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Il Pallone d’Oro non è mai stato così sgonfio

By 2 Dicembre 2019

Il premio individuale assegnato da France Football si è autoalimentato assurgendo a termometro di carriere e giudizio a posteriori su annate e cicli. Ma, soprattutto, ha schiacciato sotto il peso del marketing mondiale una generazione intera di fenomeni

A me i premi individuali, specie quelli dati dai giornalisti – scusate per la categoria – interessano poco”. Parola di Maurizio Sarri, uno che la sua irritazione per l’informazione, sportiva in particolare, non l’ha mai nascosta. Ma se il toscano è quasi sempre meglio in panchina che davanti ai microfoni, va detto che in questo caso ha ragione da vendere.

Il Pallone d’Oro, spesso estremamente opinabile nelle scelte dei suoi vincitori (Papin, Sammer, Simonsen, Stoichkov, Owen, Nedved non sono stati i più forti neanche nell’anno in cui l’anno vinto, figuriamoci se meritavano nell’intera carriera di portarlo a casa, per non parlare di Puskas battuto da Suarez o Eusebio dal pur ottimo Masopust, per dirne un paio), ora è diventato solo un grottesco gioco di marketing comunicativo, il volano per far rimbalzare l’ossessiva rivalità su cui si poggia lo storytelling di un mondo che ha perso i suoi eroi – provando a rimpiazzarlo con allenatori iconici -, ha perso carisma, e si fonda su un dualismo esasperato ed esasperante che sembra, appunto, nascondere la scarsissima salute sportiva del movimento, a cui fa fronte un ottimo momento economico.

Il Pallone d’Oro, che ai tempi del monopolio (da tre anni ritrovato) di France Football, che orientava le votazioni, sceglieva i giurati e occupava nel pallone uno spazio eccessivo rispetto alla propria reale importanza, fu capace anche di escludere, dall’agone i calciatori non europei (fino al 1995), così da vivere l’inquietante mancanza, nell’albo d’oro, di Pelé e Diego Armando Maradona, per dirne un altro paio. Ingenuità scioviniste che avrebbero ammazzato la credibilità di qualsiasi riconoscimento, ma non di un iconico premio individuale che per forma, fascino e capacità di far emergere l’individualismo in uno sport di squadra, si è autoalimentato assurgendo a termometro di carriere e giudizio a posteriori su annate e cicli.

(Photo by Pascal Le Segretain/Getty Images)

Persino France Football stessa riconobbe la sua cialtronaggine e in occasione del Sessantesimo del Pallone d’Oro, nel 2016, stilando un albo d’oro alternativo, ovvero quello di chi avrebbe vinto senza quella regola demenziale: Pelé ne avrebbe portati a casa sette – sì, amano il potere e la banalità anche retrospettivamente – Garrincha, Kempes e Romario uno, Diego Armando Maradona due.

Un’intera generazione di fenomeni è stata schiacciata dal marketing mondiale che ci ha appiattito su soli due idoli: il poeta Luka Modric ha vinto un Pallone d’Oro solo superati i 30 anni, il genio insostituibile Andrés Iniesta, che come dimostrano i trionfi delle Furie Rosse, faceva girare sia Spagna che Barcellona (a differenza di Messi, che con l’Argentina vince al massimo gli spareggi mondiali, e forse qualche domanda su chi fosse più fondamentale di chi andava fatta), è rimasto all’asciutto. Troppo poco iconico, troppi pochi sponsor.

Nel post Kakà non c’è stato spazio per altri, se non per il croato del Real. Ma è vero pure che quella fu un annata talmente indegna per Leo e CR7, che sarebbe stato incredibile far vincere loro (come questa, ma due anni consecutivi senza di loro non si poteva stare). Nonostante questo l’anno scorso il secondo si portò a casa quasi 500 voti, perché i due, che sono multinazionali, si sono conquistati da anni una dote di voti ormai consolidata, tra sudditanza psicologica, interessi, amicizie, veti e connivenze commerciali tra loro, le testate, gli addetti ai lavori (ancora di più dal 2010 al 2015, fondendosi temporaneamente con il Fifa World Player of the Year che metteva tra i giurati allenatori e capitani delle nazionali legati spesso ai campionissimi da datori di lavoro comuni in ambito di sponsorizzazioni).

 (Photo by Gonzalo Arroyo Moreno/Getty Images)

Mentre si consuma l’ingiustizia Salah – forse il giocatore più determinante degli ultimi anni e forte a livello di marketing ma in Africa, quindi fuori dalle aree d’influenza del premio -, ci ritroviamo così con la pressione psicologica e mediatica di Cristiano – uno che non va alle cerimonie di competizioni che non gli fanno vincere – per far gridare all’ingiustizia il popolo per il mancato Pallone d’Oro, consapevole che sarebbe potuto essere l’ultimo, e la finta indifferenza di Messi che però rappresenta una potenza politica che unisce due oceani.

