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Il progetto-Pochettino si è compiuto

By 31 Maggio 2019

La sublimazione del progetto di Mauricio Pochettino al Tottenham, paradossalmente, arriva quando il progetto non è più necessario. All’intervallo della semifinale di ritorno con l’Ajax, il tecnico argentino inserisce Llorente per Wanyama e, in quel preciso istante getta le basi per la rimonta: il Tottenham era sotto 2-0, più l’1-0 subito all’andata, ma riuscirà a segnare tre gol nel secondo tempo, conquistando la finale di Madrid. Può sembrare banale, ma ci riuscirà grazie a quel cambio e al messaggio che esso conteneva, ovvero che era giunta ormai l’ora di derogare dal copione che negli anni precedenti era stato necessario per costruire un’identità di squadra.

Con Llorente in campo, il Tottenham comincia ad alzare il pallone spedendolo direttamente dalla difesa all’attacco, salta così la prima feroce pressione dell’Ajax, che a sua volta va fuori giri e perde riferimenti. L’inerzia è ribaltata. Gli Spurs, d’un tratto, anziché costruire l’azione dal basso, la rifiniscono direttamente in alto, nella zona d’attacco, grazie al lavoro spalle alla porta di Llorente: i trequartisti nel frattempo sono chiamati ad inserirsi in verticali ai suoi fianchi e la strategia si rivela efficace come dimostra la tripletta realizzata da Lucas Moura, colui che ha meglio interpretato il nuovo spartito di Pochettino.

Il punto, però, è che con questo spartito, il tecnico argentino smentisce se stesso e il Tottenham che ha faticosamente costruito nell’arco di 5 anni, basato sulla manovra, il ragionamento, la volontà di dominare il pallone e governare quindi i ritmi di gara. È indicativo perché Pochettino ha basato il Tottenham sul concetto di identità: giocare in un certo modo, sempre e comunque, per essere riconoscibili e quindi riconosciuti come un marchio, un modello unico.

In questo modo il tecnico ha trasformato un club di medio livello in una realtà consolidata ai vertici del calcio. Per andare oltre, per compiere l’ultimo passo, ha però scelto di rinunciare al suo Tottenham, declinandolo sulla necessità estemporanea della partita. Ha sconfessato, quindi, l’idea di una squadra sempre uguale a se stessa a prescindere dal contesto, e indisponibile nel piegare la propria identità al cospetto della rivale. Quello di Pochettino è stato quindi un coraggioso passo indietro, necessario però per compiere il salto di qualità definitivo, verso la finale, verso l’apice del calcio.

Dopo cinque anni di semina, per il tecnico argentino era giunto il momento del raccolto. La semifinale con l’Ajax era l’occasione per testare il livello competitivo raggiunto dal suo Tottenham, sia a livello di gioco – cioè misurando la capacità di modellarsi e abbandonare le abitudini in nome del risultato – che a livello mentale – cioè cancellando la rassegnazione nonostante i tre gol da recuperare e ribaltando l’inerzia della gara fuori casa, lontano dal proprio pubblico, come solo le squadre consapevoli possono fare.

È significativo anche che il Tottenham costruisca il miglior risultato della sua storia europea nell’anno in cui ha rinunciato al mercato, coincidente tra l’altro con l’apertura del nuovo stadio. Così raggiunto, questo traguardo certifica la bontà del progetto di Pochettino, per cui la crescita sarebbe dovuta partire dal gioco, dalla creazione di un nucleo concettuale in campo in grado di tenere insieme tutte le componenti del mondo-Spurs e, di più, fungere da motore per l’intero processo evolutivo. Il Tottenham è migliorato nel tempo, passo dopo passo, sia in campo che fuori, con le due sfere che si sono alimentate reciprocamente. É cresciuto il gioco, sono migliorati i giocatori, così come la società è diventata grande e solida. Tutto è cominciato con Pochettino, e attorno a lui tutto è ruotato.

Mauricio Pochettino

Quando il tecnico argentino sbarcò a Londra, nel 2014, il Tottenham chiudeva il bilancio con 180 milioni di sterline alla voce ricavi. Nel 2018, la stessa voce recitava 380, e quest’anno è destinato a salire ulteriormente, al netto del debito da ripianare per la costruzione del nuovo stadio. È una crescita parallela ai risultati: da tre anni la squadra è stabilmente tra le top-4 di Premier, e quindi è alla terza partecipazione alla Champions League, mentre prima di Pochettino aveva presenziato soltanto una volta alla maggiore competizione europea.

É stato possibile perché il tecnico argentino ha dato un’immagine al club, lo ha trasformato in un marchio e ci è riuscito perché gli è stato concesso tempo e una continuità invidiabile nella rosa: il player trading del Tottenham, infatti, è diminuito negli ultimi anni fino ad arrivare allo zero della scorsa estate, proprio perché Pochettino ha preferito lavorare sui giocatori in rosa piuttosto che doverne modellare di nuovi. È riuscito a essere allenatore nel senso più autentico del termine, cioè in grado di valorizzare i calciatori attraverso il gioco, senza che quest’ultimo diventasse opprimente per i talenti a disposizione.

Mauricio Pochettino

Al contempo, però, ha saputo trasformare il gioco in un riferimento costante per la squadra, il club e il pubblico. Ha quindi trovato un equilibrio perfetto tra le componenti, un ideale rapporto di causa ed effetto, nonostante questo equilibrio sia sottile e quasi impossibile da raggiungere, soprattutto in assenza di quei trofei che allargano il credito a disposizione di un allenatore.

Anche la diversità dell’idea ha giocato un ruolo importante nella crescita del Tottenham. Pochettino infatti ha proposto un tipo di calcio differente rispetto a quello tradizionale della Premier League, e lo ha fatto prima dell’avvento al Manchester City di Guardiola e di Klopp al Liverpool e di Conte e Sarri al Chelsea, prima, quindi, che il campionato inglese fosse contaminato da stili e idee eterogenee. In sostanza, si è posto come allenatore di rottura ante-litteram, prima che la rottura diventasse diffusa, accettando il rischio di passare per pecora nera e di essere estromesso a progetto incompleto.

Mauricio Pochettino

Invece, in silenzio è riuscito a imporsi sul contesto e a far sì che il Tottenham diventasse un modello da seguire, in ogni aspetto, per i club che desiderano arrivare in alto, senza sgonfiarsi una volta giunti lassù. È difficile, infatti, che ciò accada agli Spurs, a prescindere dall’esito della finale di Champions League e dal futuro di Pochettino: il club e la squadra sono ormai autosufficienti, perché Poch li ha resi tali.

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