitano non esclude l’addio al calcio: «Non mi sono sentito crollare fisicamente – spiega Rivera – e questo è importante, prima di dire se continuerò a giocare oppure no voglio parlare con Giacomini», ovvero il successore di Liedholm come tecnico rossonero.

Il capitano si concede una decina di giorni per comunicare la propria scelta, che in realtà ha già in mente: come spesso accade in questi casi la voglia di giocare entra in conflitto con le gambe che non girano più come una volta, il desiderio di adrenalina si scontra con il tempo che passa. «Con le sue finte, i suoi passaggi millimetrati sui piedi dei compagni, con la sua visione di gioco eccezionale, rappresenta il cardine dell’intera squadra rossonera e della nazionale – si legge sul retro della sua figurina, edizioni Mira 1965-66, quando aveva 22 anni – le sue finezze mandano in visibilio anche gli spettatori più smaliziati. Non c’è avversario che non si congratuli con lui al termine di ogni partita». Nel 1979 quel Rivera così fulgido non esiste effettivamente più e così il vecchio capitano prende la sua decisione. Convoca una conferenza stampa per il pomeriggio del 20 giugno e saluta tutti: «Penso che non avrò molto da raccontare, ma l’unica cosa che posso dire subito è che non torno più indietro – dice con aria commossa, facendo poi una breve pausa – lascio il calcio. Quello che mi è costata questa decisione è indicibile. Ed ora mi sembra di parlare per la prima volta al microfono, come tanti anni fa. Sì, sono veramente emozionato, è un fatto strano per me; in vent’anni di carriera non mi era mai successo. Oggi è diverso perché lascio il calcio».

Gianni Rivera

Poi, incalzato dai giornalisti, Gianni Rivera si mostra incredibilmente onesto: «Nessun pretesto: mi sono reso conto che sul piano fisico facevo una fatica tremenda». Un cliché comune a tanti campioni, non sempre in grado di ammettere il proprio declino fisico. Il Milan gli offre immediatamente la poltrona da vicepresidente e l’ex capitano accetta, restando nella stanza dei bottoni per 7 anni, fino all’avvento di Berlusconi. Quel malinconico match del 7 giugno 1979 a Mendoza, contro i semisconosciuti argentini dell’Andes Talleres, resta così l’ultima partita da calciatore dell’“Abatino”: un fuoriclasse che, a dispetto del nomignolo affibbiatogli da Gianni Brera, ha scritto la storia del calcio italiano.

Foto: LaPresse.

Adriano Stabile

About Adriano Stabile

Nato a Roma, giornalista professionista freelance e autore di una decina di libri, attualmente collabora con GQ Italia, La Stampa e la rivista Scenografia & Costume. Cura inoltre il sito storiadellaroma.it

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