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Maurizio Sarri, il fu integralista

By 8 Ottobre 2019

Il tecnico bianconero è diventato più flessibile. Ecco perché si sta rivelando adatto alla Juventus

L’etichetta di integralista affibbiata a Maurizio Sarri non era gratuita ma aveva un riscontro nella realtà. Il tecnico, almeno fino all’esperienza con il Napoli, ha posto il gioco prima dei giocatori, e non ha mai considerato i cambiamenti come una virtù. Semmai cambiare (sia i titolari che il modulo) era indice di confusione, testimonianza dell’incapacità di giocare come si desiderava, l’ammissione di una difficoltà e il tentativo di aggirarla anziché affrontarla. Quell’etichetta, però, Sarri ha cominciato a togliersela al Chelsea, e l’ha fatta cadere nei primi mesi alla Juventus. Altro che integralista, il tecnico si sta adattando al mondo bianconero tutto: al contesto, alla rosa, ai singoli giocatori. E anche alle variabili esterne, che prima tendeva a non considerare.

Sarri ha imparato a considerare tutto, e per riuscirci in parte deve escludere la sua idea di gioco, la sua utopia. Senza abbandonarla, però. Semmai la lascia sullo sfondo, mostrandola pian piano, partita dopo partita. È una gestione diversa rispetto a quella che tipicamente ha impiegato nella sua carriera, più flessibile, silenziosa, “umile”. Sarri sta comunque importando se stesso nella Juventus, anche perché è stato assunto per quello, ma senza imporsi. E lo sta facendo a piccole dosi.

Non vuole tutto, e non lo vuole subito perché sa che la fretta e la pretesa della perfezione comprometterebbero la sua occasione a Torino. In questo si è adattato alla realtà in cui allena, in cui la vittoria è radicata così come le abitudini, che sono a loro volta vincenti, e dunque più difficili da cambiare. Sta camminando sul filo, in perfetto equilibrio tra la sospirata evoluzione e l’obbligo di ottenere risultati. Così lavorano i grandi allenatori nelle grandi squadre: devono essere incisivi, ma anche camaleontici.

(Photo by Gonzalo Arroyo Moreno/Getty Images).

Sarri sta completando ora un percorso di formazione al massimo livello che non ha potuto svolgere prima, avendo allenato in club minori. Per tutta la carriera ha dovuto farsi notare, attirare l’attenzione, ottenendo risultati ma anche mostrando un gioco diverso dagli altri. Per farlo, ha dovuto elevarsi a guida, a sommo riferimento, e le sue squadre avevano il compito di fidarsi di lui, di seguirlo, perché aveva bisogno di mostrarsi nel calcio, di ritagliarsi uno spazio, di diventare credibile.

Lo avesse fatto anche alla Juventus, sarebbe risultato fuori luogo, perché la squadra presa in consegna in estate aveva bisogno di cambiare, ma anche di non perdere le certezze acquisite. E la società è ormai radicata al punto da non aver né necessità né spazio per un allenatore totalitario. La Juve cercava un’evoluzione, non una rivoluzione. E quindi Sarri non poteva permettersi di porsi come un’istituzione, di salire sul podio e impartire ordini, poteva fare solo ciò che sta facendo, cioè mimetizzarsi e nel frattempo introdurre novità. Non è scontato, non è più facile: tutto il contrario. 

Sarri ci sta riuscendo, e in pochi ci avrebbero scommesso. Gli è servita l’annata al Chelsea: lì ha capito che il suo calcio ideale non è realizzabile sempre, che il Napoli rimarrà un caso unico perché era una combinazione perfetta e fortunata di giocatori e condizioni, e che a questo punto è meglio fare un passo indietro per farne due in avanti nella carriera: rinunciare a qualche riflettore è la condizione necessaria per allenare sui grandi palcoscenici le migliori squadre del continente. Nella Juventus sta dimostrando questa nuova maturità. Si sta adattando, piuttosto che obbligare gli altri a adattarsi. E non è partito dall’equazione, cercando poi nella rosa i fattori in grado di produrre il risultato desiderato, ma ha studiato i fattori e ha iniziato a metterli in ordine senza sapere a quale risultato porteranno.

Maurizio Sarri

(Photo by Michael Regan/Getty Images).

