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Lo strano caso del dottor Higuain e di Mr Koulibaly

By 2 Settembre 2019

Higuain era entrato in un buco nero dopo il rigore sbagliato contro la Juventus, ma è tornato sabato sera. Il clamoroso autogol che ha deciso il match, invece, potrebbe rendere Koulibaly più grande. Oppure farlo tornare sulla terra.

A Torino, sabato sera, non si è tenuto solo uno psicodramma sportivo. Allo Stadium, il 31 agosto 2019, abbiamo scoperto qualcosa di nuovo su due calciatori su cui avevamo accumulato (troppe) certezze. Lo abbiamo capito poco dopo le 21, al 19′ del primo tempo, quando uno dei due con un movimento supersonico e perfetto, ha fulminato e pietrificato l’altro, facendogli fare la figura del pivello. Il primo era l’ex giocatore, l’esubero proposto a tutti e snobbato persino dai tifosi avversari, tra meme irriguardosi e riferimenti poco eleganti alla sua taglia. Il secondo è il difensore più forte del mondo, l’uomo da 130 milioni di euro. Entrambi vittime di un calcio ormai ideologico, assolutista, in cui la tua reputazione mediatica e il tuo valore su Transfermarkt valgono più del campo. Ma il rettangolo di gioco, sempre sincero e impietoso, in quel momento dice ben altro.

Gonzalo Higuain, il panzone, la mette dentro come forse solo altri tre o quattro al mondo potrebbero fare, e uno gioca al suo fianco. Kalidou Koulibaly guarda, attonito, e va a vuoto, come farebbero tutti i suoi colleghi. Forse anche peggio.

Il Pipita è tornato dopo quel rigore (il suo vero e forse unico tallone d’Achille) sbagliato contro la Juventus con la maglia rossonera, dopo il suo anno peggiore, dopo una vacanza londinese che gli ha regalato un trofeo europeo da bomber non giocatore. Dopo un’estate umiliante.

Kouli è stato corteggiato da tutta Europa, è arrivato in finale di Coppa d’Africa, vorrebbe lo scudetto a Napoli e tutti dicono di lui che con Manolas forma la coppia di centrali più forte della serie A. Pur avendo preso finora gli stessi gol dell’ultimissima Sampdoria. Nessuno lo discute, tutti lo amano.

Eppure. Eppure il primo è stato ridicolizzato oltre i propri demeriti, oltre quelle partite fondamentali che fallisce più o meno regolarmente (ma poi pochi si ricordano che, per esempio, lo scudetto più difficile degli ultimi 8 della Juventus è figlio di una sua doppietta decisiva di questo 9 d’altri tempi, così come la conquista dell’ultima finale di Champions bianconera), il secondo viene esaltato oltre i propri meriti, visto che pochi notano che al di là di partite straordinarie e interventi da playstation, da Napoli-Roma 1-3 (Salah lo scherzò amaramente) a Udinese-Napoli 3-1 (i suoi errori tolsero il Napoli dalla prima corsa scudetto sarriana), da Fiorentina-Napoli 3-0 (espulso dopo 5 minuti, forse aveva lasciato la concentrazione in albergo) a Milan-Napoli 2-0 di Coppa Italia (gli errori di Maksimovic erano in realtà causati da una sua mancata diagonale e un suo posizionamento sbagliato), da Napoli-Juventus 0-1 (guardate chi si perde Higuain, ancora lui, mentre il Napoli, 4 punti sopra, potrebbe andare in fuga) fino appunto a questo 4-3, forse la sua peggiore serata in carriera, lui è uno che più o meno i big match, soprattutto le partite di svolta di un campionato o di una stagione le sbaglia malamente.

Ma non è neanche questo che ci colpisce di questa partita che se non fosse arrivata alla seconda giornata sarebbe stata ricordata come l’Italia-Germania del nostro campionato. È  il modo in cui si sono trasformati i due, davanti ai nostri occhi drogati dalla loro reputazione mediatica. Come hanno tradito ciò che sono.

