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Il peccato originale di Gennaro Gattuso

By 28 Maggio 2019
Gennaro Gattuso

Nonostante i 68 punti in classifica, miglior risultato rossonero degli ultimi sei anni, il tecnico paga le aspettative troppo alte e, soprattutto, il suo poco appeal

«Io sono un professionista – aveva detto circa due mesi fa – onorato di allenare in questa grande società, poi come tutte le persone normali a fine anno ci si guarda negli occhi e si decide». E ieri, Gennaro Gattuso ha guardato Ivan Gazidis negli occhi e ha deciso. Fuori dal Milan, lontano da quella panchina che aveva prima sognato e poi occupato per un anno e mezzo. Niente più partite, niente più allenamenti, niente più conferenze stampa nelle quali caricarsi sulle spalle anche le responsabilità degli altri. Gennaro Gattuso se n’è andato in punta di piedi. Rinunciando a (tanti) soldi e alla voglia di fare polemica, di chiamare in causa gli altri, di affermare a gran voce che non era tutta colpa sua. Ma poi, colpa di cosa?

In 18 mesi alla guida del Milan, Gennaro Gattuso ha dovuto pensare prima a convincere che ad allenare. Ha dovuto cancellare un passato rossonero fatto di tanta grinta e di una tecnica poco educata, di modi a volte spicci ma sinceri. L’allenatore, anzi, l’ex allenatore del Milan si è ritrovato intrappolato in un ruolo, costretto a recitare sempre lo stesso copione. I suoi piedi poco sensibili sono diventati un peccato originale impossibile da espiare. Il suo buttare il cuore oltre l’ostacolo in campo, oltre gli schemi, oltre i numeri, gli si è rivoltato contro. Come se il talento da giocatore fosse condizione necessaria per riuscire  a svolgere al meglio il compito di allenatore. Gennaro Gattuso, poi, paga anche la gavetta. Paga il fatto di aver allenato squadre pericolanti come Sion, Palermo, Ofi Creta, Pisa. Tutte realtà dove bruciarsi era molto semplice e che lo hanno marchiato.

“Gattuso non è un tecnico da Milan”, hanno detto molti tifosi. E invece Gennaro Gattuso è il miglior tecnico che il il Milan ha avuto nel suo passato recentissimo. Nel novembre 2017 ha raccolto un Diavolo piccolo piccolo, con Vincenzo Montella che gli ha lasciato in dote 2o punti in classifica in 14 giornate (con una media di 1,42 punti a partita). Gattuso ha risposto presente e ha incassato il deprimente pareggio in casa del Benevento (con tanto di gol di testa al 90′ segnato da Brignoli, professione portiere). Ha gridato “obbedisco” e ha provato a tirare dritto per la sua strada, a costruire qualcosa nonostante tutti i preconcetti che lo avevano accompagnato. Smonta e rimonta durante tutta la stagione, una stagione complicata anche dalla stravagante vicenda della nuova proprietà cinese del Milan. E senza la società, il peso del blasone rossonero è ricaduto tutto sulle sue spalle. A fine stagione ha portato il Milan al sesto posto, con una media punti di 1,83.

Ma non basta. Il sesto posto non può bastare a una squadra dal passato splendente e dal presente nuvoloso. A Gattuso viene chiesto un piazzamento fra le prime quattro, un biglietto per la prossima Champions League. E Gattuso ha gridato un’altra volte “obbedisco”. Per riuscire nel suo obiettivo gli sono stati affidati un centravanti che aveva imboccato il viale del tramonto senza che in molti se ne accorgessero (Higuain) e qualche colpo in ordine sparso: Castillejo, Bakayoko, Laxalt, Caldara (zero presenze, rientrato nello scambio con Leonardo Bonucci). Elementi che sommati danno sempre un risultato dispari. Sia col 4-3-3, sia col 4-4-2. I conti non tornano neanche a gennaio, con l’innesto di Piatek, un debuttante che al suo primo ballo aveva fatto girare la testa a quasi tutte le difese dalla Serie A. Un acquisto che ha alzato il livello dell’attacco, ma che non ha potuto sistemare da solo tutti i limiti palesati dalle seconde linee.

Gennaro Gattuso

Alla fine Gattuso ha messo insieme 68 punti, il miglior risultato degli ultimi 6 anni. Peccato, però, che i miglioramenti non siano trofei da mettere in bacheca. Il quarto posto gli è scappato per solo un punto. Peccato però che arrivare vicino all’obiettivo, così vicino, non valga quanto centrarlo. Il suo Milan è stato vittima di qualche scivolone in questa stagione, ma non più dell’Inter di Luciano Spalletti o della Roma di Di Francesco prima e Ranieri poi. Viene da domandarsi, dunque, pur avendo fatto giocare male, a tratti molto male, il Milan, pur avendo perso l’anima nella sconfitta nel derby, pur non avendo comunque centrato l’obiettivo, Gennaro Gattuso ha fatto il possibile con il materiale umano a disposizione, con la situazione societaria in cui si è trovato a lavorare?

Forse, la risposta va ricercata altrove. Ossia nel rapporto fra il risultato finale e le aspettative che si erano generate intorno a questa squadra. «A questi ragazzi bisogna fare un applauso – ha detto al fischio finale della gara contro la Spal – fare 68 punti non è poca roba, ma sono tanti anni che non si va in Champions League dopo essere stati abituati a vincere per un periodo così lungo. Quindi ci sono aspettative troppo grandi. Tante responsabilità, tante chiacchiere perché siamo il Milan. Il rammarico più grande è quello di non andare in Champions League per un solo punto». Forse è mancato proprio questo, è mancata la reale percezione delle proprie possibilità. Perché il blasone è anche un peso che uno si porta sempre dietro, che lo costringe a raggiungere traguardi a volte poco realistici.

Gennaro Gattuso

In questi mesi, però, Gennaro Gattuso ha vestito anche i panni del parafulmine e del bersaglio. Con Matteo Salvini e Silvio Berlusconi che non hanno centellinato critiche, anzi, e con i social network che lo hanno eletto responsabile numero uno per una stagione considerata deludente. Andare avanti così era diventato difficile. Perché iniziare un nuovo ritiro, una nuova campagna acquisti, un nuovo campionato con queste premesse, rischiava di diventare controproducente. Per Gennaro Gattuso ma, soprattutto, per il Milan. Alla prima sconfitta il tecnico sarebbe finito di nuovo sul banco degli imputati. Una giostra dalla quale, ieri, ha deciso di scendere. In punta di piedi, così come ci era salito.

«Decidere di lasciare la panchina del Milan non è semplice – le parole riportate da La Repubblica – Ma è una decisione che dovevo prendere. Non c’è stato un momento preciso in cui l’ho maturata: è stata la somma di questi diciotto mesi da allenatore di una squadra che per me non sarà mai come le altre. Mesi che ho vissuto con grande passione, mesi indimenticabili. La mia è una scelta sofferta, ma ponderata. Rinuncio a due anni di contratto? Sì, perché la mia storia col Milan non potrà mai essere una questione di soldi».

Avanti con un altro allenatore, dunque. Anche se il Milan, ora, rischia davvero di rimpiangere Gattuso.

Foto: Lapresse

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