Lui non chiede a madre ed allenatore di esporsi, lui schiera la politica, i CEO, i grandi coach che l’hanno allenato o vorrebbero allenarlo, i giornalisti che ha saputo coltivarsi meglio del più arrogante e muscolare portoghese. Non si può certo ignorare il Liverpool, ma si va a pescare Virgil Van Dijk, fenomeno vero, che però nell’ultimo anno lo avrebbe meritato meno, per fare un nome, del compagno Alisson. Fosse solo perché quest’ultimo è stato decisivo in almeno tre momenti clou della Champions League (l’ultima partita del girone contro il Napoli, il suo miracolo su Milik evita l’eliminazione dei Reds, semifinale e finale) e perché, pur essendo stato premiato solo Jascin come portiere, è stato nella stagione scorsa semplicemente il calciatore più forte del mondo.

I motivi delle scelte, anche dei 30 nominati finali, però sono stati istituzionalizzati. Gli ultimi anni sono stati così ridicolmente appannaggio dei due, che hanno dovuto sottolineare, perché i giornalisti non si sbagliassero a votare i migliori invece di uno di loro due, che i criteri sono quattro. Quali? L’art.10 del regolamento è chiaro: 1) L’insieme delle prestazioni individuali e di squadra durante l’anno preso in considerazione; 2) valore del giocatore (talento e fair play); 3) carriera; 4) personalità, carisma. Geniale: avrebbe senso, per l’anno passato dare una chance ai ragazzini dell’Ajax (De Jong per esempio, persino De Ligt) per l’impresa compiuta pur senza vincere il trofeo più importante o magari a Lucas Moura (neanche nei 30!) del Tottenham per le prodezze europee? No, perché devi far parte delle squadre giuste, avere la considerazione mediatica adeguata, avere una carriera alle spalle che ti supporti e poi, se ancora non ti hanno imboccato a dovere, il giusto carisma.

Insomma, un portiere che parla poco, dei biondini che la buttano dentro senza mostrare il proprio organo sessuale ai tifosi avversari, un campione che non sia la Madonna piangente di Rosario e Barcellona non li puoi scegliere. Neymar ci ha buttato una carriera: poteva anche vincere da solo tutto, ma da compagno di squadra di Leo non avrebbe mai potuto ambire, nonostante la sua robusta reputazione mediatica, a quel riconoscimento e ha provato ad andare direttamente a Parigi, dai più ricchi di tutti.

 (Photo by David Ramos/Getty Images)

In sostanza la storia di Leonardo Di Caprio all’Oscar (simile al Pallone d’Oro per dinamiche risarcitorie postume, e per servilismo al potere di divi e multinazionali), in confronto, sembra un gioco per bambini.

Intanto quest’anno rivince Messi, il sesto. Per rinfocolare una rivalità fiacca fatta di milioni di euro, dollari, sterline. Di sponsor e di tv, di prodotti per la forfora e videogiochi, di social e prime pagine. Il campo conta poco e nulla.

France Football si è fatta beccare dal Mundo Deportivo per il servizio celebrativo a casa dell’argentino, quest’anno già Best Player per la Fifa, Pichichi di Liga e Champions League, Scarpa d’oro e campione di Spagna. Ma anche spettatore impotente e imbarazzato (e imbarazzante) del poker subito a Liverpool, divoratore seriale di allenatori che non siano Guardiola (che per lui ha sacrificato chiunque) e giocatore che mai ha cercato di confrontarsi con altri calci e altre sfide. E a ogni vittoria dei due, ormai vicini al ritiro, qualcosa si spegne nell’immaginario di uno sport che non permette più di sognare. Conta, ormai, solo la fredda contabilità: di plusvalenze, di record costruiti in laboratorio, di fatturati e sì, anche di premi. Si ricordassero però che allo stadio Azteca una statua ce l’ha solo Maradona. Mentre segna di mano. E che per averne una Cristiano Ronaldo se l’è dovuta far fare a casa sua, mentre a Zlatan Ibrahimovic (altro che non ha mai vinto il Pallone d’Oro) gliel’hanno fatta a furor di popolo (e adesso gliela stanno abbattendo) in Svezia.

E nessuno dei due, come CR7, ha messo di mezzo mamme o allenatori, per cercare di farsi difendere “dalle mafie del calcio”. Ronaldo vittima delle mafie. L’eroe dei reietti. Quello che ha giocato con Manchester United, Real Madrid e Juventus.
Non avete imparato a vincere, almeno imparate a perdere.

Boris Sollazzo

About Boris Sollazzo

Boris Sollazzo è il padre di Carlo, critico e cronista cinematografico, autore televisivo, speaker radiofonico, telecronista e giornalista sportivo, pluricampione di fantacalcio. Spesso contemporaneamente. Ha scritto per quasi tutti i quotidiani e periodici e ora ha una trasmissione quotidiana su RadioRock. È il direttore artistico dell’Ischia Film Festival e del Cerveteri Film Festival.

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