(Foto Marco Alpozzi/LaPresse).

Gonzalo Higuain si è ripreso la Juventus, come mai aveva fatto in carriera. Quel carattere che lo fa fallire quando è in cima nasce da una carriera in discesa: subito al River Plate, poi Real senza intoppi, a Napoli diventa re, persino alla Juventus pur non arrivando alle vette partenopee, vince comodo i trofei che doveva. Non ha mai affrontato un problema, l’ha sempre evitato. Al Real non si è giocato il posto, è fuggito, alla Juve non ha affrontato l’arrivo di Ronaldo – anche se avrebbe voluto -, è stato cacciato. Al Milan, ancora scottato dall’aver perso il posto senza motivo a Torino, ha sbollito la rabbia aspettando gennaio per fuggire dal suo secondo padre, Maurizio Sarri. E lì, forse, a Londra, ha avuto il primo vero burn out della sua carriera: non bastava quel talento innato a vivacchiare alla grande come sempre, non bastavano i suoi colpi da bomber e regista d’attacco per far dimenticare a tutti quanto poco corra e quanto sia spiacevole nel rapporto con i compagni.

Non bastava nemmeno il suo rapporto privilegiato con l’allenatore. Doveva essere un professionista, non solo il solito poeta, capace di girarsi e segnare come nessun altro, sorta di Van Basten sovrappeso e iracondo. Sembrava finito. A maggior ragione quest’estate, dopo l’umiliante questua con cui Paratici lo ha proposto a chiunque. E lui ha stupito tutti. Non tanto per il gol. Quelle reti che sono un misto di tecnica e potenza tonante, delle saette da dio greco, le ha fatte anche nei momenti peggiori. No, il Pipita si ripreso la Vecchia Signora diventando altro persino dal superbomber di Napoli, dov’era coccolato primus inter pares e unico a poter dribblare, gli avversari e il rigido spartito sarriano.

L’Higuain di questo inizio stagione è un po’ Benzema, al servizio di CR7, sponda astuta e unico a parlare la sua lingua, un po’ Cavani (sul 2-0 fa due recuperi fino alla propria area, efficaci e tignosi, mai visti prima). Proprio mentre l’ex compagno Kalidou voltava le spalle alle sue qualità migliori: la concentrazione, l’umiltà, persino la coordinazione di movimenti e pensieri. Forse perché quando il gioco si fa duro anche quelli che duri non sembrano si mettono a giocare, mentre quelli che si sentono tali, ma non lo sono, smettono.

Higuain

Questa stagione, in cui tutto sembra diverso, in cui i gol fioccano e solo Conte sembra davvero continuare a giocare all’italiana, forse ci regalerà nuove certezze. E magari farà tardivamente maturare quello che poteva essere tra i migliori di tutti – Gonzalo, il bomber borghese – e potrebbe invece negare la consacrazione a Kalidou, il gigante buono. Perché i grandi stadi sono Stargate, come ci insegna Piantanida a proposito di Patrick Schick. Higuain era entrato in un buco nero dopo quel rigore, è tornato sabato sera. E quell’autogol, “celebrato” da tutti i compagni ed ex del senegalese, potrebbe renderlo più grande. Oppure farlo tornare sulla terra. Con la rocambolesca e beffarda capacità di spiazzarti che ha solo il calcio, che portò Koulibaly in cima con un gol al 90’ e ora con un’autorete nel recupero rischia di gettarlo all’inferno. Ai posteri e magari a Higuain, nel girone di ritorno, l’ardua sentenza.

Boris Sollazzo

About Boris Sollazzo

Boris Sollazzo è il padre di Carlo, critico e cronista cinematografico, autore televisivo, speaker radiofonico, telecronista e giornalista sportivo, pluricampione di fantacalcio. Spesso contemporaneamente. Ha scritto per quasi tutti i quotidiani e periodici e ora ha una trasmissione quotidiana su RadioRock. È il direttore artistico dell’Ischia Film Festival e del Cerveteri Film Festival.

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