Ha infatti dichiarato che “la Juventus non potrà mai giocare come il Napoli”, ma ciò non significa che non possa giocare altrettanto bene, solo che lo farà in modo diverso. La scelta del modulo dimostra la nuova elasticità del tecnico: inizialmente ha impostato il 4-3-3 perché era l’habitat ideale di Douglas Costa, il giocatore scelto per recitare un ruolo da protagonista, ma una volta che quest’ultimo si è infortunato ha prontamente virato al 4-3-1-2, che non utilizzava dai primi mesi al Napoli.

Ha scelto un sistema in grado di valorizzare il giocatore che aveva appena recuperato, ovvero Ramsey, posizionato subito sulla trequarti. Con il rombo ha agevolato il passaggio della Juve da squadra dominante negli spazi a squadra dominante con il pallone: ha aggiunto una linea di gioco, ha mosso uno scacchiere altrimenti rigido, ha ridotto le distanze tra i giocatori, condensandoli verso il centro e tamponando in ampiezza con un terzino di forte spinta come Cuadrado. E non ha poi avuto paura a rinunciare allo stesso Ramsey, nelle ultime due partite, in favore di un Bernardeschi che altrimenti rischiava di andare perso.

Così Sarri dimostra di essere più attento alle risorse a disposizione rispetto al passato, di valutare i giocatori e il loro momento prima del gioco. E di essere disponibile anche a cambiare modulo in funzione del contesto. È emblematica in questo senso anche la titolarità indiscussa di Matuidi e Khedira, due calciatori che sembravano fuori dai canoni del gioco del tecnico. Sarri ha spiegato che “sono in un ottimo momento, quindi bisogna sfruttarli”: semplice, ma per nulla scontato per un tecnico che in passato ha spesso preferito i fedelissimi fuori forma alle riserve in rampa di lancio – l’ultimo anno di Hamsik al Napoli, con Zielinski relegato in panchina, ad esempio.

Foto LaPresse – Jennifer Lorenzini

Sarri non sta cercando il suo gioco ideale, sa che la Juve non può esprimerlo. Ma non teme che, in virtù di questa parziale rinuncia, venga considerato meno valido il suo lavoro. Sta semmai costruendo un gioco che la Juve può raggiungere senza forzare, senza sbandare. E per farlo, sta lavorando sui principi, prima che sui meccanismi. E sull’atteggiamento mentale, anche. Lo dimostrano alcune recenti partite, in particolare quella con il Bayer in Champions: dopo il vantaggio, ora la Juve continua ad attaccare, assaltare, difendere in avanti. Non tira i remi in barca, pur sapendo di avere una barca solida anche per il mare in burrasca. È la grande differenza con il passato, quella che ha portato un dazio di gol subiti in rimonta dalle squadre di massimo livello, il Napoli prima e l’Atletico poi. In questo sì, Sarri si è imposto, perché è l’atteggiamento è qualcosa su cui può lavorare in profondità, mentre le caratteristiche tecniche e tattiche sono più vincolanti.

Nel frattempo sta pian piano trovando un gioco vicino al suo credo. La ragnatela di passaggi nella Juve è sempre più fitta, ma soprattutto, è più rapida e pulita. Lo dimostra l’azione del gol di Higuain: 24 passaggi per arrivare al gol, una sequenza record nella Serie A in corso. Ma la notizia è che Sarri sta trovando la sua Juve cambiando se stesso. Sta diventando anche un allenatore “da partita”, che muove la squadra in funzione della gara anziché dei principi di gioco, e dell’avversario, anche sporcandosi le mani che prima cercava di mantenere intonse.

Con il Leverkusen, ad esempio, ha scelto Bernardeschi sulla trequarti perché serviva un giocatore di gamba in grado di coprire spazi più ampi, piuttosto che uno abile nello stretto. E, allo stesso modo, contro l’Inter ha confermato l’ex Fiorentina come ombra di Brozovic. E sempre contro i nerazzurri, ha prima assecondato l’inerzia positiva con il tridente pesante nella ripresa, e vi ha poi rinunciato prontamente quando ha percepito che questa inerzia si stava per ribaltare. Sta diventando un allenatore anche da occasione, non solo didattico: il passo che gli mancava per compiersi ai massimi livelli, nell’attesa che ulteriori trofei ne diventino una testimonianza tangibile.

Claudio Savelli

About Claudio Savelli

Giornalista, tra le altre cose. Fa, vede, scrive, tendenzialmente di calcio e sport, ma non solo. È firma di Rivista Undici e Libero, ma non solo. Infatti lo trovate anche qui